Horn, please
Lo sciopero generale aveva ridotto la città a un fantasma.
Sembrava come se, nella notte, fossimo stati magicamente trasportati altrove.
In questo paese, di notte gli abitanti spostano le case, diceva sempre Haruhiko quando ci perdevamo per le strade degli Appennini.
Ed invece era Calcutta.
Calcutta la caotica, Calcutta la ridondante, Calcutta la Napoli del Golfo del Bengala.
Calcutta, la porta dei mercati d’Oriente, una città stratificata di volti e di occhi, sempre brulicante di persone, biciclette, taxi Ambassador neri e solenni, moto Bajaj del tutto simili ad una Vespa, furgoncini, camion Tata dipinti a mano con il pantheon induista su sfondo celeste decorato di rosso arancio e sempre con quella scritta, ripetuta su paraurti e cassoni: horn please, come se bastasse suonare il clacson per risolvere gli atavici problemi della viabilità indiana.
Quella mattina Calcutta era deserta.
Deserta come un videogame prima di schiacciare il pulsante dello start.
Il sobborgo di Howrah è famoso per il suo Ponte, una sorta di Brooklin Bridge dei poveri lungo il quale sfreccia l’intera India, mentre ai suoi bordi si affolla una città di accampati.
Venditori ambulanti, mendicanti, lebbrosi, homeless, santoni, ciclisti, pazzi… una moltitudine stracciata, stinta o colorata vive stabilmente lungo la corsia pedonale del ponte di Howrath: mercanti di tutto ciò che in oriente può essere venduto si accovacciano al livello dei tubi di scappamento, dei pedali delle biciclette, degli organi di escrezione di cani, mucche ed altri animali.
Cavadenti e venditori di verdure, cambiavalute ed affittacamere, un negozio del te che serve il chai al latte in coppette d’argilla che, una volta usate, vengono gettate a terra o nell’acqua del fiume, come fossero bicchieri di carta, con la differenza che frantumandosi, l’argilla crea una nuova economia: quella dei raccoglitori dei frammenti di coccio che oscillano sotto il peso della grandi ceste rotonde che portano in testa e sono a decine lungo i fossi, ai cigli delle strade, fra le rotaie o inerpicati sulle massicciate della ferrovia che raccolgono pezzetto per pezzetto i frammenti dei contenitori usa e getta per poi rimpastarli e costruirne di nuovi.
Se questo è Howrah Bridge, chi di voi saprà dirmi che cosa è mai Howrah Station?
La prima volta che ci mettemmo piede, immediatamente ci perdemmo di vista, sorpresi e sospinti fuori da una marea umana che, scendendo dal treno, si riversava verso l’uscita travolgendo i venditori di Chitra e Maha Cola (la Sprite e la Coca Cola autarchiche), i mendicanti, le suore di Madre Teresa (che hanno un lebbrosario proprio lì a fianco), i bambini, le biciclette, i gruppi di donne in attesa.
Quella mattina, invece, a causa dello sciopero generale a Howrah Station non c’era nessuno; i binari vuoti, le biglietterie sbarrate e le sale d’attesa rimandavano un’eco assordante di passi scivolati su vecchi marmi luridi in un tripudio di lunghi scarafaggi marroni con le antenne.
Un’adesione così massiccia e compatta allo sciopero generale; in strada non c’erano nemmeno i mendicanti, e sul Ponte di Howrah non un venditore, non un abitante, non una mucca, non un rickshaw, né un sadhu in meditazione.
Dove si erano nascosti? Se quella corsia era la loro casa, il loro ufficio, il giardino, la sala da te ed il bordello, dove erano andati?
Traversammo New Market.
era come se non l’avessimo mai visto prima.
Vuoto come quando si smontano i mercati rionali e la strada è deserta, punteggiata di scatoloni e cartacce,i passi risuonano amplificati ed i cani randagi annusano l’aria dividendosi a furia di latrati ed orina il territorio di caccia.
improvvisamente, nel cuore del pomeriggio, il sibilo profondo di una sirena, come in una fabbrica.
Lo sciopero era finito.
In un istante riapparvero i mendicanti, i cavadenti, i bambini, le donne; riaprirono le botteghe del te ed i negozi di stoffe, di calzature, di gioielli.
Il Ponte di Howrah diventò nuovamente autostrada del destino.
