Carcerieri e carcerati. Seconda parte
25 anni fa entravo per la prima volta in un carcere per quella che sarebbe stata la stagione più sconcertante e più accrescitiva della mia vita.
Allora nessuno era pronto al nuovo ordinamento penitenziario che aveva individuato nel trattamento e nelle misure alternative alla detenzione il nuovo punto di vista per affrontare il problema della criminalità.
Grandi leggi in quei tempi, leggi di vera avanguardia: divorzio, aborto, riforma penitenziaria, codice penale… leggi che dimostravano quale grado di adesione alla realtà sociale stavano sviluppando in quegli anni le Istituzioni.
Entrai per fare l’assistente volontaria per volontà di un grande uomo.
Uno dei magistrati più illuminati che l’Italia abbia avuto.
Un uomo che, nonostante la sua appartenenza al potere, ha sempre lavorato per interpretare il concetto che il carcere non deve esistere.
Dapprima su campo, come Magistrato di Sorveglianza e poi come studioso delle problematiche del carcere ed ideatore delle più importanti riforme penitenziarie. Assistente volontaria in carcere. Roma. Rebibbia Penale.
Ufficialmente insegnavo italiano a stranieri e italiani analfabeti.
La realtà trasformava ogni incontro in un dibattito sulle esigenze di ognuno e in un tentativo di risolvere i guai quotidiani con le lentezze burocratiche.
Erano detenuti asiatici, zingari, gente del profondo sud.
Insomma i soliti che pagano.
Misure alternative alla detenzione, ovvero la possibilità, per qualcuno, di uscire, di andare a lavorare, per altri addirittura di riabbracciare la propria famiglia.
I detenuti, sulla tangibilità di queste riforme, erano i più scettici e la maggior parte di loro chiedevano cose improbabili.
Improbabili da un punto di vista giuridico o politico.
Ma reali.
L’assistente volontario rappresenta il tramite fra l’interno e l’esterno, porta dentro la realtà quotidiana e fuori le contraddizioni della reclusione.
Sempre a tu per tu con quell’esasperata necessità di ricreare legami e valori anche se all’interno di un mondo coercitivo e negante.
13 detenuti per un programma sperimentale voluto dall’allora Direttore: istituire una specie di scuola per detenuti analfabeti o semianalfabeti, nel quale mi sono gettata senza titoli e forse anche con poche difese.
Ci scrutavamo attorno al tavolo ovale della stanza con le finestre alte.
Analfabeti e stranieri gareggiavano per l’attenzione dalla maestra. C’era chi portava poesie, chi preparava temi, chi chiedeva di leggere questo o quel testo.
Poi subentrò la diffidenza e la ribellione e tutti quei tentativi di mettere alla prova la coerenza e la dedizione dell’assistente volontaria, figura quasi del tutto sconosciuta ai più.
Mi sono trovata a fare i conti con le questioni umane, con il desiderio di vedere i propri figli, o la propria moglie, con i lutti e le liti.
Mi sono trovata di fronte alle gerarchie dei detenuti, piccole mafie dolorose e radicate come antichi valori; di fronte ai buchi neri delle menti più fragili ed alla vergogna mascherata da machismo.
Ma soprattutto mi sono trovata di fronte alla certezza che offrire un apporto esterno capace di spostare l’attenzione del detenuto su questioni diverse dal suo personale problema, è fondamentale per riconsegnargli un minimo di identità umana.
Ero privilegiata. Eppure questo non mi ha protetta: mi hanno ostacolato in tutti i modi.
I detenuti rinunciavano all’ora d’aria per le nostre due ore di comunicazione e loro, gli agenti di custodia, cercavano ogni scusa per farmi arrivare in ritardo (e provocare la disillusione degli ignari detenuti che pensavano fossi io a disinteressarmi di loro); il prete trovava disdicevole che io portassi la torta di compleanno per festeggiare i miei 22 anni con i detenuti; sono stata quasi stuprata da un agente di custodia che voleva ricattarmi perchè avevo osato dare un regalo ad uno dei detenuti (o me la dai o ti denuncio) e così via.
Eppure qualcosa era cambiato.
L’analfabeta lesse due pagine di un libro e scrisse una lettera di suo pugno; le profonde crisi depressive di un ragazzo giovane s’erano come rapprese nello studio così compito che faceva.
Riabilitazione del detenuto ed umanizzazione della pena.
