Tre pezzi sacri. Due: Mescalina
Mescalina occhi e capelli neri, corpo morbido e scattante era fatta della materia dei sogni di suo padre, un figlio dei fiori in perenne viaggio nei luoghi sacri dell’India, che perdeva e ritrovava se stesso, la strada ed il destino col cambiare delle stagioni.
Sempre sorpreso che quello sterminato paese di fango e di cielo, quella terra sempre così profondamente color terra, fosse pur così simile alla sua che s’appoggiava languida al golfo sulle rive del Mare Tirreno.
Poi giunse la bambina.
La madre la posò, leggera, accanto al corpo affatturato dell’uomo ed andò via.
E fu al risveglio da quell’estasi che lui la trovò lì. Minuscola, ma con gli occhi grandi ben spalancati sul cielo latteo dei primi monsoni.
Senza neanche una lacrima.
E così fu Mescalina, perché lo faceva sentire leggero, più leggero d’ogni erba e d’ogni olio che aveva fumato, annusato e sparso.
E davvero fu Mescalina anche sui documenti, complice un ufficiale d’anagrafe corrotto con un pezzettino di afgano nero, che la consacrò per sempre al suo destino.
E Mescalina, col tempo, divenne una droga per chiunque l’avvicinasse.
Uomini e donne.
Anche se si sa che le donne si fan meno incantare.
Aveva negli occhi un frizzare di stelle e nel cuore un’ala scura come un volo di corvo.
Anche lei in un viaggio perenne, ma senza mai perdersi. Come se una bussola le guidasse il cuore e la mente.
A diciott’anni arrivò nella stessa India in cui era nata.
Non cercava nessuna traccia, nessun segno della sua storia fra i centomila simboli che la circondavano. Non cercava nulla quando trovò la risposta.
Lui sedeva in terra. Alle spalle un corso d’acqua sottile come un ruscello, di fronte un fuoco di sterpi e di foglie perennemente acceso.
Sembrava giovane ed era bello, alto, affilato, ieratico, con una pelle assai chiara per un indiano dell’ovest. Era un sadhu, un santo, un uomo che aveva ingaggiato un corpo a corpo con la sua mente.
Lui e quel fuoco sempre acceso. Lui che non poteva distogliere lo sguardo e la fiamma che glielo divorava giorno dopo giorno.
A guardare sempre una fonte di luce, si dice, presto si diventa ciechi.
Ma lui era più forte d’ogni parola. Per tutti quegli anni era rimasto lì senza mai fermare le palpebre, concedendosi vane stille di sonno, muovendosi attorno al braciere senza mai perdere il guizzo della fiamma.
Così il suo terzo occhio s’era aperto e lo aveva portato a guardare col cuore.
Ci era riuscito, sì.
O almeno così credeva.
Quando Mescalina arrivò si sedette al suo fianco sulla sabbia bianca del torrente e cominciò a guardare nel fuoco.
Silenziosa ed attenta, le sopracciglia appena increspate, la lunga coda del sari giallo posata sul capo.
Gli occhi scuri, come scudi dell’anima, riflettevano il fuoco senza permettergli di entrarle dentro.
Restò lì, ferma, per molti giorni.
Lui sembrava quasi non essersene accorto, ma la gente d’attorno cominciava a parlare di miracolo ed andava a guardarlo da vicino e ad onorarlo prostrandosi ai piedi di Mescalina, lasciando tracce di petali, offerte, ciotole d’acqua sacra, latte e piccoli dolci.
Al decimo giorno di silenzio e di occhi bruciati l’uomo distolse lo sguardo e lo posò su quel fuoco ancora più forte che la ragazza gli aveva fatto scoppiare dentro.
Il figlio di Mescalina e del sadhu nacque con gli occhi aperti, lontano dal fuoco, sulla riva del fiume.
E prima che potesse intuire la fiamma, Mescalina lo portò via in una notte senza stelle.
In una di quelle notti indiane che arrivano così, all’improvviso, tendendo un agguato alla luce del tramonto.
Mescalina andò via leggera come aveva fatto sua madre, portando con sé il bambino.
