Come i lunghi capelli avvolti in una sottile retina tempestata di scaglie di perle scaramazze e conservati nella scatola di latta del panforte: bassa, tonda ed ornata di disegni liberty.
Mia nonna li aveva tagliati quando era diventata madre, in un rituale di negazione della femminilità che per lei aveva lo stesso senso di un’automutilazione.
Come i ritagli dei giornali di mia madre, folle per il cinema, che ricomponeva star e pellicole prendendo tutto ciò che poteva dai rotocalchi dell’epoca e lasciandomi incantata nella visione statica di un nuovo film girato dalla sua passione.
E poi gli oggetti: il portacipria di smalto azzurro, i guanti bianchi di capretto, i fermagli e i pettini di bachelite, il set allacciascarpe ed allacciaguanti in argento col manico d’osso… Ma soprattutto i racconti.
Era l’ora di andare a scuola e Gigi Crudelini, discolo e pigro vicino di casa, ancora sonnecchiava quando s’avvertì la scossa: “Aho! –disse assonnato- chi è che me trema er letto?”Gli risposero voci concitate: “Gigi, alzati, corri, è il terremoto!” ed il bambino, invece di fuggire si gettò in ginocchio ai piedi del letto pregando: “Madonnina mia so’ bono, so’ bono!”.La memoria mi appartiene come una seconda pelle, come una fiala di lacrime di gioia e di dolore conservata preziosamente.
Eppure me la sono negata. Sempre.
Non ne volevano sentir parlare i miei giovani compagni di viaggio nell’adolescenza e subito dopo nella meglio giovinezza.
Allora dovevamo creare il futuro.
Sapevamo che ne saremmo stati gli artefici perché il mondo andava cambiando ad una velocità fino ad allora sconosciuta e dunque non volevamo pastoie antiche, obblighi morali, divieti, sentimenti patriottici ed educatori moralisti.
Volevamo cambiare e tutti mi disilludevano sul potere della memoria.
“La vita è presente!”, “La vita è futuro!”, “La vita è adesso, non puoi continuare a sognare il passato!”.
Le voci si susseguivano, si accavallavano, quasi sempre venivano da fonti autorevoli alle quali credevo.
Credevo di essere sbagliata.
Per anni ho relegato la mia necessità di memoria agli abiti vintage ed alla conservazione maniacale di oggetti: biglietti di treni, di mostre, di spettacoli; cataloghi; carte di cioccolatini, fuori, spille, perline di collane rotte, candeline delle torte di compleanno, tappi di spumante, sassi, sterpi, cartoline e qualunque altra cosa che avesse assistito o significasse eventi dei quali mi era grato conservare il ricordo.
Poi ho smesso anche di fare questo e, mentre smettevo, attorno a me incominciava il grande recupero della memoria, quasi fosse l’ultima spiaggia, l’ultimo punto fermo cui aggrapparsi in un naufragio collettivo.
Sono riemersi i cantanti della mia infanzia, gli attori che avevamo sempre considerato di infima serie; hanno restaurato film, rielaborato canzoni; dalle immaginifiche Teche della Rai escono fuori, senza sosta, ricordi capaci di alimentare interi palinsesti.
Ed io che non posso più farmi raccontare nulla, so che la memoria, il ricordo, il passato, sono una necessità.
Ma nel web, mi domando, c’è posto per la memoria?
Tutto quello che è archiviato nella rete è poi consultabile?
Esiste il modo di far utilizzare tutto questo materiale dai più senza scolpirlo in un “sito-museo”, statico, immodificabile e senza alcun contatto con chi lo utilizza?
E i blog, che con il loro sistema a rotazione cancellano il tempo, è possibile che non possano essere forzati con qualche algoritmo capace di offrire modalità di ricerca utile anche a chi non sa cosa cercare?
Una modalità di ricerca che, prescinda dalla chiave assegnata dall’autore che in quel momento aveva un determinato stato d’animo?
Forse ci vorrebbe una wiki con tanto spazio da poter raccogliere vite intere: dagli aneddoti a quella foto sbiadita, senza più cornice, macchiata da una goccia d’inchiostro, da una di profumo e da tutti quei piccoli, gialli segni del tempo.




