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I miei primi 50 anni.

Posted in la realtà con i tag , , , , , , , on 3 Maggio 2008 by isabellamoroni

Sono una donna fortunata.
Intanto perchè sono riuscita a compere questi 50 anni, poi perchè -in fondo- ho una buona salute, non ho dipendenze letali e, in tutta la mia vita, sono stata in analisi meno di un anno perhè (a detta della mia straordinaria analista) erano cose abbastanza comuni, degne di sostegno, ma anche di un bel calcio nel sedere al momento giusto…

Sono una donna fortunata perchè in questi 50 anni ho fatto moltissime cose, ho lavorato tanto e guadagnato poco, a volte ho ascoltato e più spesso ho parlato.
Troppo.
Mi sono innamorata infinite volte, ma quasi sempre ho confuso l’amore col “prendermi cura” in maniera totale dell’altro, malcapitato.

Sono fortunata perchè ho pochi capelli bianchi, il collo appena segnato ed una pelle che non smetterò mai di ringraziare mia madre per avermela regalata.
Sono fortunata perchè, dopo aver cercato sempre e tenacemente qualcosa di meglio di ciò che avevo (perchè anche io, come tutte le principesse in pectore, sapevo che prima o poi avrei avuto il massimo), ho scoperto che già avevo il meglio.
Il mio meglio s’intende, un meglio che non è scambiabile con quello di nessun altro, ma che soprattutto va curato affinchè continui sempre a dare il meglio.
Il meglio del meglio.

Fortunata perchè ho sempre vissuto secondo le cose in cui credo, in cui spero e in cui mi riconosco e mai secondo personali o altrui ambizioni: metodo eccellente per non contrarre malattie psicosomatiche, per tenere a bada la rabbia e per donare senza riserve.
Perchè più dai e più -ne sono certa- ti torna indietro, magari non dalle stesse persone…

Sono fortunata perchè ho sempre potuto seguire il mio istinto anche quando sembrava muovermi contro e perchè ho capito l’inutilità delle prese di posizione e la dolcezza dell’elasticità.
Perchè posso scrivere senza avere la frenesia di farmi leggere, perchè ho letto tanto e conosciuto culture diverse, perchè m’incanto sempre davanti al mare e continuo a sognare e ad aver fiduia nella gente.

Sono fortunata perchè sia in cielo che in terra qualcuno di molto amato è sempre con me e mi sostiene; perchè credo nelle cose, nel tempo, nell’intelligenza umana, nel futuro e nelle infinite possibilità che ogni giorno si aprono.
Sono fortunata perchè ho imparato moltissime cose, antiche come la sapienza, perchè conservo la memoria anche se a volte velata e lacerata dal tempo e dalle emoioni; perchè mi appassiono e, se sbaglio, ho perfino imparato a chiedere scusa.

Sono fortunata perchè non mi è mi importato nulla dell’estetica e delle imperfezioni: non ho mai sognato occhi azzurri, labbra carnose (la pancia piatta sì, ma quella resta una pia illusione…); perchè ritengo un miracolo l’involucro che mi hanno dato e, anche se il più delle volte non mi piace affatto, non farei mai nulla per cambiarlo forzatamente.

I miei primi 50 anni sono, in fondo, racchiusi tutti in questo stupore: accorgermi di avere quello che mi occorre e che mi lascia sorridere nonostante attorno il mondo non sia affatto allegro ed il buio possa improvvisamente cadere su ogni luogo.

Però oggi io voglio soltanto ringraziare tutti quelli che, incrociando anche per un attimo, anche solo per iscritto, anche anticamente la mia vita, sono stati gli artefici di questi cinquanta giovani anni.

Giorni di silenzio a Dharamsala

Posted in l'india in cui ho vissuto, la realtà con i tag , , , , , , on 27 Marzo 2008 by isabellamoroni

Raccontano che in questi giorni Dharamsala sia avvolta in un silenzio irreale.
Un silenzio scelto da ciascuno: si cammina in silenzio, si lavora in silenzio, si vive in silenzio.

