Carcerieri e carcerati
Scopro, anche se con quasi un mese di ritardo, che su Canale5 viene trasmessa una sit-com dedicata al carcere.
Si intitola “Belli dentro“ e nasce da un’idea dei detenuti di S. Vittore che partecipano alla redazione del net-magazine “ildue“ diretto da Emilia Patruno. E’ realizzata con il cast di Zelig. Come dire il carcere è una storia da cabaret.
Avevamo appena finito di assistere ad un’operazione della quale non riesco a comprenderne esattamente la finalità, ovvero “Il Grande Fardello” parodia carceraria del Grande Fratello, saggio finale del corso di formazione professionale del Fondo Sociale Europeo organizzato nel carcere stesso.
Premio finale (assolutamente simulato) LA LIBERTA’.
Già questo lo trovo raccapricciante.
Una fiction sulla reality l’ha chiamata la regista Marianna Schivardi perché “niente è più fiction della vita in carcere, dove forzatamente si è obbligati a replicare gesti, passi e giornate.
All’infinito.
E se i protagonisti dei reality sperimentano il brivido del microcosmo carcerario, i detenuti non fanno altro che ripetere la loro giornata senza che la telecamera possa cambiare qualcosa nel finale.
Non c’è un vincitore, non ci sono premi.
I detenuti giocano soltanto a fare gli attori ed è per questo che l’operazione è tutta giocata sul filo dell’ironia”.
Ironia… una parola che piace:
“L’ironia è l’unico modo possibile per raccontare il carcere in modo leggero poiché il problema è talmente enorme che è impossibile affrontarlo di petto.”
Sono parole proprio di Emilia Patruno che in qualche modo sembra aver cristallizzato le problematiche carcerarie nella sua esperienza on line.
Un detenuto ironico è fondamentalmente un detenuto non incazzato; fa stare tranquilli tutti quelli che lo circondano e e tutti quelli che gli consigliano di riderci su, perché -dicono- sfasciare il carcere non serve, tanto comunque non si esce, tanto comunque la situazione non cambia e allora ben vengano tutti i progetti come le ricette dal carcere, le riviste on line, le collezioni di moda, le edizioni, etc.
Sono stata per circa 10 anni direttore responsabile del mensile “Carcere e Comunità”, precedentemente avevo passato un anno come assistente volontaria nel carcere di Rebibbia Penale e prima ancora avevo lavorato per un periodo all’Ufficio di Sorveglianza del Tribunale di Roma.
Era appena entrato in vigore il nuovo ordinamento penitenziario e si iniziavano a mettere in pratica le prime misure alternative alla detenzione.
A deciderle erano dei magistrati acuti e aperti, sempre in lotta contro cancellieri burocrati e scontenti, ma sostenuti fino nelle più piccole sfumature dagli educatori dei diversi penitenziari.
Era interessante: altro che ironia, allora! Le istituzioni erano davvero sorde e buie. Sembravano tombe eppure c’era un fermento legislativo che non s’è mai più ripetuto; c’erano nuove leggi che venivano sperimentate, che ancora non avevano un codice di applicazione, che non erano ancora entrate nella fase ripetitiva dell’iter che pian piano riporta tutto all’immobilità.
Perché il problema del carcere è realmente politico ancor prima che sociale; e in tutti questi anni non è mai cambiato.
Non si tratta, infatti, di assicurare ai detenuti una vita decente, o meglio questo è solo uno degli aspetti del problema.
Il problema reale è il sistema punitivo attuato attraverso la reclusione, la diversificazione dagli altri e l’esclusione. Tutte cose che servono solo a salvaguardare i liberi.
Ed assai più psicologicamente che realmente.
Escludere un uomo, privarlo della libertà, qualunque sia la sua “devianza” non risolve la devianza. Questo può non interessare la brava gente, ma potrebbe essere interessante, invece, quantificare il denaro pubblico speso per tenere reclusa una massa sconsiderata di uomini e donne.
E invece, in questi anni, molto sembra essere cambiato nel modo di affrontare le problematiche legate al carcere; basta fare un percorso sui siti che trattano l’argomento.
Da quelli istituzionali a quelli volontari, fino a quelli che hanno solamente a cuore una problematica sociale.
La sensazione è che tutto si vada affievolendo.
Che ci sia una volontà di stemperare le problematiche anziché affrontarle con l’energia che meritano.
Perché il trend odierno è quello di girare attorno al problema, non esiste più la tendenza ad indignarsi, a scendere in piazza per protestare.
Proprio ora che si sa, che sono state fatte decine di esperienze, che sono decenni che il problema è davanti agli occhi di tutti, proprio ora che molte menti sarebbero disposte a dare credito anche ad altre opzioni, proprio ora si tende ad inquadrare nuovamente tutto in un meccanismo obbediente e falsamente rassicurante.
Fra malafede mediatica e tentativo di offrire meno disumanità siamo arrivati a creare situazioni mostruose e paradossali dove il metro di paragone è una vita di consumi di un certo tipo alla quale devono avere diritto tutti.
Perfino i detenuti, che poi (ed anche questo concetto sembra essere dominante) “se sono detenuti in fondo mica si meritano di essere trattati come tutti gli altri. Se sono detenuti qualche cosa avranno pur fatto.
Se stanno dentro è colpa loro.
E’ già tanto che non ci sia la pena di morte…!”
4 Agosto 2008 a 6:12 pm
NON PER MAFIA NE’ CAMORRA
Quando ci si addentra nel mondo giovanile c’è il rischio di imbattersi improvvisamente in un altro mondo vicino, c’è una difficoltà estrema a distinguere i tratti di una violenza priva di significati, soprattutto di utilità.
