Uomini che parlano troppo

Posted in ritorni, segreti con i tag , , , , , on 21 Agosto 2009 by isabellamoroni

460212927_48eea620f8Prenderti. Qui, stretto fra le mie gambe finchè anche il desiderio non scolora.
Senza altro dire, persa nel bene che solleva per la prima volta il tuo parlare. Semplice, appena luminoso. Tenero.

Accoglierti, abbracciarti, annusarti nel silenzio che segue le parole.
Toccarti, dunque, e crescere con la sola potenza di ciò che hai detto e di quel giovane, antico desiderio che ti portava a me con gli occhi caldi. Troppo breve e troppo intenso.

E’ ancora oggi il tuo desiderio a far sorgere il mio?
E’ la tua disperazione che fomenta il mio corpo?

Sono fremente.
Come allora la parola che seduce accende ciò che è sopito.
Da sempre.

Le tue carezze, la delicata sospensione di quel primo sapore inzuccherato mai domo che m’ha accompagnata fra tutte le violenze che mi sono inflitta.

Se solo tu riuscissi ad intuire questo splendore che mi s’apre nell’anima ed in tutti i miei sensi, verresti da me in silenzio.
Ma non lo farai.
Ti gorgogliano le frasi nel petto, la gola riarde di urla, la lingua inciampa fra le lettere e nessun bacio attenua il tuo infinito parlare.

E’ così che m’hai aperto una falla nel cuore da dove vedo uscire tutti i miei domani ed i lucchetti con cui li conservavo.

Donna è Web 2009 | Il Premio naviga lontano, oltre la pagina web.

Posted in donne e donne con i tag , , , , , on 6 Agosto 2009 by isabellamoroni

webLa sesta edizione è appena iniziata. Si aspettano le candidature al Premio Donna è Web 2009 e già un gran movimento serpeggia fra social networl, press on line e blog, ma soprattutto fra le donne.

Donna è Web 2009 è Pensieri, parole, opere e missioni.
Ovvero è qualcosa di diverso dalle quote rosa del web. Anche perchè in molti hanno capito che le creative dei siti on line sono assolutamente paritari (e a volte anche più fantasiose) dei loro colleghi uomini con i quali, a ben guardare,  nascono intelligentissime partnership.

Ed allora, più che valorizzare la capacità femminile di disegnare siti e templates, di riempirli di contenuti o di innovazione, perchè non puntare i riflettori su quello che le donne riescono a fare con il web?

Nella nostra Italia dove chi comanda ancora non ha capito la reale potenzialità della rete (o forse proprio perchè l’ha capita la teme?), dove invece di tutelarla e finanziarla  vengono varate leggi che chiudono siti e servizi, dove la libertà di comunicazione è vissuta come una minaccia, servono persone capaci di parlarsi, capaci di scambiarsi anche  con gli altri popoli, superando odi e pregiudizi.
Servono persone che inventando modelli di business, creando servizi a basso costo o solo inventandosi in rete il proprio lavoro, offra la possibilità di uscire dalla povertà.
Servono persone intimamente abili allo scambio, quella peculiarità assoluta di internet, conosciuta col nome di “feedback”, di persone che sanno dialogare. Paritariamente.

E le donne sono in movimento da secoli per realizzare questa comunicazione, ne sono la prova le community costruite attorno a saperi, necessità e piaceri ed ogni altra aggregazione ed espressione contemporanea che partendo dall’elaborazione femminile diventa capace capace di suscitare domande e di mettere in movimento nuove vite.

Ci sono capitata per caso, a Donna è Web, ma la sincerità del lavoro, l’entusiasmo e, diciamolo, anche l’essenzialità (e chi critica pensando che dietro DeW ci siano finanziamenti astronomici, forse dovrebbe approfondire le sue cognizioni) della sua realizzazione mi hanno coinvolta completamente: un anno per parlare di Web 2.0, un anno in giuria e quest’anno per seguire (sel tutto volontaristicamente) la fase “PAROLE – Gli incontri letterari di DeW”, una sorta di percorso di accompagnamento del Premio fino alla serata conclusiva.

Presenteremo libri di donne che con il web hanno un rapporto stretto. Le incontreremo a Viareggio dal 7 agosto al 4 dicembre, ogni quindici giorni, negli spazi dell’ex Caffè Margherita, splendida architettura liberty, dove ha ora sede la libreria Mondadori.
Conoscere uno scrittore è già un buon cibo. Leggerne i libri il più delle volte struttura l’anima.

