Verso Sud. Terza parte. Castel del Monte

Montagne di sale si perdono fra le dune e le pozza statica della laguna.
Cristalli di sale come piccoli diamanti saporiti scintillano al sole fra i passi armati di operai con gli occhi bruciati dal riverbero incessante.
Le saline mi affascinano e mi intimidiscono: il cielo ed il mare si confondono e s’impastano, la laguna disorienta e mentre prosegui la strada verso il mare, ecco t’accorgi che il mare si apre alle tue spalle.
La strada procede,costeggia, s’inoltra.
Erba alta, olivi che annodano i loro rami, filari di vite, macchie fiorite e sassi punteggiano la via verso la meta magica e nascosta.
Intravedo nascosto fra i rami un piccolo dolmen. Dicono che segni i luoghi incrocio d’energia.
La Puglia è magica, si sa.

E all’improvviso azzurro, sfumato nell’azzurro del cielo, s’apre Castel del Monte.

Castel del Monte è un enigma che nessuno vuole svelare.
Ed il perchè di questa reticenza è un mistero nel mistero.
Teorie affrettate, ipotesi avanzate per placare richieste maliziose (o maligne?) e, su tutte, la necessità di alimentare il mito di Federico II, vera icona della Capitanata.
Ma Federico II, probabilmente, non ha fatto costruire quel castello, nè, sembra, ci abbia mai passato molto del suo tempo.
E’ stata la sua progenie ad esservi rinchiusa perchè, alla fin fine, tutte quelle stanze che si susseguono a ritmo matematico e labirintico si sono dimostrate più utili ad imprigionare che a far spaziare lo spirito.

Vent’anni fa non c’era il parcheggio obbligatorio, la navetta, nè lo spazio attrezzato dove acquistare a scelta il panino, il gelato, le cartoline, l’olio, le t shirt con la ieratica immagine di Federico II o la guida laureata ed autorizzata dalla Sovrintendenza.
Vent’anni fa si entrava dal grande portale e tutto era buio: il sole filtrava dalle bifore e dalle trifore con delicatezza, quasi non volesse rovinare le grandi stanze spoglie e poi, si percorrevano le sale e subito s’andava via, perchè era l’ora di chiusura.
L’ora panica che tutto sospendeva. Fino al sorgere di una nuova alba.

Eppure la storia che narrava il guardiano di allora, un uomo piccolo e sottile, cotto dal sole come un contadino, con gli occhi a fessura che non lasciavano poi tanto tranquilli, era ben diversa dalle filastrocche della Sovrintendenza.
Il guardiano narrava. Erano i primi anni 80 e Castel del Monte non era stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità, non aveva ricevuto fondi per rifarsi il trucco e non era neanche molto frequentato.
Quel giorno il guardiano mi trattenne in una delle sale al piano terra per parlarmi di una storia segreta, esoterica. Del mistero della luce che entrava dalle tre porte e dalle tre balaustre asimmetriche che affacciavano sull’ottagono interno del cortile.
Parlava di astronomia, di zodiaco e dei Templari. Ma soprattutto di Federico II che, essendo un re mago, sembrava fatto apposta per vegliare su questo sconfinato segreto.
E d’improvviso, approfittando del mio stupore, quel demonio d’un guardiano chiuse di colpo le porte della stanza dove ci trovavamo facendomi piombare nel buio e dicendomi con voce insinuante come lingua di serpente: “Ed ora guardi lassù, all’incrocio della volta”.
Fissai il buio mentre il custode apriva lentamente il portone.
Era circa mezzogiorno di un giorno di settembre.
Il sole si trovava nel segno della vergine e lì, sulla chiave di volta erosa dal tempo, ora si stava svelando il volto di un fauno: un essere inquietante che si stagliava solo grazie alla luce che scolpiva la pietra bianca e mi rivelava l’esistenza di qualcosa che andava ben oltre il fregio architettonico.

Seguo a malincuore la guida cercando di porre domande, più che altro cercando di farle dire qualcosa che non può o non vuol dire.

Nella “boutique” dell’area attrezzata avevo cercato i libri di Aldo Tavolaro, l’archeoastronomo studioso dell’aspetto esoterico del Castello, ma mi avevano risposto che la Sovrintendenza ne aveva vietata la vendita.
Questo oscurantismo mi offendeva, ma al contempo mi incuriosiva scoprire come, nel terzo millennio, in un Paese che ha ben altri metodi di censura, qualcuno potesse porre un veto alla diffusione di una libera opinione.