Nel Regno Unito le babygang spadroneggiano nelle città come nelle periferie, gli adolescenti sono fotocopie di “eroi” delle playstation, i ragazzini non sono più imberbi fautori del “tutto e subito”, ma veterani di una guerra che non è mai stata loro, un morto dietro l’altro.
Accade in quell’Inghilterra che da anni ammiriamo, che vorremmo imitare per capacità creative e economiche.
Da noi per ora, bullismo non è criminalità, non è ancora calamità nazionale, soprattutto non è ancora serbatoio di alcuna organizzazione criminale.
Il nostro è un bullismo del benessere, è abuso dell’agio, persino chi non ha niente, possiede qualcosa al fondo delle tasche, non è disagio che picchia contro al mancato raggiungimento di un traguardo economico, è disagio relazionale, paura delle vita, non della morte, è incapacità e rigetto della scelta.
Ciò che accade dall’altra parte della Manica è differente, perché nasce da una povertà endemica in alcuni strati sociali, da degenerazioni famigliari estese a interi quartieri, da un alcolismo adulto che insegna ai più giovani a non fare prigionieri.
Sono morti ammazzati diciotto ragazzi in un solo anno, una bestemmia indicibile, forse questa volta non si eluderà la condivisione della tragedia, del dolore, con la solita richiesta-risposta di inasprire le condanne, di invocare le solite certezze delle pene.
Stiamo parlando di un paese dove migliaia di minori sono diventati “esseri esiliati dalla vita” in qualche carcere, molti muoiono in quelle celle, e non occorrono tante spiegazioni.
Le carceri inglesi scoppiano di giovani all’arrembaggio, eppure le punizioni sono esemplari, l’uso del braccialetto e del controllo sono espressi alla massima potenza, ma in un anno diciotto ragazzi sono stati assassinati, e altri trenta sono deceduti negli istituti penitenziari.
Un paese che non ama, non protegge e non rispetta i suoi giovani, ma li emargina e li criminalizza, appare una dicitura post-mortem, invece è quanto ogni cittadino, non inglese ma del mondo, deve riflettere e ponderare.
Ci preoccupano i nostri bulli, invochiamo la frusta, ma se guardiamo al paese dei Re e delle Regine, delle tendenze e dei suoni, c’è la risposta da dare alle nostre generazioni, c’è l’avviso a non incappare nelle superficialità che potremmo pagare a caro prezzo, c’è la necessarietà a attuare piani economici e politiche sociali che vedano coinvolti non solamente i ragazzi, ma anche gli altri, in quel famoso sostegno alla genitorialità troppe volte dimenticato a metà del guado.
Diciotto morti ammazzati in un anno, non per mafia, nè camorra, unicamente ragazzini dai pantaloni a vita bassa, con le tasche grandi, con le mani conficcate dentro, in compagnia del freddo di una lama tra le dita.
ONESTA’ INTELLETTUALE E NUOVE LOCUZIONI
Una autorevole associazione di volontariato ha lanciato una proposta: cancellare definitivamente da tutti i testi formativi la parola “carcere” e sostituirla con una locuzione conforme al dettato costituzionale: Istituto di Rieducazione Civile.
Ho trascorso trentatre anni in questo pianeta carcerario rifiutato e sconosciuto, in questo recinto dove pochi vogliono guardare, e quei pochi che lo fanno difficilmente riescono a mettere insieme la consapevolezza per un progetto di rinascita effettivamente condiviso.
Ho attraversato in lungo e in largo i perimetri dei suoi crateri detentivi, osservandone i cambiamenti, vivendone i mutamenti, e nonostante le spinte in avanti dettate dal riconoscimento e dal rispetto della dignità umana, continuo a rimanere perplesso di fronte a certe etichettature futuristiche, che sono certamente aspettative oneste, ma distanti anni luce dalla vere priorità che investono l’intera organizzazione penitenziaria.
Il carcere è cambiato, gli operatori sono cambiati, i detenuti sono cambiati, il sangue e le rivolte sono memoria storica, i deliri di onnipotenza surclassati dai troppi suicidi in deliranti commiserazioni.
Alla solidarietà costruttiva, requisito indispensabile al buon andamento di un istituto penitenziario, è subentrata una rancorosa indifferenza, come se l’unica prassi vincente e risolutiva sia l’esclusione e il silenzio per chi ha sbagliato e paga il proprio debito, e se accade che si riesca a riparare in qualche modo, c’è pure il disprezzo per quanti condividono la fatica della risalita al consorzio sociale.
Un uomo rimane in carcere trenta-quaranta anni, ha imparato qualcosa, ha perduto qualcosa, ha acquisito altre cose, di certo non è più espressione di una violenza senza limite, né di una stanchezza parassitaria, può addirittura incontrare una condizione particolare che è vitale in un essere umano, la quale giorno dopo giorno soggiorna nell’interiorità.
Modificare e sostituire con una nuova locuzione il carcere?
In questi anni di restrizione e di impegno personale ho compreso che lo strumento liberante dalla propria condizione finanche disumana, è il lavoro, la possibilità di lavorare comporta un’assunzione di responsabilità verso se stessi e gli altri, nel lavoro vi è la possibilità di fare convergere maturità e formazione, consegnando finalmente sostanza e coerenza all’irrinunciabile ideale della rieducazione, troppo spesso relegata a una alienante e vana attesa.
Non è importante innovare la parola, ma una proposta educativa che consenta al detenuto di alimentare esperienze urgenti e corrette di lavoro, perché saranno queste a favorire un effetto profondamente pedagogico, nella fatica delle relazioni con le persone, una presa in carico della nostra dignità, per ripensare a noi stessi, a ciò che stiamo facendo, a ciò che vogliamo essere oggi.