Sospetta Innocente

Posted in scritture con i tag , , , on 13 Luglio 2009 by isabellamoroni

Questo mio racconto, 3000 battute o una manciata di più ispirate alla foo di jerry Uelsmann che vedete qui a fianco, l’ho scritto (insieme ad altri 49 compagni di viaggio) per il progetto “Auroralia” di Gaja Cenciarelli.

Diventerà parte di un libro nel prossimo autunno.
Questo racconto e tutto quello che gli si è mosso attorno, è riuscito a cambiare una fetta della mia vita.
Grazie!

Quando arrivarono non c’era più nulla da fare.

Lei era ferma lassù, croce surreale, scura e scarnificata come sterpo d’erba amara. Erba di cui si nutriva.

I medici chiamati a costatarne il decesso, però, non riuscirono ad arrivarla.

Furono chiamati i pompieri, che traggono in salvo anche gl’intrappolati del decimo piano, ma più le scale salivano, più Lei sembrava allontanarsi come un miraggio, un’illusione ottica, una percezione distorta.

Quella che Lei aveva sempre avuto del suo corpo, della sua vita, delle sue passioni.

Chiamarono l’elicottero che, invece, non riuscì a scendere ed il Prete che non seppe farle arrivare una di quelle preghiere che irretiscono ed accalappiano, cosa assai strana per un sant’uomo capace di parlare con Dio che di certo era fermo ben più in alto di quel corpicino risplendente.

Il Commissario era nervoso. Chi mai avrebbe potuto inscenare un omicidio talmente perverso e perfetto da lasciare in bella mostra il corpo del reato senza che nessuno potesse impossessarsene?

Perchè il Commissario era sicuro che d’omicidio si trattasse.

E poi come poteva succedere che un cadavere (per quanto mirabile ed intento nel volo) potesse rimanere sospeso in aria, contro ogni legge della fisica? Quale sortilegio era mai accaduto perchè nessuno riuscisse a farlo scendere?

Un cadavere -pensava il commissario mentre iniziava a colare nella sua mente un rivolo di magia- è privo di volontà, sì, insomma, inanimato…

Fu allora che giunsero le Acrobate della Vita.

Erano tutte come Lei, giunchi senza sostanza, impegnate nella continua giocoleria del digiuno e della rabbia, della fame e dell’affermazione.

Acrobate sempre in lotta con il loro passato, con la loro meraviglia e sempre sopraffatte dalla loro paura.

Tutte La guardavano con lo sguardo che s’offre alle dee alzando le braccia sottili come rami d’una foresta di dolore verso il corpo che aveva raggiunto il desiderio di ognuna: volare. A costo della vita.

Interrogate risposero: “Un’Acrobata della Vita non è mai priva di volontà, neppure da morta.

La volontà è la sola cosa che possediamo, la nostra strada. Non abbiamo nient’altro da aggiungere.”

Infine vennero gli Acchiappafarfalle che, agitando i lunghi manici flessuosi dei loro retini -piedi ben fermi nell’acqua gelida- avvolsero quella croce spiumata nella trama di rete.

Il corpo leggero si fece prendere e, fluttuando, come fanno le farfalle rapite, si posò sulla spiaggia.

Attraverso la pelle traslucida si contavano le ossa.

Il Medico Legale diagnosticò: anoressia. Ma non seppe spiegare come fosse finita lassù.

Le Acrobate sorridevano officiando il rito della liberazione.

Gli Acchiappafarfalle la cosparsero di ali colorate azzurre, verdi, carminio, punteggiate di indaco, occhiute di color tabacco e sotto quel brulicare lieve e festoso il suo corpo riprese spessore, uno spessore cangiante e impetuoso come la vita e di nuovo s’animò, si sollevò da terra e prese il volo fino a riprendersi il suo posto: croce di ali frementi e colorate sul piccolo lago nascosto in un’aurora segreta.

Auroralia

Posted in libri e letterature, scritture con i tag , , , , , on 25 Giugno 2009 by isabellamoroni

auroraliaflexiDomani lo leggeremo.
Quel racconto fantastico che abbiamo scritto sulla fotografia della Donna Volante di Jerry Uelsmann.
Ma che dico, scritto?
Lo abbiamo scalfitto, cesellato, scarnificato. Sognato. Lo abbiamo annusato, mangiato, dilaniato.
Qualcuno l’ha lasciato riposare fino a quando ha avuto una folgorazione. Altri ci si sono specchiati talmente a fondo da riemergere a fatica da quel lago.

