Report 2011!!!

Questo è sciallieventagli!

Here’s an excerpt:

The concert hall at the Syndey Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 10.000 times in 2011. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 4 sold-out performances for that many people to see it.

Click here to see the complete report.

La dignità del corpo delle donne, i luoghi comuni, la rivoluzione.

A volte, penso, ci si fa schiavi dei luoghi comuni o delle finte “sovversioni” che poi, alla fine, sono luoghi comuni anch’esse.

Schiavi del buonismo mascherato da equilibrio e della pessima abitudine di mettere le mani avanti: “no, io non sono così… però…”.

E’ facile abbassare la guardia e lasciar correre. La gente è suadente, riesce ad inculcare dubbi; più spesso i valori, anche quelli più fermi, cadono di fronte alla loro (presunta) inutilità epocale, oppure il troppo spirito critico li mina alla radice (qualcosa del genere deve essere successo alla sinistra, per mano di tutti noi saldi nei principi e bravissimi nell’ironia critica senza scampo e senza ri-costruzione).

E poi tutto si ricompone a grande velocità, si rapprende e torna come prima, anzi come adesso. Ovvero senza memoria, un po’ come accade nei film di fantascienza.

E tornano i luoghi comuni, tornano le abitudini, tornano ad avere voce quelli che fino a poco tempo fa nemmeno si aspettavano di poter parlare (e di saperlo fare).
Tornano e sciorinano le loro verità mistificate non tanto dalla volontà delle proprie idee, ma di quella che pian piano è riuscita a colonizzare il loro cervello con l’educazione, con l’emulazione, con il cattivo modo di dare notizie marcandole sempre con un valore o con un’indicazione di giustizia o di verità.

Sono passati solo cinque giorni dall’agguato di Striscia la Notizia a Lorella Zanardo che ha permesso a noi tutti di iniziare una nuova, dura ed efficacissima battaglia-dibattito in rete, ma come se il tempo fosse un’altro, come se ci trovassimo su un’altro pianeta, anche i più insospettabili si sono dimostrati infastiditi da questa presa di posizione.

Forse perchè questa lotta non segue gli schemi convenzionali.

Dal commento più banale: “noi siamo troppo intelligenti per farci fregare da Ricci, spegnete anche voi la TV!” (come se bastasse qualche migliaio di monitor neri per sconfiggere l’infinita volgarità politica ed umana della trasmissione), alle voci di quelli (quelle?)  progressisti e curiosi tanto da scusare la gallery fermo immagine sulle coreografie delle veline (che ce le mostrano con le bocche colanti latte assolutamente identiche a quelle pornografiche che colano sperma o con le mani che mimano carezze fra gli inguini e così via) dicendo che si tratta di “porno soft” e premettendo che loro contro questa “forma d’arte”non hanno proprio nulla sempre che non venga trasmessa in una fascia protetta.
Come se il problema si riducesse alla salvaguardia dei minori invece che a quella della dignità del corpo delle donne e dell’intelligenza di tutti gli esseri umani.

Poi c’erano gli spiritosoni che insinuavano che il fastidio del genere femminile di frontealle veline provenisse dalla mancanza di un omologo maschile, cosa che -al di là della sua stupidità intrinseca- dimostra di non saper tenere conto che ci sono differenze naturali fra l’immaginario maschile e quello femminile e che probabilmente bicipiti tartarughe e culo non bastano a definire il sogno erotico di una donna. Di nessuna generazione. Neanche delle veline.

Sì è vero, ci siamo caduti spesso nel generalizzare: “è il loro lavoro”, “è l’immaginario attuale”, “è quello che si merita l’Italia”, oppure “basta non guardarle”. Ma è proprio questa la cosa più triste: non avere più la voglia o la forza di opporsi, di dire di no. E’ triste dare tutto per scontato, far sì che le abitudini che abbiamo assimilato ci lasci ritenere possibile tutto e ci spinga a non curarci più dei nostri bisogni lasciandoci prendere per buoni quelli che ci hanno suggerito dovessimo avere.

Non è più tempo di sperimentare equilibi(smi) innaturali.

