Spagna dei misteri. Prima parte
Tutto è cominciato a Valencia dove fra gotico, barocco e primi esempi di arabo-moresco siamo arrivati, quasi senza accorgercene, nel cuore del mercato delle pulci valenciano; un mercatino modesto, che si dipana per l’intrico di stradine attorno alla cattedrale.
Valencia dalle porte fortificate, Valencia dagli alabastri più tenui.
La cupola della cattedrale, totalmente bianca e vetrata da immense finestre d’alabastro venato di giallo che sfuma al rosa, sembra un cantico di purezza.
Penso: ecco i colori, i colori dell’estasi e dell’armonia… e d’improvviso tutto diventa fuga verso il cielo.
Quell’antico ostensorio d’oro e d’argento ricolmo di pietre preziose ed ornato con collane di perle a profusione, i due dipinti di Goya dai volti stravolti e dai colori cupissimi… ed in fine, stupendo nel suo tabernacolo d’oro laminato, il Graal.
Sì, il Graal di Parsifal, il Graal della conoscenza, la piccola coppa d’agata dalle sfumature bianche che fu montata in oro e pietre preziose dagli arabi.
Una visione, una visione che prosegue il viaggio al nostro fianco .
E siamo andati oltre, attraverso litoranee e strade perdute fra montagne mozzafiato, fin verso la sommità della punta più orientale: Cabo S. Antonio, una scogliera a picco sul mare, un’altezza infinita, un vento senza requie.
Non c’era altro che il mare, la montagna ed il vento.
Un luogo di potere, di potere totale.
Il vento ne era il padrone, e ricacciava all’indietro gli esseri che s’avvicinavano, facendone un campo di ferocissime battaglie.
Era come se una forza superna sovrastasse ogni resistenza; era tutta una danza incredibile di sensazioni che scorrevano turbinose.
Ed in fine di corsa verso la cima della roccia, stringendo fra le mani la pietra strappata alla scogliera pur di andare via in pace da quella tempesta di potere che s’era scatenata tutt’attorno.
Eppure non tutto era domato.
La strada prosegue fra le alte montagne dino a Cabo la Nao che appare molto più alto o, forse, è solo molto più a picco.
Qui, in bilico su una balza di roccia rosa riparata dal vento, ho visto un altare di mare proprio sotto ai miei occhi.
Colori di lapislazzuli e malachite.
Se dio è un pesce la sua cattedrale è nel fondo di un mare di scogli.
La strada fino ad Alicante passa per montagne scure e notturne piene di presenze stregonesche: il Penon di Ifach è come un dente di mare; le luci di case sparse nel nero della roccia, le gallerie scure, le torri rotonde e quest’aria magica, forte di presenze inquietanti.
Alicante ci abbraccia come un orribile mostro dai tentacoli di grattacieli.
Andare, bisogna, proseguire verso Elche dove dicono vi sia una foresta di palme.
Ma Elche non esiste, Elche è un incubo di notte, Elche è metà porto, metà cittadina di provincia:
Elche dalle distese sconfinate di palme spettrali nella notte.
Secondo la mappa l’albergo si trova sulla spiaggia.
Cercandolo ci troviamo in un luogo di fantasmi, lungo un sentiero sconnesso con un groviglio di gatto appena sfracellato che ci appare all’improvviso fra le palme bianche nel mezzo della strada…
Quante volte abbiamo ripercorso quella strada… quante volte siamo tornati indietro prima di capire che l’albergo era chiuso.
E poi in città un albergatore ruffiano dal volto schifoso. E fuggire nella notte oppressi da qualcosa di estremamente negativo, fino a raggiungere Orihuela, città di caldo da tagliare a fette, e quindi fino a Murcia dove finalmente ho deciso di togliere l’anello.
L’anello del mistero acquistato da un rigattiere di Valencia: una pietra lavica lucida, incastonata in una montatura ottocentesca ornata da infinitesimali scaglie di diamante.
La pietra è scheggiata e manca una scaglia.
La donna nel negozio lo ha lasciato ad un prezzo stracciato, quasi volesse liberarsene…
A Murcia ho tolto l’anello ed abbiamo proseguito la strada che, attraverso le montagne conduce ad Aguilas fino a ritrovarci a Mojacar.