Lo abbiamo chiamato Auroralia e, se volete, ne potrete sapere ogni risvolto ed ogni battito.

Scrivere un racconto di tremila battute ispirandosi ad una foto. Tremila battute sono troppe o troppo poche, erano piene di rabbia, di dolore, di umorismo.
La donna sospesa lì fra le montagne (diciamolo, ancora oggi mi fa venire un gran senso di freddo) ha lasciato passare tutto sotto di lei. E qualcosa anche sopra. I racconti che volavano alto, ad esempio.

La scrittura, si sa, può piacere o no, ma chi scrive si è messo in gioco. Con tutti i suoi segreti.  Offrendo la chiave per accedere a ciò che nessuno prima sapeva.

Non a caso Auroralia è un’emissione di fiati che appannano la realtà così come ce la siamo rappresentata.
Cinquanta modi diversi di leggere la storia di una fanciulla seccaccina messa in croce sull’aria.
Di una che non assomiglia ad un uccello, nè ad una modella, ma forse ad un gioco di prestigio o solamente a un trucco teatrale.
Eppure proprio lei (potere dell’immaginario) ha portato a battere per centocinquantamila volte sulla tasiera.

Centocinquantamila o forse più, perchè qualcuno ha sforato facendosi prendere la mano dal volo che s’era impresso nelle dita.

Domani saremo lì, quindici su cinquanta, e leggeremo i nostri racconti che già da qualche giorno, severi come solo i creatori possono essere, abbiamo analizzato, criticato, lodato. Racconti che ci hanno fatto fermare.
Chissà dove.

Perchè non venite tutti? Vogliamo fare diventare enorme la libreria che ha accettato di accoglierci.
Allargandola con parole, coriandoli, stelle filanti, musiche, fuochi d’artificio, palline colorate, m&m’s e tutto quanto di più esorbitante si possa inventare.

Vi aspettiamo con questi racconti:

Gaja Cenciarelli – Quante volte
Enrico Gregori – Il filo spezzato
Sabrina Manfredi – Il riposo
Fiamma Lolli – In pieno
Monica Viola – Freddo
Isabella Borghese – Il rovescio della bugia (accompagna Guido Prandi, al basso)
Andreina Lombardi Bom – Migranti
Maria Gabriella Bartocci – Il lago dell’abisso
Silvia Ancordi – Astrale, terza a sinistra
Pasquale Esposito – Il mio sogno
Laura Costantini e Loredana Falcone – Tu come tutte le altre
Enzo Ciampi – Lontano da Akr Caar
Anna Costalonga – Ad sidera
Cordula De Prey – Stanza buia, doppia porta
Isabella Moroni – Sospetta innocente
Carlo Sirotti – Carolina, no

Venerdì 26 giugno 2009
ore 21
Libreria Flexi
Via Clementina, 9 – Roma

Le canzoni della passione.

Posted in teatri con i tag , , , , , , on 3 Giugno 2009 by isabellamoroni

Beba do Samba venerdì sera.
Un locale storico, uno di quelli dove si ascolta buona musica latino americana non troppo commerciale e s’incontrano poeti, ma soprattutto gente che la musica ce l’ha nel sangue.

Tutto è pronto per accogliere il pubblico di Canio Loguercio ed immergerlo in un liquido amniotico di passione un po’ gotica, un po’ popolare, un po’civile e impegnata. Di passione, insomma.
Un “santino” inquietante con sul retro le parole di Voce ‘e Notte ed una scatolina di liquerizie con su un cuore tatuato (“passion”, c’è dubbio?) accolgono gli spettatori all’entrata.
Nella sala, Canio, ancora armeggia fra oggetti da nascondere e mixer da tarare.
Le luci sono quelle del locale, il palco un triangolo asimmetrico non più profondo di 2 metri sul quale, nel corso del concerto, l’artista sembrerà stare in equilibrio. Come sul filo.

Canio Loguercio a Roma è conosciuto e sconosciuto al contempo. Merito della sua capacità di esserci solo quando occorre, come succede alle epifanie.
In rete, invece, girano alcuni suoi brani e qualche video che, però, non gli rendono giustizia o forse, più semplicemente, sono lì per nascondere una grande sorpresa.
Il suo concerto, infatti, è un’esperienza che difficilmente può essere riprodotta.