Immagino le due strada principali di Mcleod Ganj polverose e colorate, operose e piene di voci cristallizzarsi nell’assenza della parola.

Negozi chiusi, e passi leggeri.
Per protesta.

Rivedo le due strade fangose che si dipartono dalla piazza affacciata sulla vallata brumosa che conduce lo sguardo lontano e ripido fra cime di abeti e voli d’avvoltoi che roteano sulle carcasse dei camion precipitati nella scarpata. Ad ogni curva un sobbalzo, un vuoto nel cuore e lo strombazzare di clacson indiani.
Horn please.

McLeod Ganj, la residenza del Dalai Lama, dell’Istituto di Medicina ed Astrologia, di quello delle Arti Performative e di decine di altri pezzi di Tibet portati in esilio oggi si trasforma in testimonianza di una rabbia e di una violenza alle quali è difficile trovare una giustificazione economica o politica.

Brillano ancora le pozzanghere nella strada fangosa solcata da piedi e zoccoli e dalle ruote delle auto e dei microtaxi. S’aprono qui e là, negli edifici di mattoni malfermi, porte verdi, azzurre, decorate, ma in questi giorni le grandi vetrine non svelano più oggetti sconosciuti, ciotole sonore, argenti, tanka di seta dipinti ad acquerello con i loro Buddha, le danzanti dee buone ed i demoni rossi e dentati.

Seminascosta da una tenda, la bottega del sarto che s’apriva a chiuque volesse farsi un vestito tradizionale su misura, di lana, di seta o di cotone, sembra essere ferma e tacere, ed il sarto dai capelli impomatati, con i baffi scuri e ben curati, ha riposto le stoffe ed i modelli dietro la sua macchina per cucire.A fianco il Rising Horizon Cafè dove, sulle panche di legno, accanto all’immancabile chai (te al latte) è ancora possibile bere anche un black tea, un te nero come piace agli stranieri che improvvisamente bisbigliano i testi sacri del buddhismo o la lingua tibetana.  Solo le scimmie continuano a lanciarsi dai tetti scippando qualunque cosa di commestibile si abbia fra le mani, sussurrano anche  i monaci nella pratica dei loro affascianti dibattiti di filosofia e religione ed il battere delle mani con il quale affermano le loro idee, si trasforma in un chiocchiolio rappreso. Cigolano le ruote della preghiera, frusciano i mulinelli, pregano i monaci Gyoto che esprimono la loro devozione col canto armonico,

Nella vallata al di sotto del tempio del Dalai Lama risuonano gli echi dei boschi, il picchiettare del burro battuto a mano in sottili ed alti cilindri di legno, s’alzano gli aromi delle minestre brodose e del pane giallo che sembra una meringa.

Sono pochi giorni che la marcia organizzata dal Tibetan People’s uprising movement è partita verso il Tibet.
Nel silenzio, tibetani e stranieri di Dharamsala, seguono le notizie del suo dipanarsi attraverso la rete mentre, a sera, siedono a bere un te col burro, una birra o soltanto a chiacchierare e giocare a dadi nei ristorantini come quello del Green Hotel evocativo e trascinante come un Hotel California di montagna dove si può credere alla vittoria della libertà. 

E sono ancora qui…

Posted in la realtà con i tag , , , , on 18 Marzo 2008 by isabellamoroni

Tornare è meno facile che andarsene.
Eppure si torna sempre.

Si torna a farsi visita -come facevano le mie nonne- con le vicine: un tè, qualche pettegolezzo, le gesta di figli e nipoti, i complimenti, gli ah! e gli oh! e poi si torna a casa a criticare la gonna o la pettinatura e magari quei pasticcini un po’ stantii…

Eppure c’è sempre qualcosa di nuovo da dire.

E allora di nuovo i sogni, i desideri, le paure, la grammatica, gli errori, la scrittura.

