Il pomeriggio andavamo a Via Frattina

E il pomeriggio andavamo a via Fratina.

Proprio nell’ora in cui il sole scolora ed il cielo si colora di quel tono intenso che fa subito sera.
Blu cobalto trasparente, mentre s’accendono le luci: lampioni, insegne, vetrine che da sole valevano tutta la passeggiata in centro.

A metà degli anni 60, fino ai giorni dell’austerity, dapprima col cappottino rosso pied-de-poule, colletto alla coreana e bottoni argentati doppiopetto, quindi con la scamiciata di maglia e gli stivali con i lacci intrecciati andavamo con mia madre a guardare le vetrine del centro.

Un’immersione nel lusso e nel sogno delle possibilità.

Allora i negozi di vestiti si dividevano in tre categorie: le mercerie dove si vendeva tutto ciò che era classico, di buona fattura e destinato a durare nel tempo;  i grandi magazzini che iniziavano appena l’era della grande distribuzione ed infine le boutiques del centro che ospitavano i grandi sarti, gli stilisti dell’epoca.

I sarti si potevano copiare.
A via Nazionale c’era un grande negozio che vendeva solo cartamodelli, anche quelli dei grandi couturiers ed altri uscivano mensilmente su Burda, o su Mademoiselle dove, in un sol foglio ripiegato in 16, erano tracciati in colori diversi maniche, spalle, corpetti e fianchi di dieci modelli diversi.

E in ogni casa c’era una sarta di fiducia che s’applicava, con tessuti spesso sconosciuti, a ricopiare i Courreges, i Cardin, i Saint Laurent ed i Dior.

Austere, le boutiques degli anni 60 mettevano nelle loro vetrine incorniciate di boiseries e fregi, modelli d’abiti mai visti prima, modernissimi, dai colori brillanti: giallo girasole, verde limone, rosso sangue di bue e quelle sfumature tenui del viola che mia madre osava portare mescolate ai gialli più arditi, suscitando scandalo e riprovazione da parte delle signore bene.

Vetrine simili a visioni.

Con la mano nella mano sempre guantata di mia madre andavo scoprendo cose favolose, ancor più favolose perché era lei a guardarle per me quando mi raccontava i tagli, i modelli, le storie dei sarti, i luoghi di Parigi e soprattutto le occasioni in cui s’indossavano.

Perché negli anni 60 i cocktail c’erano davvero, e non erano certo le erano happy hours; erano momenti speciali dove ci si incontrava indossando un vestito fatto apposta per l’occasione e si bevevano drink dai nomi forti ed evocativi di altri drink e di altri party.
In america, forse, perché allora era la vita di Manhattan a fare tendenza, ma anche quella sempre brillante di Parigi o nell’esotismo delle coste del Messico o di quelle dei Caraibi.

Ogni epoca, d’altronde, ha il suo luogo simbolo della festa. Come lo fu Shanghai nei primi anni del secolo o la Russia prima della rivoluzione.

Ed ogni vetrina mi evocava la vita che avrei voluto vivere, la festa alla quale, giuravo, avrei partecipato.  E a Via Fratina, a via della Croce, a via Belsiana, che sembravano templi del gusto, si svolgeva la mia educazione estetica che culminava con la passeggiata di mezza sera.

Si scendeva con il 78 a via del Corso, austera con i suoi negozi ancora d’epoca che mia madre saltava a piè pari per inoltrarsi nelle strade delle meraviglie; ed ogni volta le strade della moda sembravano cambiare aspetto.
E nelle loro vetrine la vita che si palesava con un esplosione di oggetti mai visti prima; il futuro si nascondeva dietro i tessuti ed i tagli, erano le novità piene di un mondo che cambiava molto più velocemente di quanto non riuscissimo a pensare.

2 Risposte to “Il pomeriggio andavamo a Via Frattina”

  1. blu Dice:

    rieccoti ed un piacere abbracciarti in via frattina tra i tuoi ricordi , il passato ed una città che litiga con il mondo per non sparire!
    baci

  2. caravaggio Dice:

    GRAZIE PER QUESTO RIPASSO DEI MIEI ANNI ROMANI!

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