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Art a part of cult(ure)

Posted in recensioni con i tag , , , , , , , on 13 Maggio 2008 by isabellamoroni

Splendido e vivace, curioso e libero.

E’ il nuovo magazine di arte contemporanea e di cultura che promette (e mantiene) informazione, scoperte, critiche, luci e spazi per tutti coloro che hanno qualcosa di bello, valido e sorprendente da raccontare.

Nato dalla fantasia multiforme e felice di Raffaella Losapio, artista e gallerista piena di forza e di colore e di volontà, Art a part of cult(ure) ha preso vita attraverso la sapienza del web di Giampaola Marongiu, semplice, incisiva e con quel tratto romantico che la contraddistingue nelle scelte.
Guidato dalla competenza e dalla fantasia caleidoscopica di Barbara Martusciello, critica d’arte fra le più apprezzate, e diretta dalla sottoscritta, Art a part è un luogo di ritrovo per tutti gli artisti.

E’ come essere contemporaneamente a più vernissages, è come avere in un luogo solo radunate le storie e le voci di molti.
Partendo dall’arte contemporanea che è l’oggetto del desiderio scatenante si potrà spaziare fra la pubblicità, l’architettura, il design e la grafica; si possono indagare le scelte dei beni culturali, sentirsi raccontare di cinema, di comix & illustrazione…
Si discuterà anche di filosofia, letteratura poesia, musica video multimedia, di teatro e di danza, ma non mancheranno notizie curiose ed avvattivanti su gusto & gusti, lifestyle, looking & shopping ; e poi ci sarà lo spazio per saper tutto di concorsi & bandi, delle fiere e delle inaugurazioni …
La sezione critica si chiama “in(tolerance)” perchè vuole essere forte e libera e, magari, dire quello che si dice sempre troppo poco. 

Tutto secondo le leggi del web 2.0: a diretto contatto con i lettori e con l’entusiasmo di chi sa ,con certezza e passione,che una rivista d’arte non potrà mai essere un oggetto di routine, che non ce ne saranno mai troppe e che ci darà sempre modo di meravigliarci.

Di meravigliarci di più.

Osteria Calcutta. di Marina Valente

Posted in l'india in cui ho vissuto, recensioni con i tag , , , , , , , , on 25 Aprile 2008 by isabellamoroni

Quando ho incontrato Marina per la prima volta, dieci anni fa, il suo progetto dell’Osteria a Calcutta era luminoso e violento come le passioni, tessuto nella materia degli ideali e Marina era uguale: bella, dirompente, generosa.

Quest’Osteria, da aprire a Calcutta in un quartiere ghetto al confine con una zona che ben conoscevo, era una possibilità di autogestione offerta soprattutto alle donne dello slum per riscattare la propria vita in maniera autonoma e lontana dai concetti di beneficenza ed anche da quelli di volontariato.

La guardavo incredula. Dietro quegli occhi luminosi una vita di cui sapevo troppo poco: aveva vissuto in India a lungo, diceva. Aveva una casa strana, una stanza dentro l’altra, molto aperta, che mi ricordava alcune case indiane affacciate su cortili interni pavimentati in cemento, ai cui bordi crescevano alberi contorti e fronzuti e nei quali, ogni mattina assiema ai cinguettii dell’alba si poteva ascoltare il ritmico frusciare della ramazza corta fatta di sterpi che spazzava via la sporcizia, i sogni ed i resti della notte.

Ma Marina abitava a Roma e troppe volte avevo visto quell’entusiasmo dipinto sui volti di chi era stato in India e si era perso dentro una realtà troppo diversa, quella realtà dove differenti sono le categorie mentali, dove i punti di riferimento saltano e il tempo -come dice Marina stessa- “has no meaning”, non ha significato.

Non riuscivo a capire se il suo progetto provenisse da una visione dell’ LSD mescolato con qualche viaggio spirituale, oppure fosse la pulsione incontenibile di un’anima ed una mente più aperta della mia che aveva compreso molto a fondo l’India e l’aveva saputa amare senza riserve.

