La morte silenziosa. Per Idolina Landolfi.

Pubblicato su ricordi il 30 Giugno 2008 da isabellamoroni

L’ho saputo solo ora. Tardi per accompagnare qualcuno che ami fino a vederlo scomparire fra nuvole e orizzonti.

Idolina Landolfi, la professoressa Landolfi, Idolina la scrittrice, la traduttrice, la giornalista, Idolina l’erede, la curatrice, l’alter ego di suo padre, Tommaso Landolfi è morta silenziosamente venerdì scorso.

Idolina è stata la mia compagna di banco in seconda elementare. L’ho ritrovata per caso nel giugno di tre anni fa.
Esattamente tre anni prima della sua morte.
C’è qualcosa di terribile in queste coincidenze, eppure non è di questo che volevo dire…

Avrei voluto raccontare che quarant’anni di vita non l’avevano cambiata se non nella sapienza e nella gentilezza.
Aveva occhi scuri, profondi, brillanti. Occhi che sembravano sempre bruciare di domande, di curiosità e di immaginario.
Idolina esile, simile ad una iris recisa, con la sua gonna a corolla e la capacità di ascoltare tutti.
Ed ancora di più la capacità di creare connessioni di anime e argomenti e parole, immagini, stupori.

I suoi articoli letterari così pieni di storia, la sua scrittura sempre così intessuta di favole, magie, visioni eppure così semplice, curiosa, quasi incapace di psicologismi.

Avevamo bisogno di un’intellettuale come Idolina Landolfi. Non ce ne sono abbastanza in questo mondo letterario dove più che ai racconti ed al bello scrivere s’è sempre tenuto a congreghe e parrocchie.
Ne avevamo bisogno perchè sapeva, nel suo stupore, indicare una via diversa.

Ma non c’èstato abbastanza tempo.
Eppure il tempo che di Idolina Landolfi ci hanno concesso è stato un mondo, un mare, un cielo.

Gesti d’estate

Pubblicato su all'improvviso il 23 Giugno 2008 da isabellamoroni

Gesti diversi, i gesti dell’estate.
Gesti che s’aprono… per difesa.
Incredibile tempo che sovverte il senso ed i sensi.

S’allargano le braccia per difendersi dal caldo e far passare soffi di fresco catturati chissaà dove; s’aprono le finestre di sera ed entrano gli altri, le loro voci, gli odori delle loro cucine.
Gli altri da cui, per tutto l’inverno c’eravamo difesi con doppi vetri e tende pesanti evitando si sapere, di ascoltare, di confonderci.

S’aproni i vestiti, sempre più scollati, nudi, traforati per mostrare (a forza?) tutto ciò di cui troppo spesso ci vergognamo.

Si fa estate quando la sera è luminosa e leggera ed i profumi perdurano nell’aria.
Quando la giornata smette di tagliarti il respiro, quando riesci a pensare a quel bicchiere azzurro trasparente, a tutte le giornate che passerai al mare, ad un viaggio lungo, alle coste solitarie delle isole incantate.

Si fa estate quando hai voglia di preparare una gelatina da mescolare a tocchetti col pollo freddo; quando decidi di provare che gusto avrà mai il salmone poggiato su fette di melone; quando la mattina ti alzi presto perchè una lama di luce ti invita ad aprire gli occhi e le braccia e la bocca in un unico sorriso.

S’apre l’estate, ci apriamo noi esseri umani, ci apriamo al sole, alle sere sotto le stelle, alle attese perfette di vacanze che comunque saranno felici.
Ci apriamo alla musica, all’arte, a tutto il bello che ci circonda. Lo beviamo inconsapevoli, oppure lo cerchiamo pieni come siamo di grazia, di gioia e di energia.

Art a part of cult(ure)

Pubblicato su recensioni con i tag, , , , , , , il 13 Maggio 2008 da isabellamoroni

Splendido e vivace, curioso e libero.

E’ il nuovo magazine di arte contemporanea e di cultura che promette (e mantiene) informazione, scoperte, critiche, luci e spazi per tutti coloro che hanno qualcosa di bello, valido e sorprendente da raccontare.