E’ tempo di cambiare, forse, come dice Christian Raimo, di “rompere lo schema linguistico altrui nell’azione performativa” o forse, come penso io,e di non credere neanche per un istante a chi dice che le azioni nate in rete, le rivoluzioni ed i sovvertimenti chiamati a raccolta dal web durino poche ore, restando poi vittime della realtà e dei poteri.

Non crediamolo mai.
Mille voci anche solo per qualche giorno hanno il potere eversivo del cambiamento.
E dell’autenticità.

sopdet: i demoni di lara manni tornano fra gli umani nella luce magica di sirio

Sopdet di Lara Manni

E’ davvero emozionante il nuovo libro di Lara ManniSopdet (Fazi Editore), “seguito” di Esbat, ma rispetto al primo assolutamente autonomo e, se posso dire,  molto più maturo e compiuto.

Anche Sopdet ha esordito come fanfiction sul sito EPF, ma col tempo si è modificato, approfondito, ingigantito.

Se Esbat aveva in sè tutti gli elementi di un fantasy-horror dove demoni e rituali conducevano il gioco e deteminavano la storia (pur mantenendo un acuto sguardo sulle potenzialità e le meschinità degli umani) in Sopdet i demoni che ne sono protagonisti (forse solo per casualità o per gioco) diventano delle semplici pedine del destino.

O forse è il destino che è un gioco nelle loro mani?

Sopdet è un libro sul tempo. Il tempo che arriva anche se a noi esseri umani sembra che trascorra, che “passi”.
Arriva portandoci novità e cambiamenti.

Nel racconto ritroviamo alcuni dei personaggi di Esbat il grande splendido demone Hyoutsuki, il suo avversario di sempre e mezzo umano Yobai e la piccola Ivy che dalla Sensei, la mangaka di Esbat, ha ereditato il potere di interagire, disegnando, con il mondo “altro”.

Questa volta, però, la posta in gioco per i demoni è la loro stessa esistenza. Ivy può ucciderli con un tratto di china e loro devono impedirlo.

Trapasseranno la soglia fra i mondi senza nessun rituale di sangue, nel periodo in cui (succede ogni mille anni) la stella Sirio (Sopdet per gli antichi) torna a brillare per soli settanta giorni nella stagione invernale.
E qui vivran

no -proprio per soli settanta giorni- in tre diverse epoche dello stesso secolo, il novecento, secolo della trasformazione e della crescita, secolo che non ha (finora) mai avuto eguali nella storia.

Vivere nel nostro mondo e a contatto con il mondo altro fra due guerre ed una (piccola) rivoluzione cambierà tutti i protagonisti e offrirà ad ognuno la possibilità di compiere un destino fra i tanti che potrebebro essere.
Ivy dopo infinite peripezie, morti e scoperte sopravviverà con una enorme certezza in più che le offrirà un altro dono, quello della generosità, della pietà. Senza ricompensa.

Lara Manni, giovane autrice piena di talento e di sensibilità, dimostra una capacità davvero ricolma di compassione nel ricercare e approfondire temi come la vecchiaia (il tempo sia che arrivi o passi porta la vecchiaia e questa, anche nelle persone più illuminate e “magiche” conduce al disfacimento e alla morte); studia e ricostruisce con passione epoche lontane da lei come la prima e la seconda guerra mondiale o in cui lei era davvero una bambina piccola, come il 1977.

Di queste epoche riporta alla luce (libera dalle tenebre? lascia brillare nel chiarore di Sopdet?) fatti semisconosciuti, cerca di offrire un altro senso alla storia e immagina qualcosa che dovrebbe farci riflettere: davvero tutto accade per “caso”? O in quel momento si sta svolgendo una lotta fra demoni? O la Dea ha deciso di divertirsi?

Scritto come fosse una partitura musicale, Sopdet interseca le tecniche della graphic novel a quella della sceneggiatura, al romanzo vero e proprio.
I piani si mescolano. Contemporaneamente accade tutto, in un montaggio serrato ed evocativo. Parole che sono immagini, immagini che diventano racconti e poi di nuovo disegni e infine didascalie.
Creando un movimento continuo che attrae il lettore e non lo lascia chiudere il libro.