Senza paure.

La serata di raccolta fondi, però, la facemmo comunque ad Argillateatri, uno spazio molto “off” e molto legato all’India, che per quindici anni ho fatto vivere e che quella sera avevamo reso particolarmente attraente decorando il palco ed i fondali con teli ricamati e sari, con tappeti e cuscini, ponendo in un angolo del proscenio la statuetta di bronzo di Ganesh che avevamo portato negli zaini dall’ultimo viaggio e che splendeva illuminata dai riflettori e circondata di fiori e di incensi.
Quella sera avevamo cibi indiani e due suonatori di tabla che inframmezzavano con suoni e ritmi le spiegazioni ed i racconti di Marina, coinvolgendo le persone nella grande utopia: aprire un’Osteria a Calcutta.

Qualunque cosa volesse fare, mi sembrava che Marina non avesse fatto i conti con le più evidenti (ed esasperanti) realtà indiana: l’impenetrabilità delle caste, la capacità di rimandare all’infinito qualsiasi azione non gradita adducendo milioni di scuse, sciorinando migliaia di parole e restando impermeabili e beffardi a qualsiasi reazione; ma soprattutto la liceità di qualsiasi mezzo (compresi quelli criminali, ma più spesso semplicemente la simulazione, la mistificazione e la manipolazione delle persone) per impedire che le cose vadano come vorresti tu.

Aprire un’Osteria a Calcutta, facevo fatica a crederci ma forse erano solo la mia paura e la mia abitudine a filtrare le cose spaventose attraverso la ragione a farmi dubitare, a farmi trovare scuse e, probabilmente, anche a farmi perdere di vista negli anni successivi Marina che pure stava facendo di tutto per mettersi in mostra e trovare tutto ciò che potesse aiutarla a realizzare il suo sogno.

Dieci anni dopo ecco apparire “Osteria Calcutta“, un libro il cui titolo ricorda gli antichi diari di viaggio scritto da Marina Valente ed edito da Sensibili alle Foglie.
Ed imporvvisamente mi sono sentita come se fossi tornata a casa, come se mi fossi accucciata in un nido di cui non avevo più memoria.

Marina Valente l’Osteria a Calcutta l’ha aperta proprio dove voleva anche se con infiniti problemi, difficoltà ed avversità che avrebbero fatto desistere anche un santo.

Ha lottato contro mafie e sfruttamenti, contro accuse ingobili e ritardi artati, contro la corruzione della polizia, la cupidigia dei più ricchi e la diffidenza degli abbandonati.
Si è scontrata con le consuetudini che possono condurre ai massacri ed alla morte, con le burocrazie manutengole degli sfruttatori e dei cattivi governanti e con il mondo squallido, finto ed opportunista delle associazioni di volontariato, delle ONG e di tutte quelle strutture che gestiscono i soldi delle donazioni internazionali, solo per intascarseli con la scusa degli aiuti umanitari.

Osteria Calcutta” è il resoconto di tutto questo, ma anche e soprattutto il racconto di una vittoria e di un premio insperati: la solidarietà, la fiducia ed il riconoscimento da parte degli intoccabili.
Degli Adivasi, di quella infinita massa di popolazione che potrebbe rappresentare un esercito “così tanti che potevano numericamente occupare il Parlamento e rovesciare le carte da cima a fondo“  e che invece altro non sono che riserve di persone “che servono: come pretesto per lucrare aiuti dall’occidente, come empori di pezzi anatomici di ricambio, come cavie per sperimentare farmaci, come vivaio di bambini per gli «affari» dei papponi di Mumbay; come riserva di voti in tempi elettorali, come forza-lavoro gratuita; come schiavi per gli usurai con cui tutti sono indebitati ben oltre la loro sopravvivenza, come custodi di armi e droghe da nascondere…”.