Sto ricopiando man mano quello che non volevo si perdesse del vecchio Scialli e Ventagli il cui server è sempre così depresso.
Poi ci saranno le cose che ho scritto: gli articoli, le storie, gli incipit, le curiosità, i viaggi…

Ma ora ci sono di nuovo tante cose da dire.

Beh, bentrovati!

La Prima è stata Pia

Posted in la realtà con i tag , , , , , on 16 Novembre 2007 by isabellamoroni

La prima è stata Pia, sottile e bionda, catapultata dai laghi della Finlandia fino al Golfo di Napoli.
Altra ed altera eppure capace di cucinare un pesce all’acqua pazza, come di creare immaginifiche ceramiche, piene di ori e di azzurri e di antichi richiami e di splendore.
Pia, elegante per amore di un “lazzarone” dagli occhi scuri e profondi quanto basta per innamorarla, d’arte e d’età quanto basta per impressionarla, viveva la sua boheme in uno studio ricavato da una grotta a metà strada fra i Quartieri Spagnoli e Via Partenope, ma era lei che avrebbe potuto cambiare le sorti di entrambi.
Invece rimaneva lì, fra un rimprovero ed una freddezza a far fare bella figura al suo compagno.
La prima è stata Pia, spaesata e ferita, quando lui, dopo essersene andato in compagnia di un altro maschio, sceglieva di umiliarla raccontando a tutti di quanto aveva urlato “la finlandese” quando lui la faceva godere.Poi è venuta Camilla, scrittrice famosa e benvoluta. La sua vita una sfida continua in mezzo alla quale sembrava veleggiare sempre come navigasse un mare appena increspato; non smettendo mai di imparare a credere che poteva essere più forte di tutti.
Camilla che, quando torna a casa, sono botte e mazzate ed ossa rotte.
E bocca cucita e bugie, dolore da buttarsi alle spalle perché non si sappia, perché non si scomponga la sua fragile e luminosa vetrofania.Ed ancora Edlira bellissima e rifiutata: fin da piccola servizi e bastonate fra le montagne al confine fra Grecia ed Albania.
E fughe attraverso le campagne fino al mare e poi oltre.
Le sue sono mani che guariscono e rianimano.
Il suo sorriso anima, invece, un uomo più grande e senza passato, con qualche fiore romantico ed una casa con sette stanze ognuna delle quali nasconde un dolore di cui lei dovrà farsi carico: e lavare e stirare e rassettare senza mai popterlo guardarse negli occhi né sfiorargli la pelle.
Ed un urlo quando anche lei scopre che la pelle, il suo uomo la scambia con un altro.
Ed infine tornare alla montagna ed al bastone più dolce e sacro di tutte le altre offese.Lucrezia, invece, ha due laghi al posto degli occhi ed un salone con i divani di pelle azzurra, i tappeti orientali ed una grande casa affacciata sul mare di un isola del sud.
Ha due figli stupendi, troppi cognati ed un marito che le ammirano in tante.
Lucrezia, chiunque la incontra, pensa che sia felice e che non possa volere altro e nessuno vede in quei laghi agitarsi inquietudine e l’eco della derisione dell’uomo che non l’ha mai reputata alla sua altezza, che l’ha scelta per umiliarla ed ogni giorno le rinfaccia di averla tirata fuori dalla miseria e di averle offerto una dignità.

E loro, e le altre, e le rinunce ai sogni, e gli uomini che si trasformano in sconosciuti, ed i segreti negati ed annichiliti e la paura e il timore, la vergogna… tutto sempre più forte dei massacri e dell’annientamento.
La capacità di assorbire senza riuscirci a spiegare perché permettiamo tutto questo, perché restiamo, salviamo, ce ne facciamo una ragione.

Ognuno percorre la sua strada, nulla ci è dovuto, il mondo si rinnova ogni giorno ed ogni scelta modifica infinite vite e ci specchia in un bacile d’acqua nel quale non avremmo voluto mai guardare.

E che increspiamo ogni giorno con la mano affinché l’acqua porti via tutto.

E ci porti via.