Innanzi tutto è divertente perchè è una continua sorpresa: ora un gadget luminoso disegna un’aureola rossa sul soffitto, ora degli occhiali al neon lo rendono un semidio alieno dagli occhi di gelatina turchese elettrico. Ora un paperotto gira su se stesso fino ad incontrarsi con Biancaneve e tutto questo mentre, armato di microfono e torce elettriche, Canio s’auto illumina e s’auto amplifica senza sbagliarsi mai.

Ma in realtà, dentro questo bric-à-brac di sorpresine evocative, sono le canzoni a spadroneggiare: sussurrate (come vuole il titolo del concerto), cantate, o recitate.
A volte le note s’innalzano prendendo l’aria tutta d’intorno; altre volte le devi scovare tra le labbra dove sembrano posarsi più a lungo dell’immaginabile. Ancora rotolano giù veloci come perle rovescaite da un sacchetto e sempre raccontano qualcosa, anche sentimenti nuovi.

Ardente equilibrista della parola, Canio Loguercio forse non ha inventato un nuovo modo di fare musica, ma ha saputo farla diventare Teatro.
Un Teatro che riecheggia ora le crude performances degli anni ‘70, ora le cerimonie segrete delle culture orientali.
Bastano quattro tubi innocenti ed una vecchia tendina di velo per costruire lo schermo che ci porterà in un mondo nuovo fatto di quel che resta da intuire di diapositive sgranate in movimento, basta una camera d’aria gonfiata in scena per tornare in un luogo già vissuto, fra le botteghe dell’infanzia ed il sogno dell’avventura.

Prendere la canzone napoletana e trattarla così, restituendole e mantenendole tutta la forza poetica e quotidiana, è una vera creazione; prendere il teatro e sottometterlo alla forza della parola popolare, del gesto comune, ma soprattutto a quella della musica è un’innovazione della quale abbiamo bisogno.
Perchè non calcola, viene proprio da una necessità di stupirsi, stupire e, fino in fondo, amare.

L’avanguardia è leggenda.

Posted in teatri con i tag , , , , , on 16 Novembre 2008 by isabellamoroni

luoghi_palcoscenico_021A volte la memoria è così vivente che mi chiedo: quando abbiamo cominciato a dimenticare?
Quando è successo tutto questo che ci ha portato a tagliare i legami, a considerare vecchie e superate le pratiche del cuore, a ridere sfacciatamente di chi proseguiva, ostinato, nel suo lavoro, ad abbandonare chi non mutava visione e non cambiava i suoi alfabeti osboleti.

Quando è successo?

Al convegno sulle avanguardie degli anni ‘60 e ‘70 a Roma e New York che ha aperto un’iniziativa teatrale di grande empatia, si voleva fare il punto su un’esperienza che ha rivoluzionato il teatro, poco più di trent’anni fa, che ha moltiplicato le proposte, gli spazi e le opportunità, che ha scovato idee e creatività inaspettate, che ha tramutato promettenti primi attori di teatri stabili in indomabili leoni della sperimentazione.
Si voleva offrire su un piattino -come dice Lydia Biondi, dell’Associazione MTM, organizzatrice dell’evento- alle nuove generazioni di teatranti non solo un’ esperienza, ma anche le modalità lavorative grazie alle quali questo teatro è esploso.

Perchè nel 1976 quando Renato Nicolini divenne Assessore alla Cultura l’Assessorato non esisteva, perchè è reale che la performance “di rottura” della Compagnia La MaMa di New York è nata da una mancanza di spazio che ha costretto gli attori a recitare all’aperto.
Perchè l’arte e la vita si confondono e niente deriva mai dal pensiero teorico, quanto dalla risoluzione dei piccoli imbrogli della vita.

E così che si è costruito un teatro nuovo, ma non riesco a ricordare quando e perchè ce lo siamo fatto portare via, privando le nuove generazioni di un’esperienza che ora imparano sui testi universitari.
Leggono e utilizzano proprio quelle vecchie tecniche per mettere in scena i loro spettacoli. Tecniche che però, svuotate dal loro percorso storico,  rendono la scena tanto perfetta quanto inerte.
Chissà se lo sanno, del resto tutti noi li continuiamo a scusare ed a guardarli un po’ come fossimo tanti Von Aschenbach di fronte a Tadzio, invece di trasmettere il senso ed il sapere, come si faceva nelle antiche botteghe artigiane.

