Tre pezzi sacri. Uno: Tara Ma
Sembra notte fuori del piccolo albergo.
La stanza migliore ha un lungo gradone di legno scuro che s’appoggia alla parete dipinta di un azzurro slavato.Sul tavolato una decina di materassi bassi e rigidi: sacchi di stoffa riempita solo gli dei sanno di cosa.
Si dorme uno accanto all’altro in India e lo spazio ha un multiplo destino: stalla, sala da te, stanza da letto…
Ma guardando dalla soglia della piccola porta s’intuisce un tardo pomeriggio di gennaio.
Attorno i rumori sono come attutiti dalle tenebre.
E’ la città sacra di Tarapith, un punto sulle carte stradali del Bengala Occidentale, un tempio dedicato alla dea Kali.
Il buio in India è nero come la pelle della dea. Kali, la dea creatrice e distruttrice, la personificazione della Shakti, l’energia femminile invincibile ed universale.
Kali la sanguinaria, Kali che s’arresta sul corpo di Shiva, Kali la dea Madre alla perenne ricerca dell’unione mistica, della ricomposizione dell’Uno.
Kali dea della conoscenza ornata da una collana di 50 teschi, tanti quante sono le lettere dell’alfabeto sanscrito, Kali nelle sue molteplici manifestazioni: Ambika, Durga, Parvati, Lakshmi, Tara, Tripura, Kali la vergine madre e sposa.
Ed il buio s’accende di luci fioche, lampadine che pendono dalle tettoie delle botteghe del te, delle spezie, degli oggetti sacri e di tutte le centinaia di mercanzie alle porte del tempio.
L’aria è densa di odori contrastanti. Forte e dolcissimo il gelsomino delle collane sacre, s’impasta con i rivoli delle latrine a cielo aperto che scavano la strada di terra battuta e più in alto viene sconfitto dall’odore dei cibi cotti in strada: fumo, olio, curry pepe dell’himalaya, zenzero e curcuma.
Ad ogni passaggio il buio s’apre come percorso da lame di coltello, lasciando apparire occhi e denti, sorrisi ed abiti chiari.
Sulla porta del tempio i sacerdoti segnano la fronte con la polvere rossa ed un gesto del pollice: un punto per le donne, una linea verticale per gli uomini; poi fanno indossare una collana di fiori prima di varcare la soglia del grembo umido della dea Madre.
Kali-Tara ha un’effigie primordiale, il cortile del tempio è in pietra, sui gradoni della platea i devoti con il capo coperto dalle sciarpe colorate aspettano di vedere il rito.
Una musica profonda, cupa quasi da trance accoglie l’ingresso sul pavimento di marmo bagnato del capretto.
Lo portano due uomini. Lo tengono fermo.
La musica sale.
Una lama, lucida e sottile come una ghigliottina cade silenziosa.
Nel silenzio.
Il silenzio del capretto.
Il suo sangue sul marmo. Si scioglie in rivoli rossi.
Gli occhi socchiusi filtrano la morte attraverso le ciglia.
Il sangue esce a fiotti.
Scivola via fino alla grande vasca ricolma d’acqua.
I devoti di Kali sembrano come ad una festa: ancora una volta la luce della conoscenza ha trionfato sulle forze oscure.
