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La casa degli anarchici a Venezia

Posted in le case le cose, viaggiatori e nomadi con i tag , , , , , , , , on 2 Novembre 2006 by isabellamoroni

A Venezia le case mica te le aspetti.
Si aprono all’improvviso come labbra di piccole bocche meravigliate. E t’inghiottono dolcemente con un sorriso.

Passando per calli strette, ponti e scalini, a Venezia poco ci si accorge del cielo e poco anche delle finestre che pure, spesso scrutano e conoscono anche quello che il viandante non intuisce.
E così, mentre egli tira dritto cercando la propria meta, è possibile che quella sia già arrivata e s’apra al suo fianco proprio quella porta che, col passo, aveva appena superato.

Giovanni ed Adelaide avevano parecchi anni nelle gambe ancora muscolose e scattanti abituate a percorrere Venezia in lungo e in largo, i capelli grigi e negli occhi tantissima vita.

Anarchici fin dal tempo della ragione, facevano gli editori.
Piccolissimi editori militanti di quella militanza solida e antica fatta soprattutto di comprensione, di ricerca, di studio, di sguardi sul mondo e di una lingua poi non troppo proletaria.

Il portone s’aprì graziealla magica chiave di Adelaide, e Venezia mostrò l’altro suo volto.

Il volto che non t’aspetti, quello interiore e segreto che solo a pochi è dato di vedere. Il volto che esibisce al contempo ricchezza e povertà, che si compiace dell’antico, di tutte le sue crepe e che s’inventa alberi e giardini dove giardini ed alberi non potrebbero mai stare.

Il cortile di Adelaide e Giovanni era grande e scrostato, molte piante crescevano in tinozze d’alluminio ammaccate, in pentole rotte, come anche in bellissimi vasi di terracotta a rilievo. Al centro tre o quattro alberi sottili spingevano la loro chioma, a forza di voglia di vivere, fin verso il cielo.
E lungo i muri perimetrali piccole porte e scale, conducevano ad altre piccole porte come in un labirinto di luoghi celati.

Entrando, Adelaide illuminò una prima stanza dal pavimento di graniglia antica, al centro della quale si trovava un immenso torchio da stampa in legno lucido.
Più vecchio della stessa casa, sembrava che non fosse stato trasportato fin lassù (del resto, come avrebbero potuto fare lungo quelle minuscole scale, attraverso quelle piccole porte fatate?) ma che la stessa Venezia fosse stata costruita attorno a lui.
Le pareti della stanza, dalla terra fino al cielo, erano coperte di scaffalature di legno scuro e profumato e sugli scaffali libri e poi libri, copertine dai colori chiari ed uniformi, come se un architetto avesse scelto la tinta giusta, come per le mura.

Le case di Venezia sono labirinti.
Si racconta di persone che non ne sono più uscite, ma nessuno sa più dire in cosa si siano tramutate…

E la stanza del torchio, dalla quale s’usciva attraverso un passaggio più angusto, prometteva alla sua destra, ma soprattutto alla sua sinistra, un dipanarsi di corridoi e stanze dalla fine incerta.Adelaide ci guidò nel corridoio di destra parlando di libri. Dei suoi libri.
Ne sembrava la madre o forse, meglio, l’istitutrice.
Bellissima, con il volto chiaro, segnato e trasparente, gli occhi azzurri ed i capelli argentati lunghi fino alla vita, stava accanto ai suoi libri sottile e diritta come gli alberi del suo cortile.

Il corridoio era dipinto a tempera rosa antico e curvava lievemente, le pareti tempestate di quadri, foto e ritagli di giornali importantissimi chissà per chi, chissà per cosa; sui piccoli mobili  vasi impolverati ricolmi di fiori secchi, vecchie lettere abbandonate e scatole di regali ancora vivi.
Sul lato opposto due o tre porte rubate a qualche vecchia casa di campagna con le assi di legno riquadrate, dipinte con una lacca lucida blu polvere.

La casa di Adelaide e Giovanni: libri chiari e colori forti.Giovanni ci aspettava in fondo al corridoio. Dietro la porta (questa volta di legno nobile, laccata di biancoed ornata da una sfarzosa maniglia di bronzo) un salone immenso doppio, forse triplo, dipinto in un arancione polveroso, simile ad un suk dove s’ammassavano in un disordine che pure donava pace, divani antichi e moderni, cassapanche, sedie, tele appena abbozzate, quadri appoggiati in terra, tavolini bassi, cuscini marocchini, mobili di modernariato, ricordi d’ogni luogo, tappeti, riviste ed ancora alti scaffali pieni di libri e quel tavolo lungo forse cinque o sei metri che divideva la stanza.

