Giorni di silenzio a Dharamsala

Raccontano che in questi giorni Dharamsala sia avvolta in un silenzio irreale.
Un silenzio scelto da ciascuno: si cammina in silenzio, si lavora in silenzio, si vive in silenzio.

Immagino le due strada principali di Mcleod Ganj polverose e colorate, operose e piene di voci cristallizzarsi nell’assenza della parola.

Negozi chiusi, e passi leggeri.
Per protesta.

Rivedo le due strade fangose che si dipartono dalla piazza affacciata sulla vallata brumosa che conduce lo sguardo lontano e ripido fra cime di abeti e voli d’avvoltoi che roteano sulle carcasse dei camion precipitati nella scarpata. Ad ogni curva un sobbalzo, un vuoto nel cuore e lo strombazzare di clacson indiani.
Horn please.

McLeod Ganj, la residenza del Dalai Lama, dell’Istituto di Medicina ed Astrologia, di quello delle Arti Performative e di decine di altri pezzi di Tibet portati in esilio oggi si trasforma in testimonianza di una rabbia e di una violenza alle quali è difficile trovare una giustificazione economica o politica.

Brillano ancora le pozzanghere nella strada fangosa solcata da piedi e zoccoli e dalle ruote delle auto e dei microtaxi. S’aprono qui e là, negli edifici di mattoni malfermi, porte verdi, azzurre, decorate, ma in questi giorni le grandi vetrine non svelano più oggetti sconosciuti, ciotole sonore, argenti, tanka di seta dipinti ad acquerello con i loro Buddha, le danzanti dee buone ed i demoni rossi e dentati.

Seminascosta da una tenda, la bottega del sarto che s’apriva a chiuque volesse farsi un vestito tradizionale su misura, di lana, di seta o di cotone, sembra essere ferma e tacere, ed il sarto dai capelli impomatati, con i baffi scuri e ben curati, ha riposto le stoffe ed i modelli dietro la sua macchina per cucire.A fianco il Rising Horizon Cafè dove, sulle panche di legno, accanto all’immancabile chai (te al latte) è ancora possibile bere anche un black tea, un te nero come piace agli stranieri che improvvisamente bisbigliano i testi sacri del buddhismo o la lingua tibetana.  Solo le scimmie continuano a lanciarsi dai tetti scippando qualunque cosa di commestibile si abbia fra le mani, sussurrano anche  i monaci nella pratica dei loro affascianti dibattiti di filosofia e religione ed il battere delle mani con il quale affermano le loro idee, si trasforma in un chiocchiolio rappreso. Cigolano le ruote della preghiera, frusciano i mulinelli, pregano i monaci Gyoto che esprimono la loro devozione col canto armonico,

Nella vallata al di sotto del tempio del Dalai Lama risuonano gli echi dei boschi, il picchiettare del burro battuto a mano in sottili ed alti cilindri di legno, s’alzano gli aromi delle minestre brodose e del pane giallo che sembra una meringa.

Sono pochi giorni che la marcia organizzata dal Tibetan People’s uprising movement è partita verso il Tibet.
Nel silenzio, tibetani e stranieri di Dharamsala, seguono le notizie del suo dipanarsi attraverso la rete mentre, a sera, siedono a bere un te col burro, una birra o soltanto a chiacchierare e giocare a dadi nei ristorantini come quello del Green Hotel evocativo e trascinante come un Hotel California di montagna dove si può credere alla vittoria della libertà. 

3 Risposte a “Giorni di silenzio a Dharamsala”

  1. cara isabella, ti ho lasciato un messaggio ieri sull’altro blog che credevo l’unico ma che oggi non riesco ad aprire. scovo questo, e ritento. ti ho letta sul mio, ora leggo te. farti i complimenti per come scrivi sarebbe troppo facile e comune, però complimentarmi con te è l’unica cosa che in questo momento desidero, per cui mi unico alle tante persone che ti leggono. mi unico da oggi. chiara

  2. ops…unisco da oggi

  3. Chiara, grazie

    non vedo l’ora di fare il blogroll per linkarti. :)

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