Una giostra di storie

Ho sognato che un uomo di scrittura (uno di quegli scrittori affascinanti in quel loro silenzio che s’apre soltanto lungo i fiumi d’inchiostro), m’aveva lasciato in custodia una giostra di storie ed uno scaffale ricolmo di pacchetti avvolti in carta di riso pressata con petali di rosa e legati con nastri e gale di raso e di voile dai colori terreni e sanguigni ed a volte anche d’acqua e di volo.
Un viaggio lo stava portando lontano, verso le Terre di Seta, in città dalle cupole azzurrate.

Ho sognato che avevo riposto la sua giostra in un giardino quasi segreto, sotto rami carichi di fiori bianchi disfatti, sopra un manto di foglie secche, proprio là, vicino a quella vecchia panchina dallo scarno schienale di ferro e legno invecchiati.
Ed ogni volta che mi sedevo accanto, la giostra incominciava a girare e, ad ogni giro, narrava una storia diversa, come fosse una melodia che sorgesse da una scatola musicale di legno e vetro intarsiato.

Narrava storie di uomini al limitare della vita, dell’amore, degli stessi margini. Storie di frontiere dell’anima, di viaggi dietro l’angolo del cuore. Del suo cuore.
Narrava storie di sorrisi straniati ed a volte amari, storie di anime corporee che, pure, avevano una fisicità incompleta, di quelle che ti sembra sempre d’aver raggiunto, di poter toccare, stringere, abbracciare, ma che invece all’improvviso partono, s’involano lasciandoti col desiderio inappagato.

Nei pacchetti, invece erano contenute lettere.
Lettere dell’alfabeto.

Me ne ero accorta per caso mentre, come ogni giorno, mi accingevo a ridar vita ai colori dei nastri che, misteriosamente, sbiadivano nella notte.
Lo facevo indossando dei guanti speciali, di capretto colore dei lillà, morbidi, lisci, avvolgenti. Mi fasciavano le mani di calore ed ogni volta che sollevavo, con cura e timore uno di quei pacchetti, ecco che i nastri sembravano animarsi, i fiocchi s’ergevano, le coccarde lievitavano.
Fu allora che si strappò un angolino di carta di riso.
Non credevo che potesse succedere.

Ed invece cominciarono a rovesciarsi a terra decine di lettere. Centinaia, migliaia, decinedimigliaia di lettere dell’alfabeto. Maiuscole, minuscole, accentate… e poi virgole, punti, punti esclamativi, virgolette, parentesi ed ognuna aveva un carattere diverso, alcune sottili ed allungate come anime di penna d’oca, altre tondeggianti e sinuose come profili di donna inquieta fino a quelle più scure e squadrate che sembravano pronte ad attaccare un nemico.
Il nemico, forse.
E continuavano a scivolare giù dall’angolino strappato, come fossero senza fine, come fossero zucchero bianco e sottile, quando si rovesciava sfuggendo via da quell’antica carta di color indaco che, ai tempi d’un tempo l’avvolgeva.

Le lettere sembravano non aver mai fine mentre alzavo gli occhi al grande scaffale ricolmo di quei pacchettini tutti uguali od impercettibilmente diversi, alti come libri e come libri grandi, ma morbidi e gonfi come il cuscino su cui qualcuno ha posato questo sogno di carne ed inchiostro.

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