Nonostante venga considerato un romanzo di genere, Sopdet va molto oltre e racconta la storia, le generazioni, la vita, le donne. Porta alla luce tematiche che non possiamo dimenticare perchè tornano, appunto, attraverso i secoli mai sconfitte, anche quando “pensavamo che”.
Un romanzo che accompagna e aiuta a passare oltre. Oltre l’adolescenza, oltre l’innamoramento, oltre la rabbia, oltre la vechiaia.
Oltre la paura della morte.
Con l’energia ed il sospiro dell’amore che a noi umani soltanto è concesso.

pubblicato su art a part of cult(ure) il 1 maggio 2011

sogno d’autunno di alessandro machìa. uno spettacolo che fa grande il teatro contemporaneo.

Uno spettacolo come non se ne vedono quasi più.
Essenziale, diretto, studiato con una profonda passione per il testo, l’azione e la drammaturgia.
E’ Sogno d’Autunno di Jon Fosse nell’allestimento di Zerkalo Teatro per la regia di Alessandro Machìa, con Sergio Romano , Viola Graziosi, Daniela Piperno, Massimo Lello ed Elisa Amore, in scena in questi giorni al Teatro Vascello di Roma.

La storia è quella di tutti, l’amore che serve per sopravvivere, la famiglia che non esiste più, il tempo che si confonde su più piani: passato e futuro sono lì, pronti ad essere consumati in un presente che sembra essere governato solo dalla morte.

E’ la morte, infatti, il tema portante di questo testo straordinario testo che si compone e si scompone sul ritmo dei luoghi comuni, delle conversazioni

E non a caso tutto si svolge in un cimitero dove i protagonisti si ritrovano forse per un funerale, o forse solo per strapparsi fuori dalla routine. E’ un cimitero scarno: nomi e date, ognuna delle quali cela storie che possiamo solo immaginare, magari storie romaniche, passionali, incredibili, ma tutte storie che hanno dato origine ad altre persone e, dunque, ad altre storie.

E’ nel cimitero che si incontrano e s’innamorano l’uomo e la donna ognuno munito del suo bagaglio di dubbi e sospensioni, di foga e di necessità. Ed è sempre nel cimitero che sopraggiungono i genitori dell’uomo anch’essi caratterizzati dalle loro ansie, idiosincrasie, abitudini quasi mortali.
La vita li sta uccidendo.

La vita ci sta uccidendo?
Nonostante tutto non è questa la metafora: nell’intrecco di brani di esistenza che si mescolano creando una nuova struttura del tempo, lo spettatore viene portato ad una costruzione autonoma (e personale) del significato. Alcune cose non le può neanche intuire, le scopre man mano che le frasi vengono aggiunte, ripetute, reiterate.
Alla fine muoiono i vecchi, muoiono gli uomini, muoiono i figli forse mai voluti e restano tre donne con la loro eterna missione di accompagnare, accudire, far rinascere.

Sostenuta da una recitazione di grande valore, questa drammaturgia difficile e sospesa si manifesta in tutta la sua forza senza mai eccedere nè concedersi una (pur facile) caratterizzazione dei personaggi.
Mai sopra le righe anche nell’espressione del dramma, gli attori si mettono al servizio del testo, non relegano lo spettatore al ruolo di “voyeur” e offrono una tensione costante e sfaccettature a volte sorprendenti che creano uno spettacolo “vivente” e pieno di personalità.

pubblicato su art a part of cult(ure) il 17 aprile 2011

Il bus si è fermato di Tabish Khair. La letteratura indiana alle prese con l’occidente

Il bus si è fermato, Tabish Kair

Quando ho visitato la prima volta la Fiera del Libro di Calcutta, nel lontano 1990, ebbi una specie di stordimento all’interno di quel vastissimo giardino dove si moltiplicavano centinaia di libri di ogni genere, scritti con caratteri sconosciuti e rotondeggianti che mi aprivano la possibilità di scoprire mondi sconosciuti.

All’epoca in Italia esisteva forse solo il Salone del Libro di Torino o qualche altra piccola forma di divulgazione editoriale e, sicuramente, il libro non era quell’oggetto da prodotto interno lordo che è diventato oggi.
Da Calcutta in poi ho sempre pensato che l’India, oltre al ben noto scrigno di misteri, fosse anche uno scrigno di letteratura sconosciuta e che i vari poemi epici giunti a noi non fossero che la punta di un iceberg di dimensioni gigantesche.