Marina Valente con la sua Osteria è riuscita ad aprire per qualche anno un centro medico, un dispensario, una scuola d’inglese, un corso di cucito ed a lanciare l’idea del microcredito in modo da rendere autosufficienti le donne maltrattate; a salvare o migliorare vite altrimenti già perse, ma soprattutto ha lanciato con successo un seme per far risvegliare la consapevolezza di sè e dei propri diritti per oltre duemila persone che da secoli, sotto il terrore delle rappresaglie, s’illudono di potersi affidare -per sopravvivere- solo a questo o a quel predatore.

C’è riuscita, Marina, in tanti anni ed in 200 pagine di denuncia dello sfruttamento di un popolo e di una Terra benedetta; 200 pagine che lasciano il lettore senza fiato e senza voce, ma che devono essere lette; 200 pagine fatte anche di gioia, di risultati, di amore, di guarigioni, d’intraprendenza e di un coraggio così grande da illuminare ogni nostra via.

 

 

per chiunque fosse interessato alle attività dell’Associazione di Promozione Sociale Osteria a Calcutta questi sono i riferimenti: http://www.osteriacalcutta.com/ , http://www.myspace.com/osteriacalcutta, osteriacalcutta@gmail.com, osteriacalcutta@libero.it  

Ancora dalla parte delle bambine. Loredana Lipperini

Posted in recensioni con i tag , , , , , , on 1 Novembre 2007 by isabellamoroni

Oggi mi sento più forte.
Perché so di avere uno strumento che fa luce nella gran confusione di tutti i miei “intorno”.
Perché negli anni 70, quando lottavamo per i consultori -ad esempio- le idee erano chiare, i ruoli riconoscibili (e aggredibili), le sfumature della comunicazione molto più percepibili, se ingannevoli, di quanto lo siano adesso.
Tutto pian piano si è confuso in un crescendo di mistificazioni.
Oggi, dappertutto, si afferma una tesi e, contemporaneamente, si sdogana il suo contrario.
E di questo gioco al massacro ne fanno le spese i diritti e l’autodeterminazione.
Soprattutto quelli delle donne.

Ancora dalla parte delle bambine.
Ancora significa nuovamente, ma anche di più, con più forza, con più nutrimento.
Era un sentire comune, allora, fra chi lavorava alla crescita della lotta e della consapevolezza delle donne, quello di Elena Gianini Belotti che, nel 1973 con il libro “
Dalla Parte delle Bambine”, apriva uno squarcio sulle responsabilità degli educatori e suggeriva un percorso di liberazione affinché le bambine potessero cercare la loro autonomia senza emulare i modelli maschili né costringersi in quelli che venivano loro offerti.
E’ una scoperta, oggi, mentre la maggior parte delle donne è pronta a giurare di essere liberata, autonoma, pronta a scegliere ed i modelli ci si attaccano addosso, irriconoscibili e capaci solo di creare disparità, consumo e schiavitù, quello di Loredana Lipperini.

Ancora dalla parte delle bambine” nasce per caso (ma non troppo) su pezzi di quotidianità raccolti, studiati, vissuti.
Su testimonianze di soprusi quasi irrilevanti, di violenze non percepite, di delitti dimenticati, di insegnanti sicure di fare al meglio il loro ruolo pedagogico, di libri, di giornali per ragazzine, di bambole, di pubblicità, di madri e di merendine.
Ognuno di questi un ingrediente dell’allontanamento delle donne dalla consapevolezza di se stesse e dell’indirizzamento forzato ad uno specifico ruolo.

Loredana Lipperini ha esplorato questi ingredienti entrandoci dentro con la passione della cronista e con la caparbietà della ricercatrice.
Ha scoperto dati statistici, riesumato notizie che tendiamo a dimenticare tanto è l’orrore, la gratuità e la frequenza; ha intervistato pubblicitarie, magistrati e debellato luoghi comuni con la sola forza di dati precisi, quelli che nessuno si sogna mai di tirare fuori perché giudicati noiosi, incomprensibili e anche un po’ pericolosi.
E così, capitolo dopo capitolo, ci porta a confrontarci con i modelli femminili, con la violenza reiterata, sull’inganno del superamento degli stereotipi, sul ritorno del genere e sulle madri.

