Big Beautiful Women
Una fitta dolorosa squarcia le realtà così perbenino del Sacro Cuore del Web nel post di ieri su Lipperatura.La semplice segnalazione di un libro, “Il corpo giusto” di Eve Ensler scatena il marasma che ribolle sempre più duramente nel/sul/attorno al corpo della donna.
La speranza fallita di parlare del “marasma del corpo” in generale si deposita profondamente e quasi esclusivamente ancora una volta sul corpo della donna.
E nei commenti a quel post si trovano nell’ordine: persone così malfidate e lontane dalla realtà (sanamente lontane si spera) da scambiare anoressia e bulimia per set di fiction dove recitano ragazzine ambiziose e narcisiste; ex anoressiche, anoressiche attuali, saggi equilibristi sulla linea di confine fra il reale ed il corretto e reazionari della più bell’acqua che fingono di fare i provocatori, ma che invece sono incrostati di un atavico disprezzo della donna dettato più dalla paura che dalla misoginia, più dalla competitività che dalla tradizione.
“Le donne di tutto il mondo lottano disperatamente contro la loro immagine cercandone un’altra”. Ecco, in sintesi, il contenuto del libro che però si fa agghiacciante via via che ci si inoltra nella lettura.
Qual è quest’altra immagine a nessuno è dato di saperlo.
Neanche a tutte le donne che si offrono come cavie e che poi, insoddisfatte, cercano nuovamente un’apparenza ideale.
Perchè a volte c’è il modello irraggiungibile della modella occidentale (o di quella esotica che delle sue caratteristiche morfologiche ha mantenuto quasi esclusivamente la pigmentazione della pelle), ma in realtà i modelli cambiano, si evolvono, ed a volte tendono all’orrore, alla mancanza di armonia, alla distorsione della percezione.
Perchè i modelli si costruiscono a tavolino, miscelando simboli ed immagini capaci di evocare qualcosa, mescolando la storia dell’arte, la geografia ed il colore dei desideri.
Perchè i modelli si preparano e poi si buttano in pasto a chi li dovrà adottare e consumare (e l’imperativo è di consumare velocemente, bulimicamente, ciò che viene presentato per far spazio alla prossima offerta) senza istruzioni per l’uso.
Il più grande equivoco nella storia dell’immagine femminile sono le dimensioni.
La grassezza, in particolare, reputata di volta in volta malattia, problema sociale, espressione di un modo di essere, e sempre fonte di immensi guadagni per chi sa sfruttarla.
La comunicazione (che sia estetica, medica, erotica o commerciale) segue due strade assolutamente opposte che partendo entrambe dal corpo della donna, tirano la sua anima, la sua intelligenza e le sue ambizioni contemporaneamente nelle due direzioni. Fino a squarciarlo.
Parliamo di donne in sovrappeso, non dei grandi obesi che rappresentano -si dice- un problema sociale: da un lato c’è la repressione, il rimprovero, l’ammonizione, il metter paura, lo scherno, l’allontanamento dal gruppo; dall’altro c’è la concessione, l’assoluzione, la lettura moderna delle problematiche, la necessità di accogliere e gestire un problema di ampie dimensioni.
La persona grassa è un soggetto economico di tutto rispetto nel suo ruolo di consumatore: perchè, in fondo, la realtà dominante è quella del profitto ed allora da un lato occorre liberare il grasso ed incentivarne la sua stabilizzazione, mentre, dall’altro, è fondamentale condannarlo ed imporre una terapia.
In entrambi i casi si mette in moto un meccanismo economico spropositato: abiti ed oggetti “su misura”, film e trasmissioni, concorsi per miss e mister ciccioni, slow food e gastronomie culturali di vario genere, fino alla pornografia fetish che ha come soggetti del desiderio donne grasse, grassissime e perfino malate; oppure metodi di dimagrimento d’ogni genere, dalle pastiglie miracolose, ai massaggi, alle diete, alle medicine alternative, ai metodi olistici, alle psicoterapie, palestre, saune, terme, agopunture, digiuni, segregazioni, tecniche ipnotiche o di conoscenza di se stessi e quant’altro studiato ad hoc.
Si parla sempre di “piacersi”, ma piacersi è una parola che lancia segnali contrastanti. Spesso non si hanno metri, né parametri per piacersi.
Infatti non è questione di piacersi.
La maggior parte delle donne non sa che l’immagine del proprio corpo dipende dai propri valori, da quello che si chiede o non si ha il coraggio di chiedere, da quanto abbiamo fatto nostro un modello piuttosto che un altro.
Da quanto abbiamo imparato a considerare giusto o sbagliato nel corso della nostra vita.
Si ingrassa perchè si è dipendenti da qualcosa. Dal cibo in primo luogo, dalla simbologia del cibo, dalle notizie sbagliate sul cibo, dalle reazioni nei confronti dell’idea di cibo, dalla necessità di liberarsi dal cibo. Dalla mancanza d’amore.
Si dipende sempre da qualcosa quando non si è in armonia.
Ed allora non c’è soluzione o consiglio che basti; si rimane sole ad arrotolare e srotolare mille volte lo stesso gomitolo che a volte s’ingarbuglia e s’annoda.
Ed allora si prendono le forbici per tagliare i nodi, ma i nodi vanno aperti con le mani: dita leggere od unghie taglienti.
Finchè la vera immagine non si compone.