Una giustizia equa raccoglie le istanze della società, ma tiene presente che esistono uomini che hanno scontato decenni di carcere per tentare di riparare al male fatto, ritrovando un senso e un ruolo sociale definito per non esser rispediti nuovamente a una umanità ignorata e esclusa.
A QUALE SCOPO UNA PENA DISTRUTTIVA E IMMUTABILE?
Come è possibile proporre di abrogare la legge Gozzini, una normativa che negli anni ha consentito di migliorare le persone in carcere, di fare davvero promozione umana, una prevenzione non fondata sulla vendetta, su quei sentimenti che non consentono giustizie sociali né pace per alcuno?
Perché è vero: la violenza regna dove l’ingiustizia ingrassa.
Conosco il sentire comune del “chi sbaglia paga” e la difficoltà a coniugare una giusta e doverosa esigenza di giustizia da parte della vittima di un reato, con una possibilità concreta di riscatto e riparazione in chi ha offeso l’altro.
Pagare il proprio debito alla società non può significare la creazione di una nuova dimensione di violenza, in una pena distruttiva e immutabile, che non consente di fare i conti con il peso delle proprie colpe, con le lacerazioni che hanno prodotto la rottura del vivere civile.
Quanto è difficile chiedere perdono in queste condizioni?
E quanto essere perdonati?
Ciascuno vive il suo presente in funzione delle scelte fatte nel passato, non per un sottile gioco delle maschere, ma perché le azioni del cuore, se non condivise, non consentono di essere scelte.
Allora ricostruirsi sottende capacità e forza per riparare al male fatto, richiama l’altro-gli altri ad accorciare le distanze, affinché l’uomo chieda perdono non con le parole, nè con la pietistica abbinata alle più alte autorappresentazioni, bensì nei gesti ripetuti, nei comportamenti quotidiani.
Rimangono le responsabilità e gli abissi dell’anima, nulla è cancellato, niente è dimenticato, ma sentire dentro il bisogno di perdonarsi, di avere pietà di se stessi, indica la via maestra per l’altro bisogno: essere perdonati per ciò che si è nel presente, nella consapevolezza degli errori disegnati a ogni passo in avanti, condividendo quel bene comune che è intorno a noi.
Perdonarsi e chiedere perdono è voce che parla al cuore con note forti, per tentare di tramutare l’ansia e il dolore delle vittime in una riconciliazione che sia cambiamento fruibile per la collettività tutta.
Penso che una vendetta che ripara teatralmente non produca nulla di positivo, e neppure un carcere che mantenga inalterata la follia lucida di chi ha commesso un reato.
Accontentarsi di chiedere maggiore severità nelle pene da espiare, induce la persona detenuta a convincersi di aver pareggiato il conto, di aver pagato quanto dovuto.
Invece, riconoscere il bisogno di perdonarsi e perdonare, sottolinea l’urgenza di un percorso umano ( non solo cristiano ) nella condivisione e reciprocità, nell’accettazione di una possibile trasformazione e di un fattivo cambiamento di mentalità.
Cancellare la Riforma Penitenziaria o legge Gozzini?
A ognuno di noi spetta il compito di diventare un entronauta, un viaggiatore contempl-attivo, persino in carcere, in una pena finalmente accettata e vivibile.
ALTRO CHE SPEGNERE LA SPERANZA
Molti hanno detto che per conoscere le fondamenta e i caratteri di una democrazia, occorre indagare anzitutto il sistema penitenziario come la misura più indicativa della civiltà di un popolo.
Da detenuto ho avuto la fortuna di conoscere un grande uomo e un grande cardinale, che mi ha mostrato in pochi minuti come la sola ritorsione non solo è contraddetta dall’etica evangelica, ma non porta i risultati desiderati.
Da qualche tempo sul carcere italiano è calato un silenzio refrattario all’impegno dell’ascolto, una indifferenza che genera un trascinamento lontano dal dolore e dalla sofferenza, come se dialogare sulla umanizzazione della pena fosse diventato un atto di lassismo politico e istituzionale.
Eppure il carcere è luogo deputato alla elaborazione della pena, della colpa, dove l’uomo della pena nel tempo non sarà più l’uomo della condanna, ma quale uomo potrà diventare in una condizione di perenne disagio, costretto fino alle ginocchia nel proprio malessere, e in quello dell’altro.
Un tempo il dentro e il fuori interagivano, riuscendo a edificare ponti di socializzazione, attraverso una capacità di coinvolgimento-partecipativo da parte del personale penitenziario, con impegno da parte di quel volontariato solidale perché costruttivo, basato sulla fatica dialogica e comportamentale, e con una interazione proficua e necessaria con la società tutta.
Perfino a chi disconosce la funzione del carcere e l’utilità della pena, non può sfuggire il valore educativo del lavoro, che la stessa Costituzione pone a fondamento del nostro Stato Repubblicano: senza occasioni di lavoro, senza l’acquisizione di strumenti formativi professionali, il carcere come istituzione non può raggiungere gli obiettivi che gli sono richiesti, gli scopi per cui esiste nella sua utilità sociale.
In questa inquietante insicurezza, che spinge a richiedere maggiori tutele e garanzie per le vittime e i cittadini onesti, forse è proprio questo il momento di ripensare non all’abolizione della Riforma Penitenziaria, non a rendere nuovamente invisibili uomini che hanno saputo ravvedersi e tornare ad essere parte viva del consorzio sociale. E’ necessario ripensare un carcere dove esistano veramente tempi e modi di ristrutturazione educativa, rifacendo per davvero i conti con la metà della popolazione detenuta non italiana, con un buon altro quarto di tossicodipendenti, mentre la rimanenza è quella criminalità che ben conosciamo.