Capitolo terribile che ci sciorina fatti e cronache e testimonianze sulla presunta incapacità delle madri sugli infanticidi, sul consumismo, e sulle regole imposte chissà da chi e perchè.

Ed ancora la paura, le bugie, l’attenzione esasperata all’infanzia, le Bratz, le Winx, l’anoressia e la bulimia, le insegnanti, la scuola con i suoi codici quasi segreti e le icone femminili. Fino a chiedersi: “di cosa scrivono le donne quando scrivono di donne?”.
E qual è il potere della carta stampata, di internet, della televisione?

Chissà se siamo in grado di fare i conti con queste consapevolezze che non hanno nessuna arroganza intellettuale e che realmente rispecchiano la realtà di tutte le donne occidentali (e forse non solo).
Ugualmente: Siano ricche o povere, istruite o no.

Ancora dalla parte delle bambine” non è un libro da leggere o da studiare.
E’ una mappa per inoltrarci nell’usurpazione delle nostre necessità, speranze, desideri e comprendere che gli uomini e le donne -come dice Simone de Beauvoir- debbono riconoscersi come simili.
Per dare alle nuove bambine, la possibilità e gli strumenti per provare questo senso di eguaglianza.

La Donna che parlava con i morti. Remo Bassini

Posted in recensioni con i tag , , , , , on 26 Ottobre 2007 by isabellamoroni

“La donna che parlava con i morti”.
E prima ancora di abbandonare la copertina, ti si incolla addosso una domanda alla quale non avrai risposta per molte pagine.Ed incominci a leggere la storia di Anna che, in fondo in fondo, rispecchia un pezzo della tua storia. Perché quando si soffre per amore mica conta se si è femmine o maschi.
Ed Anna soffre perché non può condividere e questo la fa temere, la fa ingelosire.
Si riempie di dubbi che tramuta in certezze. E tu la capisci davvero.

Poi all’improvviso la storia di Anna s’intreccia con altre storie, con frange di antichi segreti maledetti, con pastette contemporanee, rimpianti e rimorsi.
Pezzi di vita e vite qualunque che diventano eroiche ed esemplari perché intagliate nei sentimenti.
Sentimenti buoni, cattivi, infidi, accoglienti. Poco importa. Tu li vedi.

All’improvviso ti ci trovi dentro o ti si chiudono attorno come foglie spinose di una pianta carnivora.
Ognuno di questi personaggi assomiglia a qualcosa che stai vivendo: tu o le persone che ti stanno accanto.
Ma il nostro vivere è spesso riservato e vergognoso mentre questi personaggi vivono apertamente persino la loro sconfitta e questo li rende tutti protagonisti che si muovono fra piccole cittadine e campagne acquose.

Remo Bassini, al suo quarto libro, cambia le regole del gioco. Non canta più le storie di provincia: vita e solitudini, delusioni, amore e puttane.

Gli investigatori, stavolta, indagano sulle anime più che sugli eventi e s’avventurano, in bilico, fra quotidianità e mistero.

Ne “La donna che parlava coi morti” edito da Newton Compton, la capacità dell’autore di aprire le stanze una dopo l’altra diventa emozionante ed eccitante perché passa attraverso mondi ed epoche diverse.
Un taglio esoterico fondato, però, sulla nostra viva tradizione. Radici, insomma.

Ed il legame della vita con la morte diventa tangibile proprio nel territorio magico dove si palesa la verità e si frantumano gli egoismi.

No Kids

Posted in recensioni con i tag , , , , , on 11 Agosto 2007 by isabellamoroni

Corinne Mayer, un po’ provoca.E un po’ di più dice sul serio nel suo libro “No Kids. Quaranta ragioni per non avere figli“: non fate figli, mi raccomando!

Questa dei figli è una storia strana. Recente, tanto recente.
Solo quarant’anni fa il “culto” dei ragazzini non esisteva.
Esitevano libri terribili e lacrimosi su bambini vessati, umiliati, costretti al crimine, affamati, stracciati il cui unico scopo era trovare o ritrovare una madre.