Intanto i protagonisti del convegno raccontano.
Si materializzano, come proiettate su un muro, le gabbiette ed i muri di Remondi e Caporossi, le prove senza fine del Progetto Musil di Giuliano Vasilicò, le corse affannate di Manuela Kustermann, i teatri che occupavano archi e vecchie stalle, tendoni e sotterranei di antiche chiese, le interazioni pericolose con il pubblico, le notti interminabili di Leo De Berardinis e Perla Peragallo, la spiaggia di Castel Porziano invasa adi poeri ed acquietata dal “pifferaio magico” Allen Ginsberg; le limonaie, le arancere e le uccelliere trasformate in luoghi d’azione come le decine di altri teatri da tempo persi, espropriati, ridotti a ristoranti, supermercati, residenze di charme.
Era un teatro costruito sui sogni, sulle speranze, sulla certezza  della libertà del pensiero e della necessità della dialettica e dello scambio, sulla forza della verità racchiuisa nella parola e nel gesto, oltre che sulla fatica, sul talento e sulla creatività di spiriti appassionati.

Non è facile uscire fuori dall’autocelebrazione, chi c’era si diverte e si ricorda, tira fuori le antiche battute, rinfocola le rivalità, rispolvera le avventure piccanti, ma anche le frasi fatte e le cattive abitudini.
Chi non c’era non c’è neanche oggi.

Ma quello che conta è essere ancora sulle assi del palcoscenico, con la propria ricerca infinita, con la propria curiosità mai persa, con i sogni traditi e i sogni traditori.

E divertirsi sempre perchè si sa: sarà una risata che li seppellirà!

Chi ricorda Biba boutique delle meraviglie?

Posted in ricordi on 27 Luglio 2008 by isabellamoroni

 

Dieci anni o poco più di gusto, di innovazione e di “perdizione” nella swinging London degli anni 60-70… una boutique emozionante come uno scrigno delle meraviglie: Biba

Per chi non c’era, Biba era un grande magazzino come da noi non se ne erano mai visti, ma che aveva uno stile completamente a sè anche nella patria degli Harrod’s.
Attorno esplodevano minigonne, micropull, oblò di plastica trasparente, zampe d’elefante e maxigonne a bande verticali bicolori, all’interno dei sei infiniti piani di Biba ci si perdeva come in un raffinato postribolo liberty.
Sotto il marchio dorato in stile floreale che si ripeteva, prezioso, anche sulle etichette dei capi, sui makeup e sugli oggetti d’arredo (e, diciamocelo, esibire loghi non era considerato affatto di buon gusto) il pensiero di Biba si diffondeva come un virus fra attori e musicisti come David Bowie, Brigitte Bardot, Mick Jagger, Mia Farrow e Raquel Welch, ma soprattutto fra quelle “ragazza degli anni ‘70″ che avevano fatto della curiosità, della diversità e della ricerca di cose straordinarie il loro modo di vita.

Da Biba in Kensington High Street (per caso nacque qui la cover di Patty Pravo “I Giardini di Kensington?) ho scoperto il colore viola polveroso che ancora m’accompagna come un talismano, ho capovolto ogni teoria sui bagni pubblici trovando toilettes arredate con divanetti di pelle e decorate con piume di struzzo; ho inventato la mia fantasia già così legata al ‘900, immaginando vite parallele fra le pareti nere, le lampade art decò, i divani maculati, le montagne di cuscini di velluto devorè.

Forse, quando vi sono entrata per la prima volta, già Biba non era più il punto d’incontro dei Rolling Stones, nè Twiggy sedeva ad ascoltare le band suonare dal vivo nella sala concerti, forse l’anno successivo sarebbe finita la sua favola, ma la moltitudine di oggetti sconosciuti ed introvabili, le fantasie optical, il disordine affascinante che conduceva a scoprire, nascosti fra le tuniche, grandi foulard, lunghi abiti dalle profonde scollature quadrate, profumi ed essenze indiane racchiuse in fiale dannunziane, bijoux, biscotti, fagioli e detersivi erano lì pronti per far volare via e per far sentire un’intera generazione all’interno di un’esperienza.

Tutto da Biba era nuovo, tutto sarebbe diventato, in breve tempo, un marketing comune; tutto era disegnato da Barbara Hulanicki e nulla avrebbe più lasciato una traccia così romantica e appassionata come quella del look di Biba.

Quest’autunno dicono che ne avremo un assaggio od un ricordo in un marchio di borse dai colori prugna, rosa antico, nero e crema, blu scuro e grigio che -dicono- faranno rivivere lo spirito degli anni ‘70…  ma non basteranno a rendere la vitalità, gli ideali e la sensazione di quell’ingovernabile libertà che ne era l’anima.

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