Le ragazze di Via di Ripetta

Posted in la realtà con i tag , , , , , , on 15 Ottobre 2007 by isabellamoroni

Quando sono arrivate avevano altri visi.
E vestiti diversi.
Portavano con sé cascami di periferia. Non per forza di quelle periferie disaggregate, che mutilano identità e desideri.
Qualcuna veniva dalle periferie benestanti.
Ma il centro no. Non lo conosceva nessuna.

A Via di Ripetta ci si va per guardare vetrine che altrove non trovi, per un vernissage od un brunch.
A Via di Ripetta, per qualche metro ci si inoltrano anche gli stranieri che bivaccano ai grandi caffè di Piazza del Popolo.
E quelli che tornano al loro Bed&Breakfast.

Non sono molte le ragazze che riescono ad arrivarci.
Bisogna essere fortunate ed avere una famiglia incosciente o illuminata.
Bisogna saper disegnare o, almeno, averne la passione.

Ma nessuna di loro sa che Via di Ripetta le farà mutare.

Entrano nello spiazzo semicircolare, siedono lungo le aiole o le panche di marmo, s’accavallano ai lampioni ed ai muretti ed iniziano la loro vita fatta di scoperte, di certezze, di cimenti e di rabbie.

Le studentesse dell’Accademia di Belle Arti.
Del Liceo Artistico, prima.
Destinate alla genialità, poi.

Le ragazze di Via di Ripetta cambiano presto la loro immagine, i loro occhi e le speranze.
Splendide, sprezzanti e fragili s’allenano per una vita fuori tempo e fuori luogo.
Si allenano a trasportare enormi cartelle dal sapore antico su motorini usati o biciclette ridipinte dalla loro immaginazione; a condividere magliette e sciarpe e quei guantini dark con i quali imparano che una mano, ed una mano d’artista, è assai più seducente delal fascia di un’autoreggente.

Non a caso loro vestono stratificando calze pesanti a gonne ipercorte e svolazzanti, top sottili a lunghe maglie aderenti ed ancora tanti capelli e sciolti e pieni di fasce, di nastri, di fermagli o, al contrario tagli corti che sparano come strali i loro occhi enormi, dolci, dai tagli orientali, socchiusi o spalancati.

Le ragazze di Via di Ripetta hanno una possibilità in più, ma non tutte poi la riescono a prendere.
La possibilità della libertà, della determinazione, del giocare con il futuro, dell’essere presenti.

E i giorni rotolano fra disegni ed intagli, scenografie, teatri, ecoline, manga e pennarelli pantone e le fantasie si mescolano alle possibilità formando nuove tendenze o ripercorrendo vecchie strade.

Via di Ripetta le incanterà con i suoi negozi, con i colori, il brillio di un finto benessere, la saggezza delle forme dei libri, il sapore delle cose fritte, la magia dei gioielli orientali; Via di Ripetta le tramuterà riempiendo le loro mani di possibilità, di diversità, di argomenti, di immagini che dagli occhi passeranno al cuore e dal cuore alla vita.

nella foto Carlotta V. che non mi ha autorizzata, ma che spero non ne sia dispiaciuta.

X Agosto

Posted in la realtà con i tag , , , on 10 Agosto 2007 by isabellamoroni

Di desideri ne ho una ventina.
Sicuro.
Eppure non riesco ad elencarli; ci provo e scopro di non saperli dire e mi fermo così, con le dita della mano sospese ed incerte in un’enumerazione balbettante come il mio pensiero-Non ho desideri.

Eh no! Non è possibile, non posso passare un ics agosto a guardare la solita bufera di stelle senza avere neanche un desiderio da esprimere.

Beh, forse c’è quello… Ma no, è troppo grande, figurati se San Lorenzo ha tutto quel tempo per me!
Oppure potrei… Sì, perfetto… ma infondo mica me ne importa poi così tanto.

Allora esprimo un desiderio per un’altra persona.