Poi è arrivato Salman Rushdie e tutto è cambiato.
La letteratura contemporanea indiana è uscita allo scoperto e si è annidata nel cuore delle letterature europee. Abbiamo conosciuto centinaia di autori e di storie, eppure tutta questa produzione letteraria non riesce a convincere del tutto. Prodotto di una generazione di scrittori dalle caratteristiche comuni (anglofoni, provenienti dalle metropoli e da una determinata classe sociale, la maggior parte dei quali vive permanentemente all’estero) questa letteratura tende a raccontare l’India come fosse un lontano frutto esotico, indulgendo sulle sfumature ironiche e stereotipate, delineando più attitudini che psicologie, enfatizzando i tic, ma soprattutto sottolineando il divario fra il buon gusto dell’occidente e il sovraccarico di abitudini, formalismi e tradizioni del subcontinente indiano.

Questa possibilità di sorridere “dello straniero” offerta all’occidente, ha portato una sorta di “moda letteraria indiana” molto apprezzata. Un successo che ha portato a dare spazio anche ad autori di scarso livello, ma soprattutto a scrittori di poca autenticità che lavorano strizzando l’occhio al lettore occidentale invece di proporsi come indagatori della società, come invece fanno gli scrittori delle lingue locali.

Non sempre, però, il risultato degli scrittori anglofoni è negativo. “Il bus si è fermato” (Edizioni Nova Delphi) diTabish Khair, storia fatta di tanti racconti che si snodano sul percorso di un autobus che attraversa zone rurali con il loro carico di miseria, di leggende, di fede e di dolori.

Non cerca di farsi benvolere dal lettore europeo Tabish Khair ed anche se racconta con un sorriso amaro le realtà più grottesche del genere umano, lascia che il rispetto per l’umanità rimanga il filo conduttore del suo romanzo.
Anche quando è un’umanità sbandata, addolorata, abbandonata, oppure che porta su di sè i segni delle caste, della povertà e della prevaricazione.

Lungo il percorso dell’autobus che da Gaya porta a Patna e viceversa, come in un film, s’affollano figure diverse: i contadini stagionali, la bellissima serva che paga la sua sensualità, l’eunuco che vince in femminilità qualsiasi altra donna, il ragazzo che fugge dopo un furto finito male, il manager indo-danese che nonostante tutti gli intoppi d’un viaggio sulle strade dell’India riesca a portar a termine la sua missione finanziaria e su tutti l’autista Mangal Singh, collezionista di immagini che, con il suo fischietto acuto, ordina le partenze ad ogni fermata. Sapendo che conserverà un’immagine per ogni viaggio della sua vita.

Dunque qualcosa nella letteratura indiana sta cambiando, la grande richiesta ha fatto sì che si sia cominciato a tradurre anche autori che scrivono in hindi o in bengali, lingue che ci conducono proprio in quel mondo sconosciuto fatto di libri scritti da indiani, per gli indiani, in una delle lingue indiane.
Milioni di storie scritte in India, una per ciascuno del suo miliardo di abitanti, dieci per ciascuno dei trecentomilioni di dei del suo pantheon.
Il mondo racchiuso n un libro. In qualche milione di libri.
Per imparare che sono molte di più le cose che si possono scrivere che quelle che si possono vivere o immaginare.

pubblicato su art a part of cult(ure) il 25 marzo 2011

Verso il bosco. Come nella vita.

La parola che campeggiava nella nuvola del fumetto era “bosco”, eppure non c’era alcuna illustrazione che potesse dargliene un’idea.

Sulla carta era proprio così. Uguale, come nella vita.
La periferia alle spalle, la borgata fatiscente nella quale viveva, il ponte dell’autostrada che la sovrastava, l’ultima fermata della metropolitana ed il grande, enorme parcheggio che accoglieva i pendolari allo svincolo e che la sera restava deserto come le anime di tutti quelli che s’affacciano al suo bordo.

Il gioco consisteva nel superare il limite del parcheggio. Proprio lì dove il cemento armato si trasformava in una sterpaglia piena di fazzolettini usati, preservativi e altri innominabili rifiuti. Poi risalire sulle rampe dello svincolo e vedere con i propri occhi “cosa c’è di là”.

