Osteria Calcutta. di Marina Valente
Quando ho incontrato Marina per la prima volta, dieci anni fa, il suo progetto dell’Osteria a Calcutta era luminoso e violento come le passioni, tessuto nella materia degli ideali e Marina era uguale: bella, dirompente, generosa.
Quest’Osteria, da aprire a Calcutta in un quartiere ghetto al confine con una zona che ben conoscevo, era una possibilità di autogestione offerta soprattutto alle donne dello slum per riscattare la propria vita in maniera autonoma e lontana dai concetti di beneficenza ed anche da quelli di volontariato.
La guardavo incredula. Dietro quegli occhi luminosi una vita di cui sapevo troppo poco: aveva vissuto in India a lungo, diceva. Aveva una casa strana, una stanza dentro l’altra, molto aperta, che mi ricordava alcune case indiane affacciate su cortili interni pavimentati in cemento, ai cui bordi crescevano alberi contorti e fronzuti e nei quali, ogni mattina assiema ai cinguettii dell’alba si poteva ascoltare il ritmico frusciare della ramazza corta fatta di sterpi che spazzava via la sporcizia, i sogni ed i resti della notte.
Ma Marina abitava a Roma e troppe volte avevo visto quell’entusiasmo dipinto sui volti di chi era stato in India e si era perso dentro una realtà troppo diversa, quella realtà dove differenti sono le categorie mentali, dove i punti di riferimento saltano e il tempo -come dice Marina stessa- “has no meaning”, non ha significato.
Non riuscivo a capire se il suo progetto provenisse da una visione dell’ LSD mescolato con qualche viaggio spirituale, oppure fosse la pulsione incontenibile di un’anima ed una mente più aperta della mia che aveva compreso molto a fondo l’India e l’aveva saputa amare senza riserve.
Senza paure.
La serata di raccolta fondi, però, la facemmo comunque ad Argillateatri, uno spazio molto “off” e molto legato all’India, che per quindici anni ho fatto vivere e che quella sera avevamo reso particolarmente attraente decorando il palco ed i fondali con teli ricamati e sari, con tappeti e cuscini, ponendo in un angolo del proscenio la statuetta di bronzo di Ganesh che avevamo portato negli zaini dall’ultimo viaggio e che splendeva illuminata dai riflettori e circondata di fiori e di incensi.
Quella sera avevamo cibi indiani e due suonatori di tabla che inframmezzavano con suoni e ritmi le spiegazioni ed i racconti di Marina, coinvolgendo le persone nella grande utopia: aprire un’Osteria a Calcutta.
Qualunque cosa volesse fare, mi sembrava che Marina non avesse fatto i conti con le più evidenti (ed esasperanti) realtà indiana: l’impenetrabilità delle caste, la capacità di rimandare all’infinito qualsiasi azione non gradita adducendo milioni di scuse, sciorinando migliaia di parole e restando impermeabili e beffardi a qualsiasi reazione; ma soprattutto la liceità di qualsiasi mezzo (compresi quelli criminali, ma più spesso semplicemente la simulazione, la mistificazione e la manipolazione delle persone) per impedire che le cose vadano come vorresti tu.
Aprire un’Osteria a Calcutta, facevo fatica a crederci ma forse erano solo la mia paura e la mia abitudine a filtrare le cose spaventose attraverso la ragione a farmi dubitare, a farmi trovare scuse e, probabilmente, anche a farmi perdere di vista negli anni successivi Marina che pure stava facendo di tutto per mettersi in mostra e trovare tutto ciò che potesse aiutarla a realizzare il suo sogno.
Dieci anni dopo ecco apparire “Osteria Calcutta“, un libro il cui titolo ricorda gli antichi diari di viaggio scritto da Marina Valente ed edito da Sensibili alle Foglie.
Ed imporvvisamente mi sono sentita come se fossi tornata a casa, come se mi fossi accucciata in un nido di cui non avevo più memoria.
Marina Valente l’Osteria a Calcutta l’ha aperta proprio dove voleva anche se con infiniti problemi, difficoltà ed avversità che avrebbero fatto desistere anche un santo.
Ha lottato contro mafie e sfruttamenti, contro accuse ingobili e ritardi artati, contro la corruzione della polizia, la cupidigia dei più ricchi e la diffidenza degli abbandonati.
Si è scontrata con le consuetudini che possono condurre ai massacri ed alla morte, con le burocrazie manutengole degli sfruttatori e dei cattivi governanti e con il mondo squallido, finto ed opportunista delle associazioni di volontariato, delle ONG e di tutte quelle strutture che gestiscono i soldi delle donazioni internazionali, solo per intascarseli con la scusa degli aiuti umanitari.
“Osteria Calcutta” è il resoconto di tutto questo, ma anche e soprattutto il racconto di una vittoria e di un premio insperati: la solidarietà, la fiducia ed il riconoscimento da parte degli intoccabili.
Degli Adivasi, di quella infinita massa di popolazione che potrebbe rappresentare un esercito “così tanti che potevano numericamente occupare il Parlamento e rovesciare le carte da cima a fondo“ e che invece altro non sono che riserve di persone “che servono: come pretesto per lucrare aiuti dall’occidente, come empori di pezzi anatomici di ricambio, come cavie per sperimentare farmaci, come vivaio di bambini per gli «affari» dei papponi di Mumbay; come riserva di voti in tempi elettorali, come forza-lavoro gratuita; come schiavi per gli usurai con cui tutti sono indebitati ben oltre la loro sopravvivenza, come custodi di armi e droghe da nascondere…”.
Marina Valente con la sua Osteria è riuscita ad aprire per qualche anno un centro medico, un dispensario, una scuola d’inglese, un corso di cucito ed a lanciare l’idea del microcredito in modo da rendere autosufficienti le donne maltrattate; a salvare o migliorare vite altrimenti già perse, ma soprattutto ha lanciato con successo un seme per far risvegliare la consapevolezza di sè e dei propri diritti per oltre duemila persone che da secoli, sotto il terrore delle rappresaglie, s’illudono di potersi affidare -per sopravvivere- solo a questo o a quel predatore.
C’è riuscita, Marina, in tanti anni ed in 200 pagine di denuncia dello sfruttamento di un popolo e di una Terra benedetta; 200 pagine che lasciano il lettore senza fiato e senza voce, ma che devono essere lette; 200 pagine fatte anche di gioia, di risultati, di amore, di guarigioni, d’intraprendenza e di un coraggio così grande da illuminare ogni nostra via.
19 Maggio 2008 a 10:35 am
E’ fondamentale creare una rete di interesse reale nei confronti dell’altrui destino. Questa è la via da seguire. Occorre reimparare ad interessarsi del prossimo, partecipare del dolore e della sofferenza altrui.
20 Giugno 2009 a 7:42 am
Great information.Thank you for your sharing