Riforme e innovazioni non sono istituti-totem da imbalsamare, ma vista prospettica per rispondere efficacemente alla richieste della collettività, che si duole di una recidiva che permane un mostro a due facce: una dimostra che la pena non aiuta a migliorare le persone, l’altra che il carcere non si riappropria della funzione di salvaguardia della comunità.
Altro che ammazzare la speranza annullando la legge Gozzini, è urgente trasformare l’ozio e un tempo pericolosamente bloccato in occasioni di lavoro e abitudine alla fatica progettuale, affinché il rispetto per la dignità personale divenga qualcosa da guadagnarsi durante l’arco della condanna, proprio perché quella speranza di essere uomini migliori dipenderà dal lavoro che ognuno di noi sarà disponibile a fare con se stesso.
UNICA VERA RISPOSTA LA FORMAZIONE
E’ un susseguirsi di episodi tragici, con l’impronta della minore età a fare da balzello per un mondo adulto sempre più somigliante a un impiastro da rieducare.
Adolescenti prese a botte e violentate, ragazzini rapinati e percossi, professori umiliati e qualche volta feriti, studenti-combattenti in marcia verso obiettivi da allagare, distruggere, in quella violenza che il più delle volte si ritorce contro senza preavviso.
Ci muoviamo “disturbati” dentro una società ridotta a ballerina di terza e quarta fila, esperti e stregoni, tutti bene intruppati su poltrone comode, visibili, snocciolano dati, aggettivi e avverbi di rara bellezza, programmi che però a fatica vengono compresi e condivisi dagli adulti, le cui tensioni riforniscono di carburante le corazzate dei bulli in attesa.
E’ in atto una strage della ragione, un vero e proprio annientamento della coscienza, attraverso la composizione sistematica di significati sempre più moderni e sempre meno attendibili, quando invece occorrerebbe semplicemente fare di più e bene.
Di fronte a un tredicenne che bastona a morte un compagno, o improvvisamente perde contatto con i suoi domani, quando una giovanissima prende a ceffoni un insegnante, brucia i capelli a una prof, sono davvero importanti le frasi a effetto, di alto registro?
E’ difficile dismettere i panni dei trasgressivi per assumere quelli di un ritrovato equilibrio, quando parti importanti di questa generazione fuma spinelli pesanti, sniffa cocaina a basso prezzo, ingurgita pasticche dai mille colori e ketamina senza essere cavalli di nessuna scommessa.
E’ grottesca e vergognosa la prassi comportamentale corrente, qualcuno definisce questo spostamento delle assi di coordinamento sociale come il “percorso inevitabile verso il punto di non ritorno”.
Forse è il risultato di tutte quelle deformazioni dell’anima che conducono fuori strada fin da piccoli e via via diventano forme inaccettabili delle esistenze, a minare le fondamenta di una intera società.
Forse è nella formazione la vera risposta a quell’immersione di benessere che rafforza l’urlo “ voglio avere tutto e subito”.
Formazione e non sbrigativa repressione che incide poco o nulla, formazione al di là delle interviste svolte all’uscita dei pub, delle discoteche.
A questi potenziali lupi dagli occhi dolci, a questi mostri come vengono declinati sbrigativamente oggi, occorrerebbe far prendere visione di quanto dolore e quanta fatica c’è negli spazi di una comunità di servizio e terapeutica come la Casa del Giovane, attraversando senza scappatoie le storie anonime e blindate di tanti coetanei.
Potrebbe essere importante varcare i cancelli di una prigione, sentire sbattere il portone blindato dietro le spalle, fare i conti con il rumore dei chiavistelli, degli scarponi chiodati, con il frastuono del silenzio e della solitudine di tanti uomini soli.
Potrebbe davvero risultare importante.
AUTOIPNOSI COLLETTIVA
Le carceri si stanno nuovamente riempiendo, i detenuti stanno riconsolidando la percentuale di sovraffollamento precedente alla concessione dell’indulto.
Manca la legalità, non c’è sufficiente sicurezza, occorre costruire nuove galere, c’è bisogno di interventi e denaro.
Effettivamente occorrono i denari, perché senza quelli non esiste possibilità di disegnare alcun progetto attuale e futuro, senza denari la teoria non configura alcuna pratica.
Possiamo redigere alti muri, edificare nuovi molok tra le nebbie, inasprire pene e sanzioni, moltiplicare per dieci i tutori dell’ordine, ma a quale scopo? Per vincere l’illegalità diffusa? Non è una cella oscura, una disciplina sciocca e feroce a far mettere in discussione il proprio vissuto a un detenuto, si otterrà l’esatto contrario, un’ammaestramento che prima o poi deflagrerà.
Non è il carcere la soluzione a disfunzioni prettamente politiche, eppure ha ripreso a funzionare come una discarica abusiva, come una fabbrica di criminalità, in un paese dove le droghe la fanno in barba alle leggi, un paese che crede nella giustizia e nella legalità, finchè queste due coordinate sociali non vanno a confliggere con i nostri interessi, attraverso una personalissima interpretazione della conformità alle regole.
Una verità conclamata sta nel sostenere che non è il carcere a poter risolvere le problematiche della giustizia e della sicurezza, anzi confidando sulla sola capacità di intimidazione e violenza prisonizzante, si accentuano le condizioni per mantenere la persona detenuta a un tempo bloccato, al giorno del reato.
Così facendo non esiste più l’uomo e la sua colpa, né la necessità di elaborare una rivisitazione del proprio vissuto, in prossimità di un vero mutamento interiore, per cui prevale il passaggio percettivo non c’è alcuna spinta alla compassione.
Nessuno o quasi si preoccupa di non fare fallire sul nascere qualsiasi progetto tendente al recupero della persona detenuta, superando la pratica della detenzione fine a se stessa, che mantiene colme le celle, senza favorire alcun auspicato cambiamento, in una esecuzione penale che riconosce come unico strumento di riordine il carcere.