Anche non la propria, ma qualcuno che fosse un po’ più gentile. Almeno.

I ragazzini reali, invece, nelle campagne ancora andavano a lavorare a quattro anni, forse. E gli altri andavano a bottega molto presto.

Mio padre, quando non avevo voglia di studiare, mi minacciava di mandarmi a lavorare (cosa che all’epoca mi appariva come una meravigliosa avventura…), ma presumo significasse che il lavoro era qualcosa di duro e di poco gratificante.

Non mi sono accorta di quando e con che rapidità i bambini siano diventati il pensiero dominante delle amministrazioni pubbliche, dei media, delle ludoteche e delle donne improvvisamente alle prese con un non meglio identificato “orologio biologico” (ma chi se l’è inventato e che significa????).

Io mi ero fermata alle manifestazioni, ai sit-in, alle petizioni per avere gli asili nido comunali che fino agli anni settanta mica erano un diritto…

Comunque ora guai a chi non si sente beatificata da una gravidanza e da una pargolanza anche se si moltiplicano le mamme assassine e non mancano i figli mammicidi.

Va bene, va bene, ci sono sempre state.
A partire da Medea, però mi sembrano aumentate vertiginosamente e questo a dire il vero non va molto d’accordo con questa esaltazione della genitorialità.

Quando ho cominciato a leggere “No Kids” mi è venuto spontaneo farlo come figlia.
Figlia in gran parte sgradita e quindi pronta a dire: “vedi, dolce e cara mammina, potevi anche ammettere che sono servita a riempire il vuoto lasciato dal tuo desiderio di andare a recitare alla Comedie Française dove ti avevano formalmente invitata”, desiderio che non hai avuto il coraggio di realizzare e del quale, in un modo o nell’altro ho dovuto accollarmene la colpa…”

Eppure, penso, che per realizzare i propri desideri occorra esserne davvero convinti, avere la passione e la forza di sfidare e sfidarsi.
Fare un figlio è più facile. Anche perchè nessuna sa sul serio a cosa va incontro. E nessuna spiegazione risulta convincente quando ci si sta dentro.

Ma forse non è solo questione di realizzazioni e di desideri.

E’ che un figlio offre uno status sociale ancora oggi.
Nei tempi passati significava moltiplicare le possibilità di lavoro o di alleanze, ora significa un’infinita potenzialità di consumo.

Da zero a diciotto anni (è questo il periodo in cui il bambino viene corteggiato dal mercato), proprio grazie a questa divinizzazione del pargolo i genitori sono costretti a spendere anche se non vogliono, anche se non hanno.
I ragazzi sono il più potente motore di consumo della nostra società, per questo ci si arrovella tanto sulle società a crescita zero e sottozero, perchè è come sprecare utili e guadagni.

Inoltre i figli rappresentano il modo migliore di imbrigliare gli individui nel sistema sociale.
Chi ha figli è portato a comportamenti più lineari; un individuo o una coppia senza figli sono molto più liberi e imprevedibili. Sovversivi, quasi.
Non a caso la nostra società giudica in modo negativo una persona senza figli. Incompleta ed immatura. L’individuo senza figli è spiazzante, dipende meno dalla struttura sociale.

Fa niente se poi la società, una volta diventati adulti, abbandona i tanto amati bambini senza offrir loro alcun tipo di sbocco. Forse perchè quando passano dallo status di oggetto a quello di soggetto non esaudiscono più i nostri desideri immaginari nè quelli concreti del mercato.

Eppure, nonostante la mia esperienza, non riesco neanche a credere che sia un figlio a massacrare le possibilità di pienezza di un genitore.
Forse sono le aspettative che si caricano sui figli, le delusioni di non essere riusciti a creare qualcosa di perfetto, la rabbia di non riuscire a seguire le proposte di felicità che vengono quotidianamente offerte, vendute, millantate, inventate.

Probabilmente mia madre non voleva poi così tanto andare a mangiare pane e cipolle sulla riva della Senna in cambio delle assi di un palcoscenico d’elite, forse semplicemente cercava di dare un nome ed un viso alle sue paure, ai suoi dubbi, ai suoi sbagli.

