Le notti di Maja

Fu nella notte dolorosa di spine e di miele che Maja s’accorse d’aver scambiato gli amori.

No, non barattato,come s’usa, in cambio d’una tranquillità o di un sorriso, ma proprio confuso, mescolato, sciolto l’uno nell’altro fino a confonderli.

Pensò all’amore come a quelle polverine che rendono l’acqua frizzante. Possono fare miracoli, ma guai a miscelarne i contenuti.
Invece lei lo aveva fatto, aveva dato l’amore così come credeva si dovesse fare, come credeva che loro, gli altri, volessero. Restando sempre in attesa, affannandosi ad accaparrarsi l’ultimo sorriso, offrendo una devozione vischiosa come resina, spingendosi oltre ogni equilibrio, soltanto per raggiungere qualcosa che sempre le sfuggiva. L’indispensabile ed innocente complicità.

Tutto questo sapeva di ciliegia spremuta e, come il succo della ciliegia, macchiava le dita, la bocca e l’anima di tracce di cuore.

Ed era come se fosse diventata necessaria a quegli amori imperfetti, come se di lei non fosse rimasto più niente, ma solo schegge dolenti di risposte scontate.
Tutto quello sbaglio la allontanava e la annientava. Porte serrate e divieti di accedere ai segreti dell’anima.
Non ricordava più contro quale demone si fosse giocata la sua immagine riflessa, sapeva solo di averla smarrita, imprigionata, abbandonata.

Guardò profondamente oltre la notte, oltre le mille notti che le si erano avvinghiate alla pelle, che le avevano riempito gli occhi. Le sue notti. Le loro notti.

Ed in tutte poteva vedere. Chiaro come fosse già arrivata l’alba a tingere di viola le sue ciglia dischiuse e sapeva che voleva giocare fino alla morte. Che voleva sognare fino alla morte.
Voleva che, quando sarebbero venuti a prenderla, quando il suo corpo sarebbe stato il solo a ribellarsi alla vita, la trovassero che ancora giocava, che ancora sognava, che ancora credeva e sperava nella vita, nelle persone e nelle cose.

Così, come ora.

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