Trent’anni fa
Oggi il Santo Padre mi ha dichiarata assassina conclamata.
Sono in buona compagnia, s’intende.
In compagnia di tutte quelle donne che usano ripetutamente metodi anticoncezionali.
Era l’aprile del 1992 quando ho commesso il mio delitto, e non credevo, non supponevo neanche lontanamente il dolore.
Quel dolore.
Le preparavo io, le donne, quando operavamo in clandestinità.
Fino ad allora avevano abortito fra ferri da calza e spremute di prezzemolo, oppure (se potevano permetterselo) erano salite, quasi sempre da sole, su un aereo per Londra.
Poi era arrivato il metodo Karman per aspirazione ed aveva squarciato il velo di dolore, vergogna e speculazione che copriva gli aborti clandestini.
Quelli dei medici “cucchiai d’oro” che attentavano, in cambio di milioni, alla vita delle donne.
Il Karman poteva essere praticato da chiunque avesse avuto un’istruzione in proposito.
In molte facevamo così la nostra quotidiana disobbedienza nei confronti delle leggi che massacravano le donne, soprattutto le giovanissime, le povere, le malate, le vittime di violenze…
Venivano a grappoli alla riunione del mercoledì. Erano tante, disperate, angosciate, forti.
Si parlava, si spiegava, si consolava, si giustificava, si aiutava la vergogna, la paura, l’imbarazzo. Si cercava di lenire il senso di colpa che le divorava.
Tutte.
Anche le più spavalde.
E, nel giorno fissato, partivamo alla volta di qualche casa di San Basilio, del Tiburtino Terzo o di Torrevecchia dove si radunava un gruppo selezionato a seconda dell’urgenza.
Spesso quelle drammatiche riunioni venivano fatte all’insaputa dei mariti, in ritagli di pomeriggio, mettendosi a turno qualcuna a far da palo sulla porta mentre all’interno si maneggiavano cannule e aspiratori, mentre grumi di dolore salivano su per i tubi di plastica e troppo spesso non si avevano abbastanza ricette per poter assicurare a tutte l’antiemorragico.
Non tutte urlavano.
Noi sì.
Noi tutte in quell’ospedale abbiamo urlato.
Ho urlato come un maiale sgozzato in quell’aprile del 1992, quattordici anni dopo la fine della clandestinità.
Ho urlato vergognandomi di non saper essere forte, di non saper far fronte ad una situazione che pure tante e tante volte avevo vissuto da spettatrice.
L’infermiera mi teneva la pancia e la ginecologa parlava.
Ed io perdevo la testa e non riuscivo nemmeno a ricordare come respirare.
Prima la lancia fredda dello speculum che dilatandosi separa i muscoli con forza, poi uno strumento che entra dentro come mordendo, quindi l’iniezione e subito dopo qualcosa di orribile, di imprevisto, di assurdo che mi ha preso l’anima.
Non potevo vedere, ma sapevo che era il momento in cui si mettono le cannule per allargare il collo dell’utero.
Dal di qua è come se ti strappassero non solo la carne, ma la vita.
L’anima.
In quel momento mi sono morsa le mani ed ho gridato.
Mi hanno chiesto di rilassarmi per lasciarle lavorare bene.
Ho giurato: “mai più!”
Ho pensato di essere vigliacca.
Poi piano piano è passato.
Hanno tolto la pinza.
Sono iniziate le contrazioni.
Dopo un’ora ero fuori, pronta per tornare a casa: qualche perdita, un lieve dolore costante. Lo choc.
Abbiamo interrotto le funzioni per cui il nostro corpo si stava preparando.
Le abbiamo interrotte con la forza.
E’ l’ultima cosa che una donna vorrebbe scegliere.
Fantasmi di punizione s’aggirano violentemente nell’anima.
Non si riesce neanche a concedersi il pensiero: “ora tutto è finito”.
Il corpo ha memoria ed un passaggio come questo non potrà lasciarti mai uguale a prima.
Ed un giorno, quasi 30 anni dopo, ti mandano a dire che sei un’assassina.
Assassina tu che hai interrotto una vita, assassine ed assassini tutti coloro che non l’hanno concepita.
La legge 40 stabilisce che l’embrione è già vita umana, e perciò correda l´embrione di «diritti».
Affermare, che “il concepito” ha eguali diritti della madre può divenire la premessa per mettere in discussione radicalmente la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, legge che ha prodotto l’esito positivo della riduzione degli aborti in Italia.
Embrione, abbiamo detto.
Non feto. Come ci fanno vedere tutti i manifesti.
Embrione, ovvero cellula.
Di vita, evidentemente.
Come vita è pianta, seme, animale, principio chimico, energia, bambino massacrato in montagna o affogato nel fiume.
Ma vita non è donna, a quanto pare, visto che sulla sua autodeterminazione si può passare sopra, visto che della sua salute si può fare carne da macello.
