Questo mio racconto, 3000 battute o una manciata di più ispirate alla foo di jerry Uelsmann che vedete qui a fianco, l’ho scritto (insieme ad altri 49 compagni di viaggio) per il progetto “Auroralia” di Gaja Cenciarelli.
Diventerà parte di un libro nel prossimo autunno.
Questo racconto e tutto quello che gli si è mosso attorno, è riuscito a cambiare una fetta della mia vita.
Grazie!
Quando arrivarono non c’era più nulla da fare.
Lei era ferma lassù, croce surreale, scura e scarnificata come sterpo d’erba amara. Erba di cui si nutriva.
I medici chiamati a costatarne il decesso, però, non riuscirono ad arrivarla.
Furono chiamati i pompieri, che traggono in salvo anche gl’intrappolati del decimo piano, ma più le scale salivano, più Lei sembrava allontanarsi come un miraggio, un’illusione ottica, una percezione distorta.
Quella che Lei aveva sempre avuto del suo corpo, della sua vita, delle sue passioni.
Chiamarono l’elicottero che, invece, non riuscì a scendere ed il Prete che non seppe farle arrivare una di quelle preghiere che irretiscono ed accalappiano, cosa assai strana per un sant’uomo capace di parlare con Dio che di certo era fermo ben più in alto di quel corpicino risplendente.
Il Commissario era nervoso. Chi mai avrebbe potuto inscenare un omicidio talmente perverso e perfetto da lasciare in bella mostra il corpo del reato senza che nessuno potesse impossessarsene?
Perchè il Commissario era sicuro che d’omicidio si trattasse.
E poi come poteva succedere che un cadavere (per quanto mirabile ed intento nel volo) potesse rimanere sospeso in aria, contro ogni legge della fisica? Quale sortilegio era mai accaduto perchè nessuno riuscisse a farlo scendere?
Un cadavere -pensava il commissario mentre iniziava a colare nella sua mente un rivolo di magia- è privo di volontà, sì, insomma, inanimato…
Fu allora che giunsero le Acrobate della Vita.
Erano tutte come Lei, giunchi senza sostanza, impegnate nella continua giocoleria del digiuno e della rabbia, della fame e dell’affermazione.
Acrobate sempre in lotta con il loro passato, con la loro meraviglia e sempre sopraffatte dalla loro paura.
Tutte La guardavano con lo sguardo che s’offre alle dee alzando le braccia sottili come rami d’una foresta di dolore verso il corpo che aveva raggiunto il desiderio di ognuna: volare. A costo della vita.
Interrogate risposero: “Un’Acrobata della Vita non è mai priva di volontà, neppure da morta.
La volontà è la sola cosa che possediamo, la nostra strada. Non abbiamo nient’altro da aggiungere.”
Infine vennero gli Acchiappafarfalle che, agitando i lunghi manici flessuosi dei loro retini -piedi ben fermi nell’acqua gelida- avvolsero quella croce spiumata nella trama di rete.
Il corpo leggero si fece prendere e, fluttuando, come fanno le farfalle rapite, si posò sulla spiaggia.
Attraverso la pelle traslucida si contavano le ossa.
Il Medico Legale diagnosticò: anoressia. Ma non seppe spiegare come fosse finita lassù.
Le Acrobate sorridevano officiando il rito della liberazione.
Gli Acchiappafarfalle la cosparsero di ali colorate azzurre, verdi, carminio, punteggiate di indaco, occhiute di color tabacco e sotto quel brulicare lieve e festoso il suo corpo riprese spessore, uno spessore cangiante e impetuoso come la vita e di nuovo s’animò, si sollevò da terra e prese il volo fino a riprendersi il suo posto: croce di ali frementi e colorate sul piccolo lago nascosto in un’aurora segreta.