In pochi ne avevano il coraggio.
Qualche passo, poi il rombo di una moto in uscita li faceva appiattire senza fiato contro il guardrail, di seguito passavano le macchine, i camion, i furgoni… sembrava che tutti fossero costretti ad uscire lì, ad incontrarsi proprio con quella periferia.

“Cristo Santo!” pensò mentre a stento riusciva a respirare nel risucchio d’aria fra un’automobile e l’altra “ma tutti qui devono venire? Ma non lo sanno che allo svincolo precedente oppure a quello successivo troveranno esattamente le stesse cose? Un parcheggio lurido, un capolinea della metro e una borgata che rosicchia la periferia”.

Ma forse non era così.
Fece appena in tempo a rialzarsi che l’istinto di conservazione lo spinse giù di nuovo fino al parcheggio.
Il traffico rombante cessò di colpo.

Ancora una volta, quella sera, rimase nel parcheggio, accovacciato sotto la lampada dalla luce gialla e fredda con il suo manga fra le mani a chiedersi, proprio come il protagonista del suo fumetto: “Cosa sarà mai un bosco?”.

Ancora una volta, quella sera, non avrebbe saputo che, oltre l’autostrada, iniziava il bosco.
Quello che era sopravvissuto alla Grande Distruzione.

C’era stato il tempo in cui la città non aveva ancora cominciato a mangiare se stessa. I suoi abitanti al risveglio potevano decidere se fermarsi a respirare guardando il cielo oppure entrare nella grande metropolitana veloce che li avrebbe portati nel ventre della città.
Potevano scegliere se prendere la bicicletta, issarvi i figli in canna ed andare a mangiar granchi sulla riva del mare, oppure nutrirsi di quei liquidi dolci dai colori fluorescenti che (dicevano) dessero la giusta energia per tutto il giorno.

A volte nelle storie illustrate, questi ricordi tornavano pressanti anche per chi non li aveva mai vissuti. Immaginari contrapposti speranze e rifiuti, deliri irsuti che ancora mettevano a ferro e fuoco le viscere e il cuore.
Perché poi i cuori erano rimasti gli stessi e, incuranti del fuoco, dell’acqua, della chimica rivoltosa, della devastazione e del massacro, continuavano a ricostruire il sogno luminoso del passato: avere un futuro migliore.

Il silenzio disturbava i suoi pensieri. Senza quelle striature di clacson, senza il tuonare fumoso dei motori non riusciva più a concentrarsi, ancora una volta, quella sera, sarebbero scesi i corvi a beccargli le guance e le palme delle mani.

Da dove venivano quei corvi? E cosa era mai un bosco?
Il corvo scese verso il cemento del parcheggio immobilizzando le ali nere bordate di grigio. Sembrava immenso e forse lo era. Le mutazioni genetiche avevano costruito nuove realtà.
Questa volta però era diverso. Gli artigli si stringevano a qualcosa di sconosciuto: un oggetto robusto e sottile che ad un’estremità si apriva in un ventaglio di piccole appendici fruscianti di un colore verde che non aveva mai visto prima.

La bestia non si lanciò verso di lui con il becco indurito dalla fame, ma aprì le zampe e lasciò cadere ai suoi piedi quell’arnese che, rotolando a terra, fece un rumore di vita battente, uno schiocco che s’annidò nella sua mente come la coda d’un pensiero antico di secoli: è un ramo.
Un ramo vivente. L’ultima propaggine di un bosco.

Lo afferrò, sembrava caldo e leggero, aveva una corteccia sottile ed un’anima chiara; lo scosse, frusciava. L’autostrada taceva, il corvo stava tornando, le sue ali sembravano smisurate.
Planò sfiorandolo. Pensò d’essere morto mentre dall’alto vedeva luci, asfalto, fabbriche abbandonate, lamiere.
Poi vide soltanto un verde fitto, mobile come un’onda sonora. C’era vita là sotto pensò prima di fluttuare verso l’abbraccio delle foglie, leggero come non era mai stato, curioso come non sapeva di essere.