Di fronte una vetrata a riquadri di vetro sottile ed irregolare che dominava il cortile, lambita dalle chiome degli alberi. Adelaide la guida, Giovanni l’accoglienza.

Ci fece entrare senza timore in quel mondo di colori variegati come la sabbia del deserto conquistandoci con calici di dolce vino delle colline e sapori nuovi ed unici che s’innalzavano da ciotole, vassoi e zuppiere.
Crostini caldi e zuppe antiche, carni gustose e formaggi inebrianti e poi un dolce speciale che aveva fatto Giovanni con le sue mani e del quale non potrò mai raccontare il sapore perché si sa, è un dolce che porta l’oblio.

Se la stanza del cuore di Adelaide era l’ingresso con il grande torchio, il posto segreto di Giovanni era, invece, la cucina, anche questa con le pareti un po’ curve, dipinte all’anilina azzurra, mobili antichi bianchissimi, un tavolo di marmo ed una cucina di smalto bianco che non aveva mai smesso di elaborare piatti inimmaginabili.

La cucina, sia chiaro, non Giovanni.La casa aveva occhi. Occhi buoni che ci guardavano mangiare e parlare di libri, di teatro e di anarchia. E mi tornavano in mente quelle sere bambine quando guardavo i miei genitori ed i loro amici restare pigramente a parlare di qualcosa che non c’è.

Ed infine, tornando indietro per il corridoio fino alla stanza del torchio e poi oltre la porta, per le scale, nel cortile e di nuovo lungo la calle immota, di nuovo Venezia nella notte: mille volte vista e mille volte ancora sorprendente
Come se quel bagliore di tempo non fosse passato.

Mentre il corridoio a sinistra della stanza del torchio non era riuscito a catturarci.

La Colombaia. Una reliquia, un’emozione.

Posted in le case le cose, viaggiatori e nomadi con i tag , , , on 8 Settembre 2006 by isabellamoroni

C’è una strada che s’immerge nel cuore dell’isola.
Ischia, l’Isola per eccellenza.

Una strada che non t’aspetti, che s’inoltra in un bosco che non credevi, un bosco d’alberi dai tronchi sottili, un bosco di castagni, un bosco che confonde il legno dei tronchi con la pietra.
Immani massi scagliati fin qui dal vulcano Epomeo; massi che richiamano con la loro anima di fuoco.

Massi che si fanno riconoscere da chi è predestinato.

Lungo la strada, dal lato che piomba, in una vertigine, sul mare si distinguono cancelli e muretti dipinti a calce di ville che s’immaginano sfarzose, eleganti e ricche.

Prima di diventare un sentiero sterrato la strada s’apre in una reliquia, forse, che pure è viva e pulsante di contemporaneità.

E’ Villa La Colombaia, la casa estiva di Luchino Visconti, il suo luogo dell’anima, scoperto grazie ad Alida Valli che l’aveva abitata prima di lui e diventata, nel tempo, la sua proprietà più amata.

E la sua tomba.

Villa La Colombaia spicca bianca nel verde, invisibile dalla strada e a stento dalla costa.
Sovrasta una delle più belle insenature dell’Isola, un tratto disegnato dalla forza del vulcano, eroso dal mare, scolpito dall’aria sapida di profumi e di intensità.
Nella caletta era la spiaggia privata di Visconti, nel parco quasi sterminato la sua vita nella natura, con i suoi cani amatissimi, tanto amati da ornare l’ingresso alla villa con quattro statue in ceramica di cani di razza.

La Colombaia è diventata sede di una Fondazione, di una scuola di cinema e teatro e di un piccolo museo dedicato a Luchino Visconti che racchiude unicamente foto dei suoi spettacoli, dei suoi film e della sua infanzia.

Ma qualche foto sbiadita apre la fantasia su quella che è stata la vera anima della casa: le pareti tappezzate a disegni liberty, i camini in ogni stanza con le decorazioni che ricordavano la silhouette della madre del regista, nobile e severa musicista.
Ed i grandi vasi d’argento, le porcellane decò che fungevano da portasapone, i pavimenti in maiolica dell’Isola dipinta a mano, le porte a cuspide dalle lunette di vetro colorato, tutto nello stile art nouveau, una specie di Vittoriale più raffinato.

Corrono le immagini così simili a quelle dei suoi film, la bellezza, l’estetica, la cura riposta in ogni angolo, le grandi vetrate che inquadravano il mare, la stanza da letto del regista ed il suo studiolo, aperto di fronte ad un infinito azzurro vita.

