Cocktail in giardino

L’invito, in cartoncino pesante con lo stemma d’oro vergato con una tondeggiante calligrafia sembrava imperativo: l’Ambasciatore dell’India e Signora chiedono di poter avere il piacere della sua compagnia alla loro residenza il 20 settembre 2005 dalle ore 19.30 alle 21.30.
R.S.V.P.

Un cocktail, accidenti. Ed ora come mi vesto?
Ripasso rapidamente le poche cose ammucchiate dentro le valigie che mi trascino appresso in questo vagare, mentre gli operai lavorano alla ristrutturazione della mia casa: 70 mq che somigliano sempre di più alla fabbrica di S. Pietro…
Accidenti, non ho niente. E niente, questa volta, significa davvero niente.

Tranne quel tubino nero traforato.
L’ultima volta che l’ho messo ero davvero felice. Oggi un po’ meno.
Quando mi invitano ad una festa entro in ansia.
Non amo le feste.
Preferisco sempre le riunioni ristrette. Il mio massimo è due persone.
Posso resisterne cinque. Forse.
Invece di stirare il vestito mi fermo a pensare quanto ero felice l’ultima volta che l’ho indossato.
Lì nella terra dei miei sogni, con l’uomo dei miei sogni, con il futuro fra le mani e la voglia di fare qualcosa di speciale, di volare via, davvero.

Tanto penso al sole che comincia a piovere.
Ci mancava.

Riacciuffo le idee perse e metto su il ferro.
La gatta salta sulla tavola da stiro e il ferro vola in terra.
Spargendo l’acqua, naturalmente.
Asciugo. Riprendo a stirare. Lo indosso. Mi trucco.
Scarpe.

Scarpe???
Già, non ci avevo pensato. Afferro il sacco delle scarpe. Snickers arancioni, infradito turchesi con perline, rasoterra con cuore, zeppe di corda.
Possibile che non abbia un paio di scarpe nere col tacco?
Alla fine vengono fuori. Naturalmente impolverate e opache.
Straccio.
Ora splendono.

Borsina rossa con paillettes. Devo ricordarmi di metterci dentro il liquido per le lenti a contatto. Ed il rossetto of course.
E se sentissi freddo? Scialle spagnolo rosa acceso.
Tanto lo porto sul braccio.

Esco.
La gatta scappa.
Rinuncio all’inseguimento. Tornerà.

Accendo lo scooter. Il casco sulla piega appena fatta mi provoca terribili visioni di capelli spioventi e appiccicosi.

Parto. Dovevo essere lì già da mezz’ora. Aspetteranno…
Traffico. Devo arrivare quasi dall’altra parte della città.

La residenza dell’Ambasciatore dell’India è una villa bellissima immersa nel verde.
Ne avevo visto l’interno, ampi saloni, tappeti e sculture, ma stasera il cocktail è in giardino e
Sua Eccellenza attende i suoi ospiti sulla porta.

Il giardino è già pieno di gruppetti di varia nazionalità che s’affaccendano attorno ai tavoli, mentre i camerieri passano scivolando e sfidando l’impenetrabilità dei corpi con i loro vassoi ricolmi di samosa, pakora, melanzane e cavolfiori fritti, crocchette di pollo, spezzatini, cubetti di formaggio serviti con acini d’uva…

Mi avventuro fra pseudo danzatrici di kathak, impiegati della FAO con le loro famiglie, militari, direttori di festival, di riviste e di musei, musicisti, gruppi multicolori, sari di seta, sorrisi e mascelle in movimento.
Osservo le signore, per lo più occidentali, vestite di sete crude colorate, guardo le loro giacchine avvitate e col colletto rigido, i pantaloni fascianti, le tuniche con i bordi dorati, le sciarpe multicolori. Oscillano su tacchi altissimi, arrancano sulle scarpine dorate che affondano senza speranza nel terreno del giardino reso molle dalla pioggia.

Sorrido, sorseggio vino bianco a temperatura ambiente, provo a scambiare qualche parola…

A., la mia amica dell’Ufficio Cultura dell’Ambasciata viene in mio soccorso.

Mi racconta che in quel giardino ricolmo di alberi alti e verdi, con i melograni carichi di frutti che ombreggiano la grande piscina, siamo in terra indiana.
Non può entrare neanche la polizia. Né la finanza.
Improvvisamente fissa un punto un po’ discosto del parco, guarda meglio e ride: “Accidenti, come cambiano in fretta mogli, amiche e amanti!” dice guardando verso un uomo di mezza età, che sta avvicinandosi al tavolo dei drink.
E’ il fratello del famigerato Umberto Scapagnini, Sindaco di Catania più noto per le sue accompagnatrici brasiliane che per le sue capacità amministrative.
Sembra che in famiglia cambino accompagnatrici come fossero cravatte.
Visto da vicino ha quello sguardo un po’ ittico del tombeur de femmes disattento che rimbalza su scollature e fondoschiena. Per abitudine, senza un reale motivo.

T. ci annuncia che il dolce verrà servito in piscina.
Non vado e mi preparo per i saluti.

Gli ospiti cominciano a sciamare fermandosi ad omaggiare la Signora Ambasciatrice, famosa cantante delle musiche di Tagore.
L’Ambasciatore, poco protocollarmente mi bacia sulle guance.
Fuori qualche illustre ospite litiga per il taxi.
Riprendo lo scooter.

La gatta mi aspetta fuori della porta.

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