Tanto lo so già che non è valido.
E poi, due persone che esprimono lo stesso desiderio fanno meglio o peggio?
San Lorenzo se lo ricorda di più o si disturba del disturbo?Beh, certo, prima era più facile.Come quella volta che ci siamo seduti vicini a Campo de Fiori ed io pensavo che fosse un film per quanto mi pareva impossibile. Ed abbiamo guardato in su ed io volevo solo stringerlo e lui voleva solo limitare il più possibile i danni di quella stretta.

Non fu un caso che le stelle caddero solo per lui. Per altri otto anni.

Quando finalmente caddero anche per me, troppo tenace, fu davvero un disastro.

Sarà per questo che oggi faccio fatica a desiderare qualcosa?Oppure no. Ho trovato: desidero ricominciare a desiderare.
Ecco, sono pronta per il nubifragio di stelle.
Azz!!! Sta piovendo!

FareLibri. Laboratorio di tecniche editoriali

Posted in la realtà con i tag , , , , on 1 Marzo 2007 by isabellamoroni

Ma quanti libri si pubblicano in Italia?
E quanti scrittori ci sono? Veri, falsi, bravi, mediocri, ottimi, pessimi, esordienti, accademici, massaie, poliziotti, dottori…

E questa valanga di carta stampata chi la legge?
Ovviamente quelli che scrivono…

Ma in realtà, nonostante le grandi case editrici svolgano esclusivamente un lavoro commerciale, utilizzando tutte le astuzie e le tecniche del marketing, la necessità di scrivere e di leggere è reale.
Anzi, vitale.

L’impressione è che il comunicare attraverso la scrittura, sia diventato il mezzo di creazione e di comunicazione più forte.
Anche fra i più giovani (e qui cito le straordinarie fanfiction che rappresentano l’elevamento a potenza della fantasia mescolata con la realtà multimediale, bella o brutta che la riteniate).

La rete, ovviamente, esplode di scritture e scrittori e di dibattiti più o meno vivaci.
E la rete rimane il luogo dove sempre più si riesce ad essere artefici della propria comunicazione.

Certo, non esiste scrittore che non voglia vedere le sue parole pubblicate su un libro, su un oggetto che si può annusare, sgualcire, scrivere, sottolineare, farci le orecchie, lasciarlo alla stazione o sul bancone di un bar per farlo trovare a qualcun altro…

Ed allora, ecco una proposta.
Come si fa a fare un libro?

Editoria pratica, insomma. Ed anche critica.

I piccoli e medi editori lo sanno e lo professano.
Una casa editrice è un’avventura. Affascinante e paurosa.
Come le montagne russe.
Ci si deve scontrare con banche e commercialisti quando si vorrebbe soltanto trovare belle scritture od argomenti elettrizzanti e poi c’è sempre il nodo invincibile della distribuzione radunata in poche mani, che determinano la sorte di ogni volume stampato…

Ma noi ci crediamo.
Crediamo a questa possibilità di imparare i saperi e le tecniche editoriali, così, senza voler darsi toni accademici proponiamo un vero e proprio laboratorio, un innovativo percorso attraverso gli strumenti della produzione ed autoproduzione libraria.

FareLibri nasce dall’esperienza del Corso di formazione in professioni editoriali svoltosi all’Astra19 nel 2006.  Sulla base delle competenze acquistate durante quel corso si è infatti costituito un gruppo di lavoro che ha proseguito nell’approfondimento dei temi legati alla produzione editoriale e che per il 2007 propone una formula nuova,orientata all’acquisizione delle conoscenze necessarie alla costruzione di un libro attraverso la sua concreta realizzazione. Una formula che intende coniugare approfondimento teorico e esperienza pratica, formazione professionalizzante  e dibattito critico, ma anche la messa in gioco di saperi e competenze da parte di docenti, autori e partecipanti, attraverso un confronto diretto e dinamico.

Il resto lo trovate sul blog FareLibri.

Di bello c’è la partecipazione degli autori e di parecchie voci del web.

Ed alla fine la realizzazione di un vero libro.