Un colpo di vento ingiallito dalla luce livida del parcheggio, sfogliò le pagine del manga abbandonato. Nel riquadro che accoglieva il fumetto con su scritto “bosco” era apparsa l’immagine d’una foresta d’un verde fitto e mobile e, nella striscia di cielo che la sovrastava, un volare nero di corvi.

Sulla carta improvvisamente così. Uguale, come nella vita.

Isabella per il Giappone

La cultura, lo Stato, i cittadini.

Continua sempre più subdola e mistificante la vergogna di uno Stato che ha della cultura una considerazione pari a zero.

La scelta, approvata quest’oggi dal Consiglio dei Ministri, di reintegrare i fondi del FUS attraverso un aumento di qualche centesimo della benzina è una vera e propria offesa al mondo della cultura.
Per molteplici motivi.

In primo luogo perchè crea un conflitto fra i cittadini che si sentono ancora una volta “spremuti” ed i fruitori del sostegno alla cultura che, come si sa non sono direttamente gli attori, i danzatori o i registi, ma il più delle volte le produzioni, le fondazioni, le associazioni.

Quindi perchè fare questo assomiglia un po’ a dire “levatevi dalle scatole con i vostri scioperi, con le vostre interruzioni degli spettacoli ed il vostro inutile vociare e prendetevi quest’elemosina!”.
Un’elemosina che non vi faccio io Stato, ma che vi fate da soli.
Anzi, per aumentare la rabbia, l’impotenza ed il conflitto, quest’elemosina sanno costretti a farvela anche i vostri concittadini, anche quelli che della cultura se ne fregano.

Terzo: ancora una volta è il cittadino a farsi carico delle emergenze sociali. Finanzia i lavavetri, le badanti, la ricerca sulle malattie rare, i senzatetto, i terremoti e le frane nostrane, i precari, i cassintegrati e gli operai ricattati. Li finanzia in varie forme, dalla carità  alle donazioni, dall’utilizzo dei propri risparmi alle assunzioni in piena regola.

Infine, questo Stato italiano così scientemente avverso alla cultura ha festeggiato i suoi 150 anni di vita giocando tutte le sue manifestazioni, tutta la sua esteriorità proprio sulla cultura. Ha imbandierato i teatri, ha scomodato i maestri più famosi, ha fatto scendere in campo in tutte le città  musicisti, scrittori, attori, artisti affinchè parlassero di quest’importante anniversario, affinchè lo proponessero, lo caldeggiassero, se ne facessero garanti. Loro che potevano.
Loro, le donne e gli uomini di cultura che ancora hanno una faccia da spendere in confronto alle facce impresentabili dei governanti.
Lo Stato italiano per festeggiare ha sfruttato la cultura come un tempo (e forse ancora oggi) si sfruttavano gli operai, le donne e i minatori.

La cultura non è soltant un bene,  è  l’unico strumento libero e diffuso che ogni cittadino ha per sconfiggere la schiavitù fisica e intellettuale, per fuggire dall’oppressione, per immaginare un futuro, per imparare la curiosità, per liberarsi dall’appiattimento, per poter parlare, per non farsi umiliare, confondere, usare.
E questo strumento è vitale per uno Stato, è  la sua carta d’identità , ma anche quella di credito. Quando il peso economico si polverizza resta quello della conoscenza e della consapevolezza. Resta quello della capacità  di dialogare, di far circolare le idee, di innovare, di inventare… quello della cultura.

Per questo uno Stato dovrebbe inchinarsi e offrire tutto il sostegno e l’appoggio possibile, anche nella crisi più profonda, perchè dovrebbe sapere che è solo puntando sulle persone si potrà  ottenere una rinascita.

Invece no, si preferisce continuare a nutrire il disinteresse, ad aizzare lo scontro fratricida, a gonfiare i divari e rimestare la confusione.
Si preferisce dire: “Sbigatevela fra di voi. Io ho fatto quello che volevo e quello che avevo promesso. Voi rappresentanti della cultura non avrete più nulla da protestare e i cittadini perchè si dovrebbero lamentare? In fondo due centesimi in più sulla benzina non limita la loro mobilità  e tantomeno il loro bisogno di cultura!”.

E’ triste il paese che non rispetta il suo futuro.


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