Ed ancora la stanza di Helmut Berger e la dependance nella quale l’attore più amato viveva; l’anfiteatro come un immenso palcoscenico asimmetrico di legno circondato da ulivi alti e verdissimi.

Passano come in una proiezione fantastica tutti i personaggi che hanno popolato un lampo di storia e di arte. E’ un film incantato che improvvisamente ripropone la storia che si perde negli anni come in una dissolvenza incrociata di una pellicola antica.

Niente più pavimenti in maiolica, dicono che li hanno rubati, così come hanno distrutto l’ascensore racchiuso in una gabbia vetrata dagli intarsi colorati che portava alla terrazza merlata che guarda il mare come fosse un cerchio; si dice anche che Helmut Berger abbia criticato i restauri…Ma chi ricorda ancora Helmut Berger?

Salendo una scala di pietra lavica intagliata nella collina si raggiunge il “pensatoio”. Lassù, una minuscola terrazza racchiusa da una staccionata, Visconti amava andare a meditare sospeso tra mare e cielo.

Proprio sotto il pensatoio, confuso tra gli alberi ed altre pietre, la pietra che si fece riconoscere e che Luchino Visconti scelse per la sua sepoltura.

Contiene l’urna con le sue ceneri e con quelle della sorella più piccola.
Fuori una semplice targhetta con i nomi e le date.

Per sempre nel silenzio del bosco antico.
Per sempre nell’azzurro color vita.

Covo d’artista

Posted in le case le cose con i tag , , , , , , on 18 Luglio 2005 by isabellamoroni

Chi sei, Jean Yves ?  

Nella casa veneziana dell’Artista, fra i suoi quadri di vernici sgocciolate e le sue lenzuola blu notte macchiate, Jean Yves sorride da tantissime foto sui muri.
Jean Yves l’amante, Jean Yves l’amato, il sorridente. Le sue lettere, fasci di buste di colori pastello, si accumulano dietro lo specchio e, dal muro, i suoi occhi guardano attenti.  

Jean Yves che scrive frasi d’autori sconosciuti, ripensa a Van Gogh e parla continuamente d’amore.
Jean Yves che disegna un se stesso magro e spaurito, sovrastato dal capo protettivo dell’Artista, come nei dipinti delle madonne del ‘400.
Jean Yves che telefona la mattina all’alba e sa parlare così teneramente da infondere calore.
Jean Yves che divide l’Artista con chissà chi altro, nonostante nella casa solo lui regni sovrano.  

Assieme alle canzoni di Miguel Bosè, così stonate in un covo d’Artista.  

Ma è poi un covo d’artista questo?
Con quei libri che non potresti aspettarti diversi:
Mishima, Hesse, Pasolini. Prevert.
Ed ancora qualcosa di Genet; gli scritti dei pittori e quegli strani miti, così dissonanti fra loro: Marilyn, James Dean e S. Francesco d’Assisi.
Le monografie su Burri, i libri di Pollock, i disegni di Dante Gabriel Rossetti.
Il Profeta di Khalil Gibran, le fotografie di sterminati campi di fiori rossi, i cappelli e le fasce rosso rubino e viola.  

Le finestre non si aprono: si vive immersi in una fiochissima luce artificiale e tutto fa venir voglia di vegetare, di non alzarsi da quel letto così grande e sfatto.
Non è una tana d’artista, perchè lui -l’Artista- non procede secondo i canoni ai quali  vorrebbe ispirarsi.  

I suoi quadri sono moderni; sperimentazioni per un futuro. Un futuro forse anche tecnologico.
Alcune forme nella sua casa sono invece cattoliche, ecologiste, inclini a ripensare (più per atteggiamento che per fede) il liberty, il dandysmo, la decadenza.  

Gusti musicali spiazzanti:  Battiato, Battisti ed i Santana; mescolati col  mito di Pogorelich.  Chissà perchè, forse solo perchè è bello.
Eppure questa musica sembra essere in sintonia con tutti quegli oggetti altrettanto poco simili e dissonanti fra loro: i fiori di papavero, le tabacchiere liberty, le riviste porno gay, le cartoline di danza, i medaglioni, i coccetti di Assisi, le maschere della Commedia dell’Arte…  

Ed infine tutti i suoi quadri, quei quadri egocentrici, occhi scuri che ti guardano, che si guardano come in uno specchio; figli di un’irrealtà interiore, del compiacimento di tagliare ogni possibile rapporto per crogiolarsi in un indefnito se stesso, in un se stesso non ancora scoperto, ma che già vuole dettare legge affinchè gli altri osservino l’Artista. E lo ossequino.