Nato dalla fantasia multiforme e felice di Raffaella Losapio, artista e gallerista piena di forza e di colore e di volontà, Art a part of cult(ure) ha preso vita attraverso la sapienza del web di Giampaola Marongiu, semplice, incisiva e con quel tratto romantico che la contraddistingue nelle scelte.
Guidato dalla competenza e dalla fantasia caleidoscopica di Barbara Martusciello, critica d’arte fra le più apprezzate, e diretta dalla sottoscritta, Art a part è un luogo di ritrovo per tutti gli artisti.

E’ come essere contemporaneamente a più vernissages, è come avere in un luogo solo radunate le storie e le voci di molti.
Partendo dall’arte contemporanea che è l’oggetto del desiderio scatenante si potrà spaziare fra la pubblicità, l’architettura, il design e la grafica; si possono indagare le scelte dei beni culturali, sentirsi raccontare di cinema, di comix & illustrazione…
Si discuterà anche di filosofia, letteratura poesia, musica video multimedia, di teatro e di danza, ma non mancheranno notizie curiose ed avvattivanti su gusto & gusti, lifestyle, looking & shopping ; e poi ci sarà lo spazio per saper tutto di concorsi & bandi, delle fiere e delle inaugurazioni …
La sezione critica si chiama “in(tolerance)” perchè vuole essere forte e libera e, magari, dire quello che si dice sempre troppo poco. 

Tutto secondo le leggi del web 2.0: a diretto contatto con i lettori e con l’entusiasmo di chi sa ,con certezza e passione,che una rivista d’arte non potrà mai essere un oggetto di routine, che non ce ne saranno mai troppe e che ci darà sempre modo di meravigliarci.

Di meravigliarci di più.

 

Della morte che s’alterna alla vita. Addio Hanon Reznikov

Pubblicato su all'improvviso, teatri con i tag, , il 4 Maggio 2008 da isabellamoroni

Ricordo le tue poesie, la tua risata, un’apparizione improvvisa nella grande casa dalle pareti di pietra ed altri lampi d’incontro.

Ti ricordo un gigante vicino a Judith: lei la forza tu la luce. A volte il contrario.

Sempre la giustizia, sempre la poesia.

E la pace.

 

I miei primi 50 anni.

Pubblicato su la realtà con i tag, , , , , , , il 3 Maggio 2008 da isabellamoroni

Sono una donna fortunata.
Intanto perchè sono riuscita a compere questi 50 anni, poi perchè -in fondo- ho una buona salute, non ho dipendenze letali e, in tutta la mia vita, sono stata in analisi meno di un anno perhè (a detta della mia straordinaria analista) erano cose abbastanza comuni, degne di sostegno, ma anche di un bel calcio nel sedere al momento giusto…

Sono una donna fortunata perchè in questi 50 anni ho fatto moltissime cose, ho lavorato tanto e guadagnato poco, a volte ho ascoltato e più spesso ho parlato.
Troppo.
Mi sono innamorata infinite volte, ma quasi sempre ho confuso l’amore col “prendermi cura” in maniera totale dell’altro, malcapitato.

Sono fortunata perchè ho pochi capelli bianchi, il collo appena segnato ed una pelle che non smetterò mai di ringraziare mia madre per avermela regalata.
Sono fortunata perchè, dopo aver cercato sempre e tenacemente qualcosa di meglio di ciò che avevo (perchè anche io, come tutte le principesse in pectore, sapevo che prima o poi avrei avuto il massimo), ho scoperto che già avevo il meglio.
Il mio meglio s’intende, un meglio che non è scambiabile con quello di nessun altro, ma che soprattutto va curato affinchè continui sempre a dare il meglio.
Il meglio del meglio.

Fortunata perchè ho sempre vissuto secondo le cose in cui credo, in cui spero e in cui mi riconosco e mai secondo personali o altrui ambizioni: metodo eccellente per non contrarre malattie psicosomatiche, per tenere a bada la rabbia e per donare senza riserve.
Perchè più dai e più -ne sono certa- ti torna indietro, magari non dalle stesse persone…

Sono fortunata perchè ho sempre potuto seguire il mio istinto anche quando sembrava muovermi contro e perchè ho capito l’inutilità delle prese di posizione e la dolcezza dell’elasticità.
Perchè posso scrivere senza avere la frenesia di farmi leggere, perchè ho letto tanto e conosciuto culture diverse, perchè m’incanto sempre davanti al mare e continuo a sognare e ad aver fiduia nella gente.