Le celle si riempiono di lunghi monologhi di follia lucida, in un confine inteso come spazio e soglia di non appartenenza, un “prevaricamente” altro, specificatamente un luogo ove detenere-contenere i risultati di un disagio sociale galoppante, che non è sintesi di volontà criminale, di contrapposizione ideologica, bensì di marginalità e esclusione.
4 Agosto 2008 a 8:38 pm
grazie Vincenzo!
i tuoi punti di discussione sono parte di un unico discorso che emerge fortemente anche se con altrettanta forza lo si vuol mettere a tacere.
Siamo in un momento critico, siamo fragili, cristalli che s’apprestano a calpestare fingendo di darci un mondo migliore.
17 Settembre 2008 a 7:48 pm
Lettera per la Commissione Giustizia al Senato in riferimento discussione Disegno di Legge 623 Berselli e Balboni XVI Legislatura
Sul pacchetto Giustizia
nonchè
per gli uomini equi che fanno buona Giustizia
Colgo l’occasione per formulare una riflessione sul tema pacchetto sicurezza e modifiche legislative sull’Ordinamento Penitenziario, specificatamente al disegno di legge n. 623 d’iniziativa dei Senatori Berselli e Balboni.
Che scrive è un uomo, detenuto, ergastolano, che ha già scontato effettivamente 33 anni di carcere, che non ha mai goduto di indulti o amnistie, a cui sono anche stati concessi 5 anni di liberazione anticipata, da un decennio usufruisce di permessi premio, di art. 21, di licenze, della semilibertà, senza mai essere incorso in una sola infrazione.
Dunque un uomo ristretto da 38 anni che nonostante alcuni benefici di legge continua essere un cittadino detenuto.
Leggo sul disegno di legge di cui sopra, la proposta di continuare a concedere permessi premio agli ergastolani che però abbiano scontato 20 anni di carcere, mentre verrebbe abrogata totalmente la possibilità di accedere all’istituto della semilibertà.
In queste mie parole non vi è alcuna intenzione di provocare sterili polemiche o confusioni dialettiche, vorrei formulare alla S.V.I. una riflessione sulla Riforma Penitenziaria, attraverso la mia esperienza, senza trincerarmi dietro ai numeri, alle percentuali.
Esperienza che non è sinonimo di parole dette in fretta per non dire niente, tanto meno elaborazioni mentali che nulla hanno a che vedere con il reale intorno.
Il mio percorso umano e esistenziale è verificabile attraverso eventuali dichiarazioni della direzione dell’Istituto in cui sono detenuto, della Magistratura di Sorveglianza da cui dipendo, del mio datore di lavoro in cui presto il mio servizio, della società tutta con cui interagisco da molti anni, senza alcuna presunzione di insegnare nulla a nessuno o di salvare alcuno dal proprio destino.
E’ chiaro che questa possibilità di destrutturazione e conseguente ristrutturazione appartiene a molti altri uomini detenuti che non hanno avuto paura di affrontare con lealtà la salita dietro l’angolo.
Quale significato o valore possiede la concessione del permesso premio a un uomo condannato alla pena dell’ergastolo, ma inibendolo dalla possibilità di usufruire della semilibertà, avendo questi dimostrato di possedere nuovamente i requisiti professionali-etici-morali-necessari?
Il permesso premio è una misura transitoria, certamente importante per il detenuto, ma se inquadrata in un progetto di reinserimento lavorativo e affettivo, possibile, e quindi attuabile.
La mia convinzione è che sia la formazione a creare le basi per ogni futuro cambiamento di mentalità e rottura dei vincoli criminali, ecco perché ritengo il permesso premio, unicamente un approccio a una nuova e ben più importante punteggiatura.
La semilibertà, ancor prima l’art.21, sono il punto di partenza su cui poggiare le fondamenta di un progetto esistenziale, di uno stile di vita che insegna a liberare la propria libertà nel rispetto di se stessi e degli altri.
L’istituto della semilibertà mi ha consentito di ritornare a essere il padre che non sono stato mai, di essere un nonno presente, di sposare una donna stupenda, di definire un ruolo sociale a mia misura, per quanto nelle mie capacità.
Prendermi delle responsabilità mantenendo fede a quel patto di lealtà stipulato con la collettività, nel fare fronte a un mutuo, nello scrivere un libro, essere titolare di una rubrica su un quotidiano, nel parlare ai più giovani.
Semilibertà come formazione, servizio, come stile educativo.
Cosa significa concedere il permesso premio e negare la semilibertà, se non rispedire al mittente qualsiasi opportunità di riscatto e consapevolezza degli impegni assunti o di quelli da intraprendere?
Da molto tempo non mi chiedo se merito quanto di buono sto ricevendo, so che più di così non posso dare. Questo non significa che mi sto ponendo ulteriori limiti ma che sono consapevole dei miei limiti. Se lo Stato, la società, non intendono perdonarmi è un discorso, se invece ritengono di aver usato il carcere per percorrere una strada costruttiva, allora credo che il discorso da fare affinché il carcere migliori le persone sia un altro.
Per quanto concerne l’uso del braccialetto elettronico, per non incorrere in strumentalizzazioni più o meno costruite a tavolino, basterebbe pensare a quanto costa alla collettività mantenere un detenuto per ogni giorno della sua pena, a come sono spesi quei soldi, alla incapacità endemica del sistema giustizia di fare riappropriare della sua funzione il carcere.
