Toujours Paris
Sedici chambres de bonnes contro il cielo di Parigi.
Sedici isole personali, sedici individualità, microcosmi, personalità.
Sedici persone che forse non si incontreranno mai, o forse bivaccheranno sul pianerottolo o, più probabilmente, si spieranno dalle porte accostate per sapere quando verrà il proprio turno per il cesso o per la doccia.
Uno spazio che si stringe attorno agli individui, dominato dalla Tour Eiffel.
Destini: destini gloriosi di yuppies, di singles, di immigrati, di artisti.
E’ rimasto qualcosa di Murger. Scene di vita di boheme nel terzo millennio.
Soffitte arroventate d’estate e ghiacciate d’inverno: luce e cielo, cielo e luce.
Stelle di notte, nuvole.
Ad un passo dalla pioggia, ad un passo dai raggi di sole, appena un po’ lontano dall’alone lunare.
Accampati, frastornati, isolati, stretti.
Luoghi inabitati, gente che vive la strada, assai più confortevole di quei due metri di larghezza.
Allarghi le braccia e la tua casa è già finita.
Claustrofobia e cielo. Com’è possibile?
A Parigi tutto è possibile. Ma come si può fre l’amore in una chambre de bonne?
Come si può avere stima di se stessi, alzarsi, sedersi, sdraiarsi?
E’ il fascino del povero, del semplice; e poi la Tour Eiffel che di notte si illumina e di giorno trafora il cielo con i suoi ricami.
Per chi sa vivere e per chi vuole vivere, ma anche per chi avrebbe voluto morire.
Sepolcri d’aria e di luce.
Intuire il piccolo cimitero di Montmartre.
Ecco tornare il romanticismo decadente, ecco che torna Jean Genet, pittore di una vita fin troppo parigina.
Sembrava finta e invece è ancora realtà, una delle mille realtà della Ville Lumiere.
E noi che conoscevamo Place Vendome, Rue de Rivoli, le belle case borghesi col camino, le nuove case periferiche con l’ascensore e l’aspirapolvere…
La soffitta di Divina è reale, economica, quotidiana.
Non puoi comprare né il latte né il burro. Senza frigorifero.
Non puoi comprare i vestiti. Senza armadio.
Né lenzuola. Senza letto.
Sapone, lysoform e i soldi per la lavanderia e la stireria ed i pranzi per strada.
Senza spesa, senza conforti.
Una chambre de bonne è per chi ama la vita, non i suoi accessori.
Ed i libri fanno da tavolo; per dipingere usciremo sul pianerottolo.
Senza pentole e senza piatti (dove potemmo lavarli?).
Un lavandino, magari il vaso da notte.
Una roulotte sospesa nel cielo.
Sotto Parigi che brulica, sotto Parigi che vive.
Scale, voci attutite: nelle sedici chambres de bonnes confinanti il giorno passa nel vuoto, la notte nella solitudine.