Sono fortunata perchè sia in cielo che in terra qualcuno di molto amato è sempre con me e mi sostiene; perchè credo nelle cose, nel tempo, nell’intelligenza umana, nel futuro e nelle infinite possibilità che ogni giorno si aprono.
Sono fortunata perchè ho imparato moltissime cose, antiche come la sapienza, perchè conservo la memoria anche se a volte velata e lacerata dal tempo e dalle emoioni; perchè mi appassiono e, se sbaglio, ho perfino imparato a chiedere scusa.

Sono fortunata perchè non mi è mi importato nulla dell’estetica e delle imperfezioni: non ho mai sognato occhi azzurri, labbra carnose (la pancia piatta sì, ma quella resta una pia illusione…); perchè ritengo un miracolo l’involucro che mi hanno dato e, anche se il più delle volte non mi piace affatto, non farei mai nulla per cambiarlo forzatamente.

I miei primi 50 anni sono, in fondo, racchiusi tutti in questo stupore: accorgermi di avere quello che mi occorre e che mi lascia sorridere nonostante attorno il mondo non sia affatto allegro ed il buio possa improvvisamente cadere su ogni luogo.

Però oggi io voglio soltanto ringraziare tutti quelli che, incrociando anche per un attimo, anche solo per iscritto, anche anticamente la mia vita, sono stati gli artefici di questi cinquanta giovani anni.

Osteria Calcutta. di Marina Valente

Pubblicato su l'india in cui ho vissuto, recensioni con i tag, , , , , , , , il 25 Aprile 2008 da isabellamoroni

Quando ho incontrato Marina per la prima volta, dieci anni fa, il suo progetto dell’Osteria a Calcutta era luminoso e violento come le passioni, tessuto nella materia degli ideali e Marina era uguale: bella, dirompente, generosa.

Quest’Osteria, da aprire a Calcutta in un quartiere ghetto al confine con una zona che ben conoscevo, era una possibilità di autogestione offerta soprattutto alle donne dello slum per riscattare la propria vita in maniera autonoma e lontana dai concetti di beneficenza ed anche da quelli di volontariato.

La guardavo incredula. Dietro quegli occhi luminosi una vita di cui sapevo troppo poco: aveva vissuto in India a lungo, diceva. Aveva una casa strana, una stanza dentro l’altra, molto aperta, che mi ricordava alcune case indiane affacciate su cortili interni pavimentati in cemento, ai cui bordi crescevano alberi contorti e fronzuti e nei quali, ogni mattina assiema ai cinguettii dell’alba si poteva ascoltare il ritmico frusciare della ramazza corta fatta di sterpi che spazzava via la sporcizia, i sogni ed i resti della notte.

Ma Marina abitava a Roma e troppe volte avevo visto quell’entusiasmo dipinto sui volti di chi era stato in India e si era perso dentro una realtà troppo diversa, quella realtà dove differenti sono le categorie mentali, dove i punti di riferimento saltano e il tempo -come dice Marina stessa- “has no meaning”, non ha significato.

Non riuscivo a capire se il suo progetto provenisse da una visione dell’ LSD mescolato con qualche viaggio spirituale, oppure fosse la pulsione incontenibile di un’anima ed una mente più aperta della mia che aveva compreso molto a fondo l’India e l’aveva saputa amare senza riserve.

Senza paure.

La serata di raccolta fondi, però, la facemmo comunque ad Argillateatri, uno spazio molto “off” e molto legato all’India, che per quindici anni ho fatto vivere e che quella sera avevamo reso particolarmente attraente decorando il palco ed i fondali con teli ricamati e sari, con tappeti e cuscini, ponendo in un angolo del proscenio la statuetta di bronzo di Ganesh che avevamo portato negli zaini dall’ultimo viaggio e che splendeva illuminata dai riflettori e circondata di fiori e di incensi.
Quella sera avevamo cibi indiani e due suonatori di tabla che inframmezzavano con suoni e ritmi le spiegazioni ed i racconti di Marina, coinvolgendo le persone nella grande utopia: aprire un’Osteria a Calcutta.

