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Sospetta Innocente

Posted in scritture con i tag , , , on 13 Luglio 2009 by isabellamoroni

Questo mio racconto, 3000 battute o una manciata di più ispirate alla foo di jerry Uelsmann che vedete qui a fianco, l’ho scritto (insieme ad altri 49 compagni di viaggio) per il progetto “Auroralia” di Gaja Cenciarelli.

Diventerà parte di un libro nel prossimo autunno.
Questo racconto e tutto quello che gli si è mosso attorno, è riuscito a cambiare una fetta della mia vita.
Grazie!

Quando arrivarono non c’era più nulla da fare.

Lei era ferma lassù, croce surreale, scura e scarnificata come sterpo d’erba amara. Erba di cui si nutriva.

I medici chiamati a costatarne il decesso, però, non riuscirono ad arrivarla.

Furono chiamati i pompieri, che traggono in salvo anche gl’intrappolati del decimo piano, ma più le scale salivano, più Lei sembrava allontanarsi come un miraggio, un’illusione ottica, una percezione distorta.

Quella che Lei aveva sempre avuto del suo corpo, della sua vita, delle sue passioni.

Chiamarono l’elicottero che, invece, non riuscì a scendere ed il Prete che non seppe farle arrivare una di quelle preghiere che irretiscono ed accalappiano, cosa assai strana per un sant’uomo capace di parlare con Dio che di certo era fermo ben più in alto di quel corpicino risplendente.

Il Commissario era nervoso. Chi mai avrebbe potuto inscenare un omicidio talmente perverso e perfetto da lasciare in bella mostra il corpo del reato senza che nessuno potesse impossessarsene?

Perchè il Commissario era sicuro che d’omicidio si trattasse.

E poi come poteva succedere che un cadavere (per quanto mirabile ed intento nel volo) potesse rimanere sospeso in aria, contro ogni legge della fisica? Quale sortilegio era mai accaduto perchè nessuno riuscisse a farlo scendere?

Un cadavere -pensava il commissario mentre iniziava a colare nella sua mente un rivolo di magia- è privo di volontà, sì, insomma, inanimato…

Fu allora che giunsero le Acrobate della Vita.

Erano tutte come Lei, giunchi senza sostanza, impegnate nella continua giocoleria del digiuno e della rabbia, della fame e dell’affermazione.

Acrobate sempre in lotta con il loro passato, con la loro meraviglia e sempre sopraffatte dalla loro paura.

Tutte La guardavano con lo sguardo che s’offre alle dee alzando le braccia sottili come rami d’una foresta di dolore verso il corpo che aveva raggiunto il desiderio di ognuna: volare. A costo della vita.

Interrogate risposero: “Un’Acrobata della Vita non è mai priva di volontà, neppure da morta.

La volontà è la sola cosa che possediamo, la nostra strada. Non abbiamo nient’altro da aggiungere.”

Infine vennero gli Acchiappafarfalle che, agitando i lunghi manici flessuosi dei loro retini -piedi ben fermi nell’acqua gelida- avvolsero quella croce spiumata nella trama di rete.

Il corpo leggero si fece prendere e, fluttuando, come fanno le farfalle rapite, si posò sulla spiaggia.

Attraverso la pelle traslucida si contavano le ossa.

Il Medico Legale diagnosticò: anoressia. Ma non seppe spiegare come fosse finita lassù.

Le Acrobate sorridevano officiando il rito della liberazione.

Gli Acchiappafarfalle la cosparsero di ali colorate azzurre, verdi, carminio, punteggiate di indaco, occhiute di color tabacco e sotto quel brulicare lieve e festoso il suo corpo riprese spessore, uno spessore cangiante e impetuoso come la vita e di nuovo s’animò, si sollevò da terra e prese il volo fino a riprendersi il suo posto: croce di ali frementi e colorate sul piccolo lago nascosto in un’aurora segreta.

Auroralia

Posted in libri e letterature, scritture con i tag , , , , , on 25 Giugno 2009 by isabellamoroni

auroraliaflexiDomani lo leggeremo.
Quel racconto fantastico che abbiamo scritto sulla fotografia della Donna Volante di Jerry Uelsmann.
Ma che dico, scritto?
Lo abbiamo scalfitto, cesellato, scarnificato. Sognato. Lo abbiamo annusato, mangiato, dilaniato.
Qualcuno l’ha lasciato riposare fino a quando ha avuto una folgorazione. Altri ci si sono specchiati talmente a fondo da riemergere a fatica da quel lago.

Lo abbiamo chiamato Auroralia e, se volete, ne potrete sapere ogni risvolto ed ogni battito.

