Flowers. Hommage a Jean Genet et Lindsay Kemp
Che fine fanno gli scrittori quando i lettori li perdono di vista?
Dove si nascondono i libri che non sono più in catalogo?
In che universo continuano a viaggiare le parole che hanno sorpreso, eccitato, sconvolto? E quelle che hanno aperto ferite? E quelle che le hanno medicate?
Ma soprattutto, dove sono quegli scrittori che si sono dibattuti contro le censure, che hanno visto mettere ai margini le loro storie, che sono stati bollati come pervertiti, degradati, disadattati?
Jean Genet, ad esempio.
E’ morto vent’anni fa e sembra essere scomparso. Se si digita su Google il suo nome il primo libro (in vendita) appare a pagina 3. Quelle priecedenti sono ripetute voci wikipediane, poi arrivano le pagine politiche.
Eppure, questa presunta apertura che il nostro millennio sembra dimostrare a tutto ciò che è diverso, trasgressivo, eccitante, nudo, pornografico, dovrebbe spalancare le porte alla letteratura di Genet.
Ed invece, questo aver sdoganato, lasciato passare, la parte visibile del riprovevole, altro non è che una faccia raffinata e contemporanea della freno.
Ora è più facile impedire alla diversità di gettare semi “contaminanti” senza soffocarne i portatori, semplicemente dimenticandoli.
O cristallizzandoli in tipologie ed in generi.
E con Genet, che Sartre (in un saggio perfidamente manipolatorio) definì “santo, commediante e martire”, anche il clown, il teatrante che lo ha reso celebre sui palcoscenici di tutto il mondo per oltre vent’anni.
All’epoca in cui essere diversi, deturpati e non conformi era preludio di conoscenza e di verità.
Lindsay Kemp con il suo “Flowers” lo spettacolo tratto da una delle più forti, deliranti, distruttive ed autobiografiche opere di Jean Genet: “Notre Dame des Fleurs “.
Per chi non ha mai conosciuto Jean Genet, per chi lo ricorda appena, antiche emozioni da una letteratura e da un teatro che in molti hanno rapinato e che nessuno ha mai saputo rendere con la stessa leggerezza estetica e con un’incredibile rituale d’ironia.
à Jean Genet et Lindsay Kemp
Vi parlo di Divina.
Una Divina rediviva dopo l’ultimo sangue che non v’ha purificati.
Divina dagli occhi divini, dai gesti leggeri come d’acqua chiara; divinamente lontana, rinchiusa nelle sue labbra viola e nel nero profondo dei suoi occhi cerchiati di bistro colato.
Divinamente sporca, macchiata di ogni umana immondizia.
Divina è ritornata con la sua borsa di perline demodé, con il suo passo incerto e tentennante, con la sua parrucca scollata ed il suo trucco.
Con il ventaglio leggero come un battito d’ala.
Folle d’amore, con l’anima di spuma ed il respiro di trina; creatura di gesso, porcellana fiorita, melma sbiancata dalla neve ancora cammina lungo i marciapiedi di fango e di notte.
E sembra entrare nel mondo.
Cattedrali di urla lontane, monumenti di infinite cadute.
E di nuovo Divina si spezza, si confonde, si snatura. Si scompone in cento altre fragili, divine Divina.
Eppure resta viva, a dispetto di tutti coloro che le portano i fiori sulla tomba, a dispetto persino del suo amante che non è stato divinizzato con lei.
E torna e lascia ancora che il bistro si sciolga sul cuore e lo tinga di nero per sospenderlo nel ricordo di un movimento d’amore e ci lascia veli bianchi sugli occhi affinché c’impediscano di vedere altro nostro sangue versato.
10 Novembre 2008 a 1:24 am
bellissimo