L’India in cui ho visuto
Il mondo, da questo treno del ritorno, sembra un film sull’India. La profondità di campo, l’orizzonte scandito dalle palme, biciclette nere e uomini vestiti di bianco.
E’ scesa la notte ed il treno si è trasformato in un pullulare di esseri umani. Qui la sera scende sempre come un velo sugli occhi.
La realtà pian piano scompare, il buio ingoia le case e poi, magiche come fuochi fatui, s’accendono luci improbabili: lampadine fioche, fiamme di camping gaz, fuochi fumosi, candele poco brillanti.
La luce cancella tutto e rischiara soltanto se stessa.
In questa oscurità tutto è possibile. Il mondo come visto dagli occhi dei topi, il mondo che non c’è.
Ci sei solo tu, la tua persona, la tua vita, la tua essenza.
Non sei più in relazione con gli altri e con le cose.
E’ quasi incredibile come gli occhi dal di fuori ti si rivolgano dentro.
Tu non sei più spettatore, né più teatro, tu non sei più nulla, eppure puoi essere tutto.
La notte indiana d’estate è straordinaria.
E’ un concerto e le melodie sono infinite ed estremamente ben concertate fra loro. Grilli di sottofondo, piccoli uccelli notturni e poi la luna, anche se sta calando, rischiara le sagome della campagna, filtra attraverso un cielo a tratti nuvoloso, scopre alberi isolati o in gruppo, case immerse nel buio segnalate dalle lievissime lampadine così sparse nella distanza da non dare neanche l’idea del presepio…
La notte indiana è stregata, sembra un paradiso.
Non si vedono più le case sporche, brutte o pericolanti, le macchie di fango allagato, le facce di gente distrutta dalla fatica, dall’ignoranza, dalla malattia o dalla curiosità.
Tutto sembra avvolto nel mistero, l’aria finalmente profuma e così, libera da escrementi o altri odori sembra essere più leggera. Anche l’umidità dei monsoni si dirada e sono le lucciole, a centinaia, ad illuminare qui e là la strada, come gettate nella notte da una fata o cadute giù dal manto di Merlino (ma chissà se è mai stato da queste parti?).