Scrivere un racconto di tremila battute ispirandosi ad una foto. Tremila battute sono troppe o troppo poche, erano piene di rabbia, di dolore, di umorismo.
La donna sospesa lì fra le montagne (diciamolo, ancora oggi mi fa venire un gran senso di freddo) ha lasciato passare tutto sotto di lei. E qualcosa anche sopra. I racconti che volavano alto, ad esempio.

La scrittura, si sa, può piacere o no, ma chi scrive si è messo in gioco. Con tutti i suoi segreti.  Offrendo la chiave per accedere a ciò che nessuno prima sapeva.

Non a caso Auroralia è un’emissione di fiati che appannano la realtà così come ce la siamo rappresentata.
Cinquanta modi diversi di leggere la storia di una fanciulla seccaccina messa in croce sull’aria.
Di una che non assomiglia ad un uccello, nè ad una modella, ma forse ad un gioco di prestigio o solamente a un trucco teatrale.
Eppure proprio lei (potere dell’immaginario) ha portato a battere per centocinquantamila volte sulla tasiera.

Centocinquantamila o forse più, perchè qualcuno ha sforato facendosi prendere la mano dal volo che s’era impresso nelle dita.

Domani saremo lì, quindici su cinquanta, e leggeremo i nostri racconti che già da qualche giorno, severi come solo i creatori possono essere, abbiamo analizzato, criticato, lodato. Racconti che ci hanno fatto fermare.
Chissà dove.

Perchè non venite tutti? Vogliamo fare diventare enorme la libreria che ha accettato di accoglierci.
Allargandola con parole, coriandoli, stelle filanti, musiche, fuochi d’artificio, palline colorate, m&m’s e tutto quanto di più esorbitante si possa inventare.

Vi aspettiamo con questi racconti:

Gaja Cenciarelli – Quante volte
Enrico Gregori – Il filo spezzato
Sabrina Manfredi – Il riposo
Fiamma Lolli – In pieno
Monica Viola – Freddo
Isabella Borghese – Il rovescio della bugia (accompagna Guido Prandi, al basso)
Andreina Lombardi Bom – Migranti
Maria Gabriella Bartocci – Il lago dell’abisso
Silvia Ancordi – Astrale, terza a sinistra
Pasquale Esposito – Il mio sogno
Laura Costantini e Loredana Falcone – Tu come tutte le altre
Enzo Ciampi – Lontano da Akr Caar
Anna Costalonga – Ad sidera
Cordula De Prey – Stanza buia, doppia porta
Isabella Moroni – Sospetta innocente
Carlo Sirotti – Carolina, no

Venerdì 26 giugno 2009
ore 21
Libreria Flexi
Via Clementina, 9 – Roma

Abbandonevolissimevolmente

Posted in scritture con i tag , , , , , , on 16 Ottobre 2007 by isabellamoroni

Fu mia nonna a dirmelo.
Con le mani graffianti ed adunche come i suoi pensieri da uccello rapace.
Lo buttò lì così, senza zucchero né velluto: “Tuo padre ha un’altra donna. E’ andato via di casa!”
Mi faceva paura quella donna. Avevo sempre immaginato le nonne come torte di panna e ciliegie, con gli occhi buoni come caramelle alla menta e braccia fatet apposta per lavorare ed accogliere.
A me era capitata, invece, una nonna di carruba e veleno, con gli occhi mobili come gocce di mercurio impazzito e braccia come morse di ferro capaci solo di stringere e di spezzare.
Mio padre andava via.
“Bene! Era ora” dissi con disprezzo impastato di paura e sollievo.

Gli artigli mi afferrarono: “Cosa stai dicendo?”

“Dico che ha fatto bene!” Urlai cercando di vincere col fragore delle parole il dolore che mi provocava quella stretta malvagia:”Era ora che si liberasse di una vita insopportabile, fatta di rimbrotti e sospetti”.

Capivo solo che la mia famiglia non era normale.
Non c’era mai nessuno dentro la mia casa: il lavoro, i viaggi, gli impegni… ed io depositata sempre fra quegli artigli rapaci.

Non sapevo e non potevo sapere. E se avessi potuto saperlo non lo avrei voluto.

Silenzio, solitudine e segreto. Erano le chiavi che avevano accompagnato la mia infanzia e la mia adolescenza, mentre attorno si consumava il rito dei ricatti, delle doppie vite incrociate, mascherate, ma conosciute; accettate e barattate in cambio del proprio privilegio, di mediocri affari e di scadente amor proprio.

In quell’istante, però, i giorni dell’abbandono si tramutavano nei giorni della liberazione.