Qualunque cosa volesse fare, mi sembrava che Marina non avesse fatto i conti con le più evidenti (ed esasperanti) realtà indiana: l’impenetrabilità delle caste, la capacità di rimandare all’infinito qualsiasi azione non gradita adducendo milioni di scuse, sciorinando migliaia di parole e restando impermeabili e beffardi a qualsiasi reazione; ma soprattutto la liceità di qualsiasi mezzo (compresi quelli criminali, ma più spesso semplicemente la simulazione, la mistificazione e la manipolazione delle persone) per impedire che le cose vadano come vorresti tu.

Aprire un’Osteria a Calcutta, facevo fatica a crederci ma forse erano solo la mia paura e la mia abitudine a filtrare le cose spaventose attraverso la ragione a farmi dubitare, a farmi trovare scuse e, probabilmente, anche a farmi perdere di vista negli anni successivi Marina che pure stava facendo di tutto per mettersi in mostra e trovare tutto ciò che potesse aiutarla a realizzare il suo sogno.

Dieci anni dopo ecco apparire “Osteria Calcutta“, un libro il cui titolo ricorda gli antichi diari di viaggio scritto da Marina Valente ed edito da Sensibili alle Foglie.
Ed imporvvisamente mi sono sentita come se fossi tornata a casa, come se mi fossi accucciata in un nido di cui non avevo più memoria.

Marina Valente l’Osteria a Calcutta l’ha aperta proprio dove voleva anche se con infiniti problemi, difficoltà ed avversità che avrebbero fatto desistere anche un santo.

Ha lottato contro mafie e sfruttamenti, contro accuse ingobili e ritardi artati, contro la corruzione della polizia, la cupidigia dei più ricchi e la diffidenza degli abbandonati.
Si è scontrata con le consuetudini che possono condurre ai massacri ed alla morte, con le burocrazie manutengole degli sfruttatori e dei cattivi governanti e con il mondo squallido, finto ed opportunista delle associazioni di volontariato, delle ONG e di tutte quelle strutture che gestiscono i soldi delle donazioni internazionali, solo per intascarseli con la scusa degli aiuti umanitari.

Osteria Calcutta” è il resoconto di tutto questo, ma anche e soprattutto il racconto di una vittoria e di un premio insperati: la solidarietà, la fiducia ed il riconoscimento da parte degli intoccabili.
Degli Adivasi, di quella infinita massa di popolazione che potrebbe rappresentare un esercito “così tanti che potevano numericamente occupare il Parlamento e rovesciare le carte da cima a fondo“  e che invece altro non sono che riserve di persone “che servono: come pretesto per lucrare aiuti dall’occidente, come empori di pezzi anatomici di ricambio, come cavie per sperimentare farmaci, come vivaio di bambini per gli «affari» dei papponi di Mumbay; come riserva di voti in tempi elettorali, come forza-lavoro gratuita; come schiavi per gli usurai con cui tutti sono indebitati ben oltre la loro sopravvivenza, come custodi di armi e droghe da nascondere…”.

Marina Valente con la sua Osteria è riuscita ad aprire per qualche anno un centro medico, un dispensario, una scuola d’inglese, un corso di cucito ed a lanciare l’idea del microcredito in modo da rendere autosufficienti le donne maltrattate; a salvare o migliorare vite altrimenti già perse, ma soprattutto ha lanciato con successo un seme per far risvegliare la consapevolezza di sè e dei propri diritti per oltre duemila persone che da secoli, sotto il terrore delle rappresaglie, s’illudono di potersi affidare -per sopravvivere- solo a questo o a quel predatore.

C’è riuscita, Marina, in tanti anni ed in 200 pagine di denuncia dello sfruttamento di un popolo e di una Terra benedetta; 200 pagine che lasciano il lettore senza fiato e senza voce, ma che devono essere lette; 200 pagine fatte anche di gioia, di risultati, di amore, di guarigioni, d’intraprendenza e di un coraggio così grande da illuminare ogni nostra via.