Svuotare-alleggerire i penitenziari attraverso l’uso del braccialetto elettronico? Perchè no, dal momento che deliberato l’indulto occorreva-necessariamente se non obbligatoriamente dare seguito all’amnistia, non si è fatto, per paura di perdere qualche altro voto, adesso non rimane che un’altra scelta di politica criminale, quella del cane che si mangia la coda.
Estradare gli stranieri? E i comunitari? Tutto ciò che è diverso? L’80% per cento della popolazione carceraria è indicata come umanità da doppia diagnosi. Forse estradare è una via da seguire, perchè no, l’altra potrebbe essere fare e agire in sicurezza, ma senza il bisogno di alimentare percezioni sbagliate, forse potrebbe essere salutare verificare quanti delinquenti potrebbero stare in altro loco, piuttosto che in galera, essendo titolari di reati e comportamenti che potrebbero essere meglio definiti e risolti all’interno di aree protette nelle tante comunità terapeutiche e trattamentali.
Vincenzo Andraous
carcere Pavia e tutor Comunità Casa del Giovane Pavia
17 Settembre 2008 a 7:50 pm
Non è un film né un romanzo
Vincenzo Andraous, condannato all’ergastolo e detenuto da più di trent’anni, ripercorre la sua vita dall’adolescenza fino al momento della domanda di grazia.
di Rossella Abate
Affascina e allo stesso tempo stordisce ascoltare Vincenzo Andraous, 54 anni, mentre racconta e analizza sistematicamente tutta la sua vita caratterizzata da una fase di indicibile spietatezza e una di straordinario recupero. Staresti lì ore e ore senza mai annoiarti: è proprio un gran narratore. A distogliere l’attenzione è il telefono che suona continuamente. In poco più di mezz’ora lo hanno cercato circa trenta volte. Perché Vincenzo, da otto anni in regime di semilibertà alla Casa del Giovane, è diventato il punto di riferimento per molte persone ed è responsabile di numerose attività lavorative. Nonostante il pochissimo tempo a disposizione, non ha abbandonato la scrittura, anzi in questi giorni è uscito il suo ultimo libro: “Bulli, carcere, comunità”, raccolta dei suoi editoriali pubblicati sul quotidiano “Avvenire”.
Vincenzo, com’è stata la tua adolescenza?
Ho un buco nero. La racchiudo in pochi pensieri: famiglia poverissima, senza padre, mia madre che si spaccava la schiena dodici ore al giorno e io che, fin dalle elementari, facevo il bullo. Facevo il prepotente con le maestre, i compagni… Cercavo di metterli sotto. Così, proprio in quel periodo, ho scoperto la violenza. Ho scoperto che, prendendo in mano un sasso e colpendo sulla testa un compagno, tutti gli altri si allontanavano. E’ stata la mia rovina. Questo, trasportato alle medie, ha significato alzare il livello di scontro, ha significato diventare davvero il diverso in classe, a scuola, in famiglia e in strada. La diversità è diventata una difesa, una giustificazione.
Hai fratelli?
Sì, uno. Abbiamo un anno di differenza. La scoperta della violenza l’ho fatta a causa di mio fratello. Siamo arrivati nel veronese dalla Sicilia all’età di cinque o sei anni. Eravamo gli unici a essere chiamati “terroni” in quel paese. Proprio questo sentirsi denominare “terroni” scatenava in me una rabbia furibonda. Per me era un’offesa grave, per lui no. E tutte le volte che andavano addosso a mio fratello, io saltavo dentro e le prendevamo. E’ stato lì che ho fatto la scoperta di quel sasso. Colpendo forte un ragazzo, si è creato un varco: nessuno più si avvicinava, nessuno più ci chiamava “terroni”. C’era solo paura, terrore.
A 14 anni finisci per la prima volta in carcere.
Già. E con il carcere inizia anche l’evasione. Inizia il mio peregrinare tra un carcere minorile e l’altro. Formo una banda di minorenni, non frequento più la scuola, la famiglia, il paese. Inizia la fase del crimine vero e proprio. Non facevo uso di droghe, né di alcolici. Ero affascinato dalla mia forza.
Inizi a rapinare le banche…
Quando entravo in banca, non avevo quasi bisogno della pistola. Mi definivo “il rapinatore”. Essere rapinatore di banche, per me era una medaglia al valore. Non sparavo mai, finché poi invece è successo. Mi piaceva ottenere le cose con la prepotenza.
Come sono stati i primi anni in carcere?
I primi anni ho vissuto una follia lucida. Tutto ciò che facevo all’esterno era diventato uno status quo anche in carcere. Da qui tutte le rivolte e tutti i morti che ci sono stati. E’ la realtà, non è un film né un romanzo. Mi ribellavo e sequestravo carceri interi invaso dall’idea di poter umanizzare il carcere. Invece non facevo altro che il gioco di chi il carcere lo voleva disumanizzare.
Cosa ti ha portato al cambiamento?
La mia nuova presa di coscienza inizia dopo quindici, vent’anni di carcere. Di sicuro non è stato il carcere. Anzi il carcere non ha fatto altro che indurirmi ancora di più. Quindi il cambiamento è avvenuto nonostante il carcere.
Hai iniziato a scrivere in carcere…
Sì, anche se sono un autodidatta. Sono sempre stato molto curioso. Ho avuto la fortuna di leggere e scrivere molto. I miei primi scritti, li prendevo e li strappavo per non farli vedere agli altri. Non consentivo a nessuno di leggere quello che scrivevo. Scrivevo perché ne avevo bisogno. Ero consapevole di diventare debole mentre scrivevo. Non dovevo più apparire per forza, o essere ciò che incarnavo in quel momento.
Cos’altro ti ha aiutato?
Alcuni incontri fondamentali hanno fatto la loro parte. I primi anni avevo fatto passare in secondo piano tutti i miei affetti. Ero diventato un pezzo di carcere. Il mondo affettivo mi era indifferente. Ero tutto proteso allo scontro fisico, alla guerra vera e propria.