La guida spiega che il Castello non poteva essere abitato perché non aveva cucine né magazzini nè ripari per masserizie ed animali, che non poteva servire da difesa perché lo strombo delle feritoie impediva di usare l’arco, perché gli assalitori -una volta entrati nel Castello- avrebbero raggiunto facilmente i piani superiori grazie alle scale a chiocciola antiorarie che, inoltre, avrebbero impedito la destra dei difensori; che in parte poteva essere uno strumento astronomico, ma forse era più probabile che fosse un allevamento di falchi per la caccia; che non poteva essere opera di Federico per ragioni temporali ed economiche, che l’Imperatore non se ne era quasi mai servito, che la sala del trono era invece la sala delle guardie con tanto di garitte e meccanismo di far scendere la grata; che i camini erano troppo piccoli per cuocere le vivande, ma che servivano poco anche per scaldare, soprattutto perchè erano solo in alcune stanze, che però le torri erano dei gabinetti molto ben fatti con tanto di sciacquone, water e lavabo…
In questo cicaleccio mi perdo aspettando una luce che non viene, nonostante il restauro abbia fornito di quarzine tenui le grandi stanze del castello.
Guardo i rivestimenti di marmo, le schegge residue del color porpora che, come dice la guida, voleva imitare il porpora degli imperatori e dei re, tocco i camini ed ascolto i commenti degli altri visitatori.
Quando inizia a paralare del falcone e della sua torre non resisto più e le chiedo: “Conosce le storie che raccontava il guardiano che stava qui vent’anni fa?”
“Chi, quello che quando è andato in pensione ha scritto un libro sul Castello?”
Ripenso a quelle mani ma non credo che possano aver scritto un libro. Lui era parola, parola magmatica che veniva fuori scarsa ed a stento dalle labbra scure.
“Non so, so che mi fece una specie di magia: chiuse la porta e quando la riaprì, la chiave di volta che era all’incrocio degli archi prese vita rivelando la figura del Bafometto. Lei ne sa niente? In quale stanza poteva essere?”
Mi guarda e si appoggia sempre di più al muro, sembra che voglia scomparirci dentro. Poi mi risponde flebilmente: “Non lo so…”.
Scendendo osservo nuovamente le stanze del piano terra finchè incontro quell’immagine sempre più slavata dal tempo ed ora anche dal restauro.
Quando tutti sono usciti provo a chiudere le porte. La sala piomba, come allora, nel buio. Apro lo stesso spiraglio di luce, ma non accade niente.
Anche oggi è settembre ed il sole è nel segno della Vergine, ma l’ora di Pan è passata.
Occorrerebbe attendere una nuova alba.
Ma non c’è tempo.

Raggiungo il bar dove, con mi grande meraviglia, trovo in vendita tutti i libri di Tavolaro ed una romantica signora che dice: “Il mistero di Castel del Monte non si saprà mai, perché il Castello bisogna “sentirlo”. Ognuno ne ha un’immagine diversa. Per me, ad esempio, è stato fatto per una donna”.

L’affermazione sembra straordinaria, ma nasconde ben altri saperi.
Ed infatti la signora inizia a parlare del vuoto sotto il Castello, del pavimento che ripete lo schema del pentacolo, del numero aureo che governa tutte le misure del Castello ad iniziare dal portale d’ingresso, ma soprattutto del suo amico Aldo Tavolaro, dei Templari e del Graal che è nascosto in qualche luogo sotto, dentro, o fra le simbologie del Castello.

Castel del Monte probabilmente è stato in origine Convento e Chiesa dei Benedettini. Nella sua forma richiama infatti altre cattedrali dell’epoca, tutte in qualche modo legate agli stessi miti.
Sorprendente è la possibilità di utilizzare la lettura dei simboli, dei numeri e delle misure sia per affermare che il Castello è un manufatto esoterico, sia per determinare che è solamente un “castrum”.
Guardandolo, toccandolo e percorrendolo, si percepisce, però, la sua forza. Un’energia orientale che ricorda la ciclicità del tempo e della vita.
L’energia del cerchio. L’energia del sole.
Castel del Monte somiglia ad un mandala, il cerchio della preghiera, il passaggio dalla terra al cielo.

Il tramonto si nasconde dietro le prime nuvole che promettono la pioggia. I pini che circondano il castello allungano le loro ombre sugli ultimi visitatori che circumnavigano le mura compatte.
Una sposa un po’ ageè ed assai florida fa scivolare la spallina del suo abito fiorato e sorride per la foto di rito.

Una Risposta a “Verso Sud. Terza parte. Castel del Monte”

  1. Francesca Micaela Dice:

    Salve,
    nel leggere questa pagina dedicata a questo splendido posto mi rendo conto che hai ragione….in pochi hanno realmente studiato quel che il “castello” potrebbe dire.
    Sono di Bari, e ieri ho visitato dopo tanti anni, il suo interno.
    Mi hanno sicuramente stupito tante cose che la guida non raccontava,non so se perchè non ne avesse voglia o non ne avesse la conoscenza.
    Nella stanza detta del Re, la figura che si intravede nella chiave di volta assume diverse forme a seconda di come ti giri per vederla, sembra un uomo barbuto ma anche un uccello ad ali spiegate,l’hanno riassunto come figura divina e basta e poi come è possibile che non sappiano se l’arancio del colore del marmo è così per origine del materiale (tra l’altro non sanno nemmeno da dove provenga) o lo è diventato per mutazione chimica. ma dico io una analisi del materiale quanto costa?
    La storia del castello viene raccontata in maniera affrettata e quasi scettica, e questo mi fa rabbia. Abbiamo un meraviglioso simbolo di chissà quale storia passata e non facciamo quasi nulla per conoscerlo…
    Grazie per la pagina dedicatagli ;)

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