 

 

per chiunque fosse interessato alle attività dell’Associazione di Promozione Sociale Osteria a Calcutta questi sono i riferimenti: http://www.osteriacalcutta.com/ , http://www.myspace.com/osteriacalcutta, osteriacalcutta@gmail.com, osteriacalcutta@libero.it  

Il pomeriggio andavamo a Via Frattina

Pubblicato su ricordi con i tag, , , , , , , , il 8 Aprile 2008 da isabellamoroni

E il pomeriggio andavamo a via Fratina.

Proprio nell’ora in cui il sole scolora ed il cielo si colora di quel tono intenso che fa subito sera.
Blu cobalto trasparente, mentre s’accendono le luci: lampioni, insegne, vetrine che da sole valevano tutta la passeggiata in centro.

A metà degli anni 60, fino ai giorni dell’austerity, dapprima col cappottino rosso pied-de-poule, colletto alla coreana e bottoni argentati doppiopetto, quindi con la scamiciata di maglia e gli stivali con i lacci intrecciati andavamo con mia madre a guardare le vetrine del centro.

Un’immersione nel lusso e nel sogno delle possibilità.

Allora i negozi di vestiti si dividevano in tre categorie: le mercerie dove si vendeva tutto ciò che era classico, di buona fattura e destinato a durare nel tempo;  i grandi magazzini che iniziavano appena l’era della grande distribuzione ed infine le boutiques del centro che ospitavano i grandi sarti, gli stilisti dell’epoca.

I sarti si potevano copiare.
A via Nazionale c’era un grande negozio che vendeva solo cartamodelli, anche quelli dei grandi couturiers ed altri uscivano mensilmente su Burda, o su Mademoiselle dove, in un sol foglio ripiegato in 16, erano tracciati in colori diversi maniche, spalle, corpetti e fianchi di dieci modelli diversi.

E in ogni casa c’era una sarta di fiducia che s’applicava, con tessuti spesso sconosciuti, a ricopiare i Courreges, i Cardin, i Saint Laurent ed i Dior.

Austere, le boutiques degli anni 60 mettevano nelle loro vetrine incorniciate di boiseries e fregi, modelli d’abiti mai visti prima, modernissimi, dai colori brillanti: giallo girasole, verde limone, rosso sangue di bue e quelle sfumature tenui del viola che mia madre osava portare mescolate ai gialli più arditi, suscitando scandalo e riprovazione da parte delle signore bene.

Vetrine simili a visioni.

Con la mano nella mano sempre guantata di mia madre andavo scoprendo cose favolose, ancor più favolose perché era lei a guardarle per me quando mi raccontava i tagli, i modelli, le storie dei sarti, i luoghi di Parigi e soprattutto le occasioni in cui s’indossavano.

Perché negli anni 60 i cocktail c’erano davvero, e non erano certo le erano happy hours; erano momenti speciali dove ci si incontrava indossando un vestito fatto apposta per l’occasione e si bevevano drink dai nomi forti ed evocativi di altri drink e di altri party.
In america, forse, perché allora era la vita di Manhattan a fare tendenza, ma anche quella sempre brillante di Parigi o nell’esotismo delle coste del Messico o di quelle dei Caraibi.

Ogni epoca, d’altronde, ha il suo luogo simbolo della festa. Come lo fu Shanghai nei primi anni del secolo o la Russia prima della rivoluzione.

Ed ogni vetrina mi evocava la vita che avrei voluto vivere, la festa alla quale, giuravo, avrei partecipato.  E a Via Fratina, a via della Croce, a via Belsiana, che sembravano templi del gusto, si svolgeva la mia educazione estetica che culminava con la passeggiata di mezza sera.

Si scendeva con il 78 a via del Corso, austera con i suoi negozi ancora d’epoca che mia madre saltava a piè pari per inoltrarsi nelle strade delle meraviglie; ed ogni volta le strade della moda sembravano cambiare aspetto.
E nelle loro vetrine la vita che si palesava con un esplosione di oggetti mai visti prima; il futuro si nascondeva dietro i tessuti ed i tagli, erano le novità piene di un mondo che cambiava molto più velocemente di quanto non riuscissimo a pensare.