Mescalina andò via. Per non ritornare mai più.
All’indomani del sacrificio a Kali ci accolse il grande albero di pipal del cimitero di Tarapith con le offerte e la pasta d’incenso posate sul muricciolo che lo circondava, con i tridenti di Shiva conficcati al suolo e le svastiche puntate disegnate ad ornamento del muro.
Era lì che veniva cremato chi moriva; lì, a fianco delle acque del ruscello, sulla nuda terra battuta.
I piedi affondavano nella sabbia umida e fredda del fiume, l’aria attorno era ferma ed inquietante, attraversata da un crepitio lontano e da un’eco sorda di battiti.
Frettolosa e dolorosa è l’andatura del corteo funebre, sulla portantina per la reincarnazione, una lettiga di bambù intrecciato, è legato stretto il cadavere completamente avvolto in lenzuoli bianchi col volto scoperto ed i fianchi ornati di piccole calendule gialle.
Il volto soperto è quello di una donna anziana, i lunghi capelli grigi sono sciolti lungo le spalle, l’espressione, segnata di rughe e di tempo, sembra inseguire l’anima che sta vagando alla ricerca di un corpo ove riprendere vita. O forse, finalmente, verso la libertà.
Libertà dal continuo inseguirsi del destino, libertà dagli uomini selvaggi ed oltraggiosi, dalle famiglie oscure. Libertà di iniziare danze proibite.
Il fuoco della pira si spegne contro i cumuli di ceneri e di sabbia, piccole montagne che solo gli uomini della cremazione (piccoli, scuri, vestiti di un dhoti bianco sporco lavato e rilavato mille volte) possono scalare.
Le incombenze dell’incinerazione appartengono alla casta più bassa, quella degli intoccabili.
Con una lunga pertica vanno fra brace e cenere cercando le ossa ancora intere e battendoci sopra per spezzarle, frantumarle, renderle polvere. Ed i colpi risuonano lungo tutta la riva del torrente quasi soffocati dall’aria e confusi alle grida degli uccelli dei morti.
Poco oltre, una quinta di alberi radi proteggeva un altro fuoco sacro: il braciere del sadhu, quel fuoco che aveva gareggiato con Mescalina e che, in fondo, aveva vinto.
Seduto eretto, con i capelli grigi lunghi, avvolto in una tunica blu indaco, il viso aperto e gli occhi febbrili, il sadhu ancora guardava il fuoco.
Gli sedemmo accanto spezzando quella prova ricominciata migliaia di volte da quando Mescalina ed il bambino erano andati via.
Attorno a noi le scimmie saltavano, cercando di rubare banane e dolcetti.
Una pipa carica d’erba profumata passò a consacrare il ritrovarsi.
Il fuoco, si divideva in molteplici lingue gialle e rosse che salivano rendendosi trasparenti ed invisibili nel tremolio dell’aria.
Erano decine di fuochi liberi, impossibili da governare, capaci di inseguire i pensieri di cambiarli e travolgerli e bruciarli.
Il sadhu ci porse una lettera scritta con una calligrafia piccola ed irrequieta.
Mescalina si manifestava di nuovo.
Carta ed inchiostro.
Poche parole per confermare un non ritorno, ancora meno per raccontare della vita che cresce ed un saluto per sorridere leggera, leggera di un amore pesante pesante.
Mescalina. Chissà quante altre persone aveva drogato.
Il sadhu era irrequieto e bellissimo, e misteriosamente spandeva attorno a sé pace e dolore.
Riprese il foglio e lo avvicinò al fuoco.
Carta ed inchiostro contro fiamma incessante e pura.
Lo lasciò cadere fra le fiamme contaminandole.
Era giunto il momento di spegnerle.
S’alzò, s’avvicinò alla riva del fiume raccogliendo nel grande bollitore d’alluminio l’acqua che tramuta le ceneri in destino, poi lo pose sul fuoco sacro.
Ci versò dentro latte e germogli di te. Quindi lo distribuì a tutti, versandolo negli alti bicchieri d’acciaio mentre l’odore dell’incenso sparso sui roghi si confondeva con quello della cannella e quello dell’erba sacra.