Mi ha fatto effetto trovare mia figlia che improvvisamente era più adulta di me. Quando ero latitante la vedevo, poi sono finito in carcere e l’ho vista sempre dietro un vetro. Me la portava mia madre, che silenziosamente ha peregrinato per tutti i carceri d’Italia portandosela dietro.
Nonostante tutto, ti è rimasta vicina.
Mia figlia non mi ha mai abbandonato. Però quando veniva a trovarmi, rimaneva dietro al vetro divisorio per un’ora senza dire una parola. Mi guardava e non parlava. Io ero talmente accecato dalla mia follia che non mi rendevo neanche conto del perché stesse zitta, interpretavo il suo silenzio come una forma di rispetto, di riverenza.
Cos’altro hai maturato in quegli anni?
Mi sono reso conto del fatto che gli interessi, il danaro pesano e comprano le amicizie, le fratellanze. Quando mi sono accorto di essere venduto per soldi, non ci sono più stato. Avevo idealizzato la malavita.
Com’è stata la risalita?
Quando mi sono rimesso in gioco, la critica è stata spietata. Il re era nudo, non c’era nulla che potesse giustificare tutto quello che ero stato ed ero in quel momento. Ero diventato molto debole, tutta la mia forza era scomparsa. L’unica forza che mi era rimasta era quella di non vendere e svendere nulla, di non accettare più compromessi.
Ritirarmi in buon ordine non è stato semplice. Ho pagato dazi pesantissimi. Non ho più strappato i miei scritti. Ho messo nero su bianco i motivi dei miei errori. Perché finalmente avevo capito che la persona più brutta che avessi incontrato in vita mia ero io. Non erano gli altri.
La mia vita è cambiata perché è passata attraverso un giudizio spietato. Non mi sono mai sentito una vittima per la condanna che ho ricevuto. So perché sono stato condannato all’ergastolo. So perché ho fatto anni e anni di isolamento totale, so perché sono stato trattato male in carcere.
Dicevi che hai fatto alcuni incontri importanti.
Ho incontrato alcune grandi persone che mi hanno detto: “Comunque tu sei un uomo”. Lì per lì ho rifiutato d’emblée questa affermazione perché mi sentivo altro che un uomo. Queste persone si sono sedute davanti a me con atteggiamento paritario, che non era finalizzato ai soli bei sentimenti che sarebbero risultati sterili. Con loro ho parlato di tutto ciò di cui prima era impossibile parlare. Perché erano cose indicibili tante volte. Queste persone hanno scatenato in me un bisogno di sentirmi davvero diverso, di emozionarmi e di essere capace di emozionare gli altri: mia madre, mia figlia… Finalmente potevo dire loro che provavo sentimenti felici. Ho sentito la necessità di toccare mia figlia, cosa che per quindici anni non avevo mai neanche supposto.
C’è quindi un risveglio delle emozioni…
Sì, ho sentito il bisogno di sentire mia figlia, di non vedere più mia madre piangere. Ho sentito il bisogno di essere un’altra persona, di essere un uomo. In questo sono stato aiutato da grandi persone. Ho scoperto cose che pensavo non esistessero, ho scoperto la vergogna, il bene verso una persona, la lealtà (non quella di trent’anni prima, che era omertà). Devo molto agli altri. Non sarei qui se non ci fosse stato don Franco Tassone. Tutta la città di Pavia aveva promesso di aiutarmi ma l’unico a cui devo davvero tutto è don Franco.
Poi qui alla Casa del Giovane ho fatto l’incontro più importante della mia vita: Cristina, che poi ho sposato. E tre anni fa ho conosciuto una nuova gioia, mia figlia mi ha fatto diventare nonno di un bambino stupendo.
Alcuni mesi fa hai presentato la domanda di grazia: perché?
Per molti anni, dopo aver detto basta, non ho mai voluto chiedere la grazia. Ho scontato quasi 33 anni di carcere. Ogni volta che mi si presentava la possibilità, la scartavo a priori perché non mi sentivo pronto. Tanti mi dicevano: “Presentala, più di questo non puoi fare”. Io ho sempre risposto: “Non sono pronto”.
E’ il metodo della presentazione della grazia che mi ha sempre fatto avere questa negatività: presento la domanda di grazia perché chiedo perdono. Ma chiedere perdono per tutto il male fatto è racchiuso solo nel gesto di istruire una domanda di grazia e consegnarla? O consiste piuttosto in una sequela di giorni ripetuti in cui fare, dire, essere è un chiedere perdono?
Poi circa un anno fa ne ho parlato prima con don Franco, poi con Franco un altro buon amico della comunità Casa del Giovane, e non so perché da quando ho deciso di presentare la domanda di grazia non mi sono più chiesto se la merito. So che più di così non posso dare. Questo non significa che mi sto ponendo ulteriori limiti ma che sono consapevole dei miei limiti.
Se lo Stato, la società, non intendono perdonarmi è un discorso, se invece ritengono di aver usato il carcere per percorrere una strada costruttiva, allora credo che il discorso da fare affinché il carcere migliori le persone sia un altro.
2 Ottobre 2008 a 1:47 pm
RAVE PARTY: NESSUNA USCITA DI EMERGENZA
Nuovamente, nei salotti buoni, ritorneranno i soliti volti noti a dannarsi l’anima per tentare di dare una spiegazione plausibile, una causa decodificabile, una possibilità ben articolata per rendere meno ardua la sentenza, la quale non limita alla corresponsabilità di ognuno il peso di questa assenza, ma allarga a ciascuno la colpa, infatti ognuno e ciascuno siamo troppo presi a farci le scarpe con le promesse svuotate di ogni contenuto, siamo bravi a invocare sicurezze, ma persistiamo a non voler vedere a un palmo dal nostro naso.