Per mia madre che tornava fingendo ancora una volta la sua potestà, mio padre diventava reale, accogliendomi nel suo mondo sconosciuto e sorprendente fatto di molteplici e inconsuete forme dell’amore.
E che qualcuno mi venisse a dire che non era quello l’amore, che il vero amore era sacrificio, piccole cose ed altruismo, parole pesanti nel senso e prive di qualsiasi realtà.

Infine lo seppi anche io.
Successe molti anni dopo, quando il rapace s’imprigionò nella pietra ed i dolori cominciarono a segare i giorni della famiglia ordinatamente ricomposta.

Seppi che di famiglie ce ne erano molte, che sull’amore c’era sempre stato disordine e smarrimento, che s’erano perpetrati tentati assassinii fra coltelli imbizzarriti e rivoli di sangue inutile.
Che altrove sbocciavano nuove affezioni, indecorose e confuse eppure splendenti, ma soprattutto seppi che io, libera, ne sarei rimasta l’unica, innamorata testimone.

Le diable au corps

Posted in scritture con i tag , , , on 19 Gennaio 2007 by isabellamoroni

“Non puoi farmi questo! Come hai potuto lasciarmi solo? Ti ho aspettata… solo… pensavo… credevo che non saresti venuta mai più!”

Un pianto a singhiozzi spezzati, uno di quei pianti che non conoscono il loro principio e che nulla può contenere, dava forza alle dita che si serravano attorno alle braccia di Ide, come per penetrarle la carne, come per possederla, così come non aveva mai fatto.
Cosi come non avrebbe potuto fare.

La stanza d’albergo troppo piccola e troppo calda con quella plafoniera al neon così simile ad un’abusata rappresentazione della rosa di venti, confondeva i contorni, i colori e le realtà.

Lorenzo, aggrappato alla vita di Ide, mostrava in quel pianto i suoi sedici anni passati dentro se stesso come un cucciolo di cane che non voglia abbandonare il riparo caldo del corpo materno.

Milano, al di fuori, sapeva d’inverno, di neve prossima a venire, di spettacoli colorati, di attività frenetica, di lavoro.

Lorenzo l’aveva aspettata a lungo davanti al fast food. Un appuntamento mancato per disattenzione, quella di Ide che aveva preferito restare a parlare di lavoro e di nuove speranze.
Nessuno avrebbe potuto condannarla per questo. Nessuno. Tranne Lorenzo, umiliato ed abbandonato.

Lo aveva amato immediatamente: i suoi capelli scuri come ali di corvo brillavano sotto il sole e fra le azalee che ornavano la balaustra rinascimentale della grande terrazza su cui s’erano incontrati la prima volta.
Quel ragazzo era stato il più bel regalo che avesse mai ricevuto.
Non le era mai successo d’innamorarsi di un ragazzo più giovane, talmente più giovane da farle balbettare la parola… piccolo…

Ora Ide lo aveva tra le braccia per la prima volta; la prima di tutte quelle che aveva sperato ed scacciato via da sé.
Ora poteva averlo, amarlo stringerlo.

Quel ragazzo così giovane, bello come il sole, bello come un dio ora le si affidava in tutta la sua paura, nel suo sgomento, nelle sue ferite.
Per la prima volta lo vedeva indifeso, esposto; e lui, per la prima volta, con quel pianto le stava offrendo tutto se stesso.

Lo avrebbe potuto avere, scegliere per sé in quel momento di totale comunione; lo avrebbe potuto strappare alla sua adolescenza, ai suoi sogni. Avrebbe potuto legarlo a sé.

Basta va un bacio, un bacio per spezzare quel pianto inutile, acceso, esaltato.

Eppure, nello stesso istante in cui Lorenzo diventava suo, Ide capiva che non lo avrebbe mai avuto davvero, che non si sarebbe mai lasciato amare.

Il pianto s’andava placando, le dita, non più contratte, si ritraevano vergognose d’aver toccato quel corpo con tanta passione.
Lorenzo ritrovava se stesso e la sua certezza di essere unico, immacolato, irreprensibile: il Tempio!

Tornava il respiro, subentrava la fiducia, la stanza si allargava, riprendeva i suoi contorni opachi, squallidi: i muri coperti da una patina di sporcizia, i mobili logori, tre letti senza testiera dai copriletto un po’ lisi.

Fuori Milano con le sue probabilità che non si sarebbero mai avverate.
Dentro Ide che rinunciava alla passione per la tenerezza; al ruolo della seduttrice per quello della madre, tenendo lievemente fra le sue, le mani di Lorenzo.

