La bimba dei trenini

La bambina doveva avere circa 12 anni quando, assieme a sua madre, prese quel treno.
Aveva imparato a memoria i nomi delle stazioni che separavano il paesino di mare in cui viveva dal borgo solitario appollaiato sulla rocca.

Contava le fermate: Roseto, Giulianova, Tortoreto, Alba Adriatica, Porto d’Ascoli… Ogni due minuti una stazione nuova, uguale a quella precedente con i cartelli a grandi lettere bianche su fondo nero: vietato attraversare i binari, capostazione, sala d’attesa, uscita, ritirata; con i cespugli di oleandro addossati alla staccionata di cemento grigio contro la quale s’affastellavano i canneti selvaggi che impedivano all’occhio di spingersi verso il mare.

Non era certa di essere felice di andare.

Ma ora era lassù: Civitanova Marche, Potenza Picena, Porto Recanati.
Scesero.
Alla stazione le aspettava, con una macchina sportiva decappottabile, Giorgio R. famoso psichiatra che “stava aiutando la mamma in un momento difficile”. Anche se a lei non sembrava che la mamma stesse vivendo un momento difficile: usciva sempre la sera, indossando vestiti bellissimi e alla moda, mettendo la spilla e gli orecchini di strass, e poi viaggiava per lavoro ed ogni settimana c’erano incontri e cocktail con personaggi d’ogni nazionalità.

Giorgio R. era un viveur, amava la buona tavola, il buon vino, le belle donne, amava il lusso e gli piaceva ostentarlo.
Era un uomo piccolino e sgraziato, già anziano; sapeva di non avere altre qualità se non l’intelligenza ed il denaro.

Pranzarono sulla spiaggia di Numana, una parete scoscesa di montagna che racchiudeva una striscia di ciottoli bianchi, abbaglianti, canditi dal sole.

Giorgio e sua madre confabulavano felici; vide le mani che si sfioravano e gli occhi che nascondevano qualcosa.
Poi Giorgio disse alla bambina con fare misterioso: “dopo mangiato ti porto a vedere la casa dei trenini”.

Alla bambina Giorgio non piaceva, gli uomini come lui la mettevano in imbarazzo, non erano belli, non erano accoglienti, non ascoltavano i suoi racconti o, quando lo facevano, era solo per metterla in imbarazzo.

E non voleva vedere la casa dei trenini. Non gliene importava niente.

Finì il pranzo controvoglia.

Pensava che erano i treni, quelli veri, quelli che vedeva passare sulla massicciata a binario unico mentre giocava in pineta ad affascinarla tanto.
Spesso si fermava a guardare lo scorrere dei vagoni, ad indovinare, dalla velocità, se si trattasse di un rapido, di un diretto o di un accelerato.
A volte passavano anche i carri merci con le loro scritte misteriose vergate con la vernice bianca che man mano scoloriva sfumando nel marroncino del vagone, oppure istoriati di appunti in lettere e numeri presi a mano con il gesso lungo la porta scorrevole.

Ad alcuni orari passavano i treni che andavano in Svizzera. Erano quelli con la croce lungo la fiancata e la scritta in francese, tedesco e italiano, erano treni notturni, e se le luci dei vagoni erano accese si poteva intravedere la gente che si spogliava, preparandosi per scivolare nelle cuccette.

Altre volte ai finestrini s’affacciavano i viaggiatori accaldati, felici di respirare il panorama delle chiome verdi dei pini che si confondevano con la striscia verde menta dell’Adriatico mentre il vento caldo del mezzogiorno estivo scompigliava i capelli e dalla spiaggia arrivavano grida e chiacchiericci attutiti dall’aria assolata e dalla lontananza.

Ma i trenini no, non le erano mai piaciuti, neanche quelli modernissimi che vedeva nelle pubblicità sul Corriere dei Piccoli.
Questi poi erano trenini antichi.

No, non li voleva vedere.

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