Musica a palla e movimenti ossessivi, avanti senza fretta, tanto il tempo non esiste più, è lì bloccato, violentato dal futuro negato, nell’ultimo agguato che reclama il dazio più alto da pagare.
Un’altra ragazza è caduta a piombo, con le unghie colorate e le vesti intatte, distesa a terra, senza riuscire a trovare un’ansa dove ritemprarsi, dove rifugiarsi, dove ritrovare finalmente un senso.
Gli adulti nel frattempo fanno finta di non vedere gli altri, quelli con gli occhi spiritati dai capitomboli volanti, che comprano il biglietto per la prima fila e per la roba da calare giù. Stanno a parlare di droghe, di alcol, di disagio, di giovani tramortiti dalla anormalità fatta banalità, senza accorgersi delle ultime volontà di una società malata, sbilanciata per vincere a tutti i costi, perdendo i pezzi migliori.
Rave party e l’attesa racchiusa in un bicchiere, l’ultimo, quello della staffa, calato giù con la roba, così scompare l’urto del fastidio che verrà, senza fare rumore riempirà di attenzione ognuno, in una ossessione illusoriamente liberatoria, che condurrà al prossimo sacrificio.
Un’altra ragazza è morta, titoloni sui giornali e trasmissioni ad alto registro, per sottolineare il pericolo dei rischi estremi, la ferocia del suono che disinibisce, delle sostanze che inventano corsie preferenziali prive di uscite di emergenza.
C’è urgenza di andare alle statistiche che dilaniano le certezze, per non accettare questa partitura scritta sulla pelle dei più giovani, c’è altro da indagare, per arginare quella voglia di scomparire, intesa all’inizio come una semplice boutade, ma a giorni alterni eletta a mito che non viene meno.
La strada da percorrere insieme sta nel mezzo di quel rave party, nel centro di quello spiazzo, dove la storia ci racconta un desiderio di vivere e gioire che non c’è più, di emozioni sparate addosso ai sentimenti, di un senso ripiegato su se stesso, così accartocciato da falsarne l’importanza.
Occorre smetterla con le politiche da neofiti d’accatto, serve raccontarci la nostra storia personale, che a volte non è bella, anzi è una gran brutta storia, ma proprio per questo potrebbe indurci a non guardare più il cielo e pensare che il “destino è cieco e non lo sa “.
Perché siamo noi i protagonisti dei nostri domani, delle nostre speranze di incontrare qualcuno che parla alle stelle di quel cielo, e quelle stelle portano il nostro nome.
2 Ottobre 2008 a 1:47 pm
IL BRANCO DEGLI SCARACCHI
La tortura nei riguardi di chicchessia è una ignominia, messa in atto dal branco verso un giovanissimo è qualcosa di ancora più indicibile.
La violenza è compagna di viaggio di molta parte di umanità, in questo caso c’è il gesto di crudeltà fine a se stesso, la ricerca di prevaricazione, il dominio sull’altro, poco importa se ottenuto arrecando dolore al più debole, fragile, indifeso.
Il branco usa tecniche ben collaudate, la bugia, l’inganno, il tradimento, esprime una caratura professionale consona alla sua età, per soggiogare, mettere sotto, rendere schiavizzata del proprio potere la vittima designata.
La baby gang lega un ragazzino a un albero, lo colpisce, gli urina addosso, tra scaracchi e risate sguaiate, poi è gia ora di ritornare a casa, ognuno con il proprio balzello ben calato nelle tasche vuote, e ciascuno conoscerà altre ferite, mentre il dolore del ricordo scaverà nelle carni un solco indelebile.
Di fronte a questi fatti si fa sfoggio di sociologie e pedagogie di intrattenimento: genitori che non sanno più essere educatori, una società che spinge al divertimento e allo sballo infrasettimanale.
Il branco sopravvive a se stesso, costantemente disconnesso dalla quotidianità, dove esistono ancora le regole, quelle che occorre conoscere per poterle rispettare, quell’area libera da sottomissioni precostituite, dove esistono le persone avvero autorevoli, che qualche volta è possibile incocciare, attraverso la fortuità di un incontro, che però obbliga a dedicare tempo e volontà a relazionarsi nella pratica della discussione e dell’ascolto, con quanti ogni giorno rimangono contusi alle arcate sopraciliari, degli altri acciaccati nell’anima.
Violenza e paura di non essere nessuno, paura di non riuscire a essere quel che si vorrebbe, violenza e paura di non essere degni del gruppo, approvati e accettati, protetti da una omertà che consolida la sua egemonia attraverso l’ottenimento di sensazioni forti, immediate, di quelle che “sconvolgono”, ma non affaticano né impegnano più del necessario.
Persino nella infamia di questo gesto, di questa violenza imitata e imitante, di questo atteggiamento mentale terroristico, erede dei bullismi di ieri, c’è inquietante la rivolta sotterranea, la voglia di annichilirsi, di affrancarsi dalla contaminazione di ogni eventuale “fuori quota”, fautori di una normalità insopportabile, dove c’è il rischio di incappare in quell’intelligenza e sensibilità, che non permette ad alcun adolescente, né ad alcun adulto, di disconoscere il valore della dignità umana.
Branco, baby gang, teppisti e bulli, molte le declinazioni, poche le giustificazioni travestite da attenuanti , è violenza che scardina la libertà di crescere insieme, che nega il diritto di essere conformi nel rispetto dell’altro, che disperde il dovere di resistere fino in fondo, per essere degni di vivere con lo sguardo in alto, con il domani ben cucito sulla pelle.