L’impressione è quella di essere tornati indietro nelle coscienze e nelle attitudini.
L’impressione è ci siano riusciti: appena le donne hanno abbassato per un attimo la guardia, si sono schierati: pronti a ricacciarle indietro nella storia, nei diritti e nella civiltà.
Con i Referendum del 12 e 13 giugno c’è la possibilità di evitare un nuovo danno ed un ulteriore inganno.
Io voterò 4 sì.
L’importante è andare a votare.

31 Maggio 2009 a 2:44 pm
Perché ci ostiniamo a chiamarli clandestini?
Si fa un gran parlare di aborti clandestini, ma perché non proviamo a farli divenire e chiamarli privati? Una donna per un’appendicectomia è libera di scegliere il medico ed il luogo di cura, per un’interruzione di gravidanza è costretta invece a servirsi di strutture pubbliche, delle quali può non avere piena fiducia; è il risultato della legge 194, nata trenta anni fa dall’ipocrita compromesso tra democrazia cristiana e comunisti. All’estero è completamente diverso, la paziente può rivolgersi all’ospedale o scegliere un ginecologo in una clinica privata autorizzata. Certo bisogna cambiare la legge, che attualmente obbliga a rivolgersi unicamente verso gli ospedali ed operare i dovuti controlli per evitare abusi.
E smettiamola anche di evocare lo spettro delle mammane e delle donne rovinate dall’aborto. Le mammane non lavorano più da decenni ed il famigerato laccio è andato definitivamente in pensione. Oggi se una paziente sceglie un medico privato è perché sa molto bene che gli specialisti che si dedicano a questa attività sono molto più abili dei colleghi ospedalieri, adoperano il metodo Karman (aspirazione) molto meno cruento della metodica chirurgica tradizionale e soprattutto permettono di evitare le defatiganti attese, gli interrogatori imbarazzanti, gli interminabili e spesso inutili accertamenti, la promiscuità delle corsie, l’ansia di una decisione sempre dolorosa e traumatizzante, che spetta solo alla donna dopo aver interrogato la sua coscienza.
In Italia la legge prevede che le cliniche private possano chiedere l’autorizzazione a praticare l’interruzione di gravidanza ed addirittura il convenzionamento con l’Asl, ma questa richiesta solo eccezionalmente viene accolta, per cui un ginecologo che volesse seguire una sua paziente, in cura da anni ed alla quale ha preso i parti precedenti, deve invece abbandonarla a colleghi, quasi sempre giovani e che spesso si dedicano all’interruzione per trovare un primo lavoro, pronti a divenire obiettori appena ottenuto un contratto a tempo indeterminato.
Presso le Asl in tutta Italia dormono decine di domande di autorizzazione ed i politici debbono decidersi ad affrontare il problema, che da tempo attende una soluzione rispettosa delle richieste di tante cliniche qualificate, che vogliono mettersi al servizio della legge e delle donne.
Dimenticavo le pazienti che oggi ricorrono ad un medico privato pagano una cifra in linea con i prezzi delle prestazioni sanitarie e fanno risparmiare allo Stato circa 2000 euro, dobbiamo esserle grate.
Achille della Ragione
3 Giugno 2009 a 1:37 pm
gentile achille, se legge attentamente, vedrà che parlo di 30 anni fa, quando le mammane esistevano eccome e di aborti clandestini perchè prima della -da lei vituperata- legge 194 gli aborti erano tutti clandestini (e mi consenta di sottolinearle che avendone militato nel CISA forse ne ho memoria sulla mia pelle).
Per il resto lei è un fautore del privato, io del pubblico in tutte le sue forme, e per quanto riguarda il metodo Karman le assicuro che i suoi unici vantaggii sono quelli di essere meno cruento e più rapido, ma per quanto riguarda il dolore fisico e interiore, se proprio dovessi consigliare, consiglierei a tutte le donne che si trovano a scegliere l’interruzione di gravidanza, una bella anestesia, cossa che l’aspirazione non prevede.
Ci sono leggi che vanno cambiate soltanto perchè sono state applicate in maniera indegna, perchè sono state snaturate e ci si sono annidate dentro volgari necessità politiche.
La legge 194 è una buona legge di cui è stato permesso di fare carne da macello, di farne aborti di applicazione (tanto epr rimanere in tema).
Ma in Italia ci piace cambiare, distruggere tutto: il buono e il cattivo. Siamo infastiditi dalla tradizione e poi ci tocca aprire i musei della memoria per far sì che qualcuno si ricordi che abbiamo vissuto.
Mi dispiace gentile Achille per me le cose migliori del mondo sono quelle pensate e sperimentate, quelle dovute ad onestà intellettuale e non a speculazione politica.
Io non so se “della Ragione” è il suo cognome reale oppure vuole intendere che lei appartiene alle persone dotate di raziocinio, ma mi creda, la ragione non ha mai sottomesso la realtà.