Un nome che ho scelto di non dare a nessuno.

Il Maestro di Giustizia di Marco Salvador

Posted in recensioni con i tag , , , , , , , on 7 Giugno 2007 by isabellamoroni

De “Il Maestro di Giustizia“  di Marco Salvador edito da Fernandel  ho avuto il bene di leggerne una parte mentre era ancora in gestazione. Marco Salvador, minuzioso ed accorto nelle sue infinite ricerche mi chiedeva un parere di donna.

Perchè la protagonista è una donna.
Molto diversa da quelle cui siamo abituate, diversa dalla sorella, dalla moglie, dall’amante, dalla vicina di casa, dalla segretaria. E’, in primo luogo, una donna che viene da altrove, un “altrove” che spesso sentiamo minaccioso.
Ed inoltre ha un segreto. Un segreto che siamo abituati a ritenere comune soltanto nelel spy stories.

In realtà, però, la storia di Natalia ci appare subito reale e presente, probabilmente perchè ci parla buttandoci nella mischia, facendoci provare sulla lingua quel metallico sapore di abbandono e tortura e milizie senza pensiero e lussi senza piacere.

Natalia è un’orfana rumena che, nei tempi d’oro, venne accolta nel palazzo presidenziale di Ceausescu, conquistando un posto di rilievo nei servizi segreti: maestro di giustizia, un’esperta nell’infliggere torture e morte.
Dopo il crollo del regime rumeno e la fuga in Italia, Natalia si costruisce una nuova vita aprendo a Venezia, con i soldi sottratti al regime, un’agenzia di servizi ai limiti della legalità che le consente di togliere dai guai chiunque sia disposto a pagare per non essere coinvolto in scandali infamanti.

Potrebbe essere un giallo con risvolti politici, dunque. Ed invece no, improvvisamente Natalia ci costringe ad ascoltare la sua confessione che ci porta di colpo in un’alto mondo poichè si palesa come  una donna disillusa, gelida e infelice, ancora vergine nonostante una sessualità prorompente che la spinge ad ogni forma di masturbazione, etero e lesbo e ad una sua peculiare caratteristica che ci fa pensare: bene, allora è un libro erotico con risvolti gialli un po’ politici…

Ma subito, fra quotidiani impegni ed estranei usi e si palesa un fantasma ancora più gelido fatto di ospedali, di morte, di obitori che iintroduce ed accompagna la nascita di un amore accorto e palpitante, quasi adolescenziale all’interno del quale i protagonisti, Natalia e Jules, si imbattono in un modo di amare che non credevano fosse (più) possibile.

E mentre ci abituiamo ad un andamento narrativo capace di spiazzarci, proprio quando ci sentiamo forti e ben assestati, ecco che arriva qualcosa di possibile e di plausibile; qualcosa cui siamo abituati: Jules scopre di avere un cancro al cervello.

Quello che ci pare davvero impossibile è, invece, la strenua lotta che deve intraprendere con le istituzioni chi viene ritenuto uno sconosciuto solo perchè non ha legami di parentela con un malato; e quello che, infine, non riusciamo neanche a sospettare è la scelta di porre fine ad una malattia che sta per diventare insopportabile con un suicidio.
Ed è per scongiurare questo suicidio che Natalia si rassegna a ritornare ad essere un maestro di giustizia, giurando a Jules che lo sottoporrà lei stessa all’eutanasia appena lui lo chiederà, protetta da un luogo quasi selvatico in cui la gente non ha dimenticato l’arte del morire.

Il libro di Marco Salvador, rimane uno scarno e terribile romanzo che sa parlare di morte in un senso che nessuno di noi è più capace di riconoscere. Noi che ci opponiamo alla morte e preferiamo, pur di non perdere la speranza, di assistere alla sofferenza; noi che abbiamo imparato a propagare il dolore anche oltre ogni possibile speranza.

Marco Salvador con il suo stile in perenne equilibrio fra la descrizione e la cronaca tagliente, fra la passionalità dirompente ed il giudizio che non tiene in conto la normalità delle intenzioni, ci rende attori di una realtà dalla quale cerchiamo di sfuggire nascondendoci dietro codici e morali: è possibile comprendere il senso di generosità che è nel gesto di chi riesce a dare la morte ad una persona amata e quello di egoismo di chi vorrebbe mantenerlo ad ogni costo accanto a sè?

Ed al di là di ogni idea, pensiero o teoria “Il maestro di giustizia” che porta dentro di sè il sapere della morte ed il suo orrore, ha la capacità e la potenza di non farci schierare ma, di lasciarci con una domanda amara: siamo liberi di scegliere la morte quando ci accorgiamo che non è più possibile vivere una vita degna di questo nome?

Marco Salvador è nato a San Lorenzo (Pn), nella casa dove vive tuttora. Per Piemme ha pubblicato un trittico di romanzi storici di successo (Il Longobardo, 2004; La vendetta del Longobardo, 2005; L’ultimo longobardo 2006). Per Fernandel ha già pubblicato La casa del quarto comandamento (2004), con un’ottima accoglienza da parte della critica. Del romanzo, che ha avuto due diverse trasposizioni teatrali, sono stati opzionati i diritti cinematografici.

Fuggir lontano da dove

Posted in recensioni con i tag , , , , , , on 9 Dicembre 2006 by isabellamoroni

Un libro-scrigno che racchiude visione inconsuete del mondo consueto.

Un libricino candido che nasconde l’amarezza che non ci permettiamo.
Le parole che ci hanno abbandonato, le punteggiature che non abbiamo mai usato.

Fuggir lontano da dove. Di Sergio Falcone. Le Nubi Edizioni.

Sergio Falcone di sè dice assai poco nel risvolto di copertina, ma se ci silascia penetrare dal suo scrivere inquieto, spiazzante e ribelle, si può scoprire molto.

La rabbia verso un mondo che non sarà mai quello sperato; le distanze da tutto ciò che è usato, banale, incancrenito nelle abitudini forgiate e sostenute dal potere; il desiderio di offrire, ancora una volta, l’indicazione della strada più pura per la decontaminazione dell’anima dalle sporcizie della disattenzione, della sordità, dell’egoismo.

Fra le righe, che riecheggiano sperimentazioni linguistiche immortali, piacevoli ed impertinenti, rivisitate con modernità e sagacia, ecco una tenerezza pudica e inaspettata che si palesa luminosa in una poesia che non sarà forse la più “bella”, ma che certamente è quella dove l’anima, la coscienza e la capacità letteraria si fondono e si compenetrano.

Freddie

Freddie frèddi
frèddi micromicio ciccibello
.micio .bello
pomeriggio .meriggio d’estate
caldagosto .sto
autocruscotto pochi metri
cassonetto .netto ver.de aperto .erto
miao miao mao miagolare
forte vitale .tale
abbandonata prole felina
.nata
bu.tta.ta
si.disfano.così.degli.umani.figuriamoci.degli.animali
povera.gatta mammagatta
vigliacchi
mi affaccio .faccio
solo freddie
soltanto lui .ì
super.stite appeso .peso
con.la.zampina pezzo di rete
miao .ao mia.golare
tigrotto grigio
perche ci ha un nasino color salmone
freddie raffreddato
perchè ci ha una coda che ci sembra un pennellino
topolino grigio
.ino
paolo veterinarinroma aerosolterapia biberòn
.ròn .ròn
cresce mordicchia .ròn gioca .ioca
a letto supino fusattuttospiano .piano
saluto ciao…fèddi!
freddie miamiao
lungo la gamba sulla spalla
sta

Come tutte le piccole case editrici, Le Nubi hanno una distribuzione perennemente in lotta contro l’oscuramento operato dalle major, ma è possibile acquistarlo su IBS e sul sito della Casa Editrice.

“Fuggir lontano da dove” è in copyleft sia dunque benvenuta ogni diffusione “occulta” per il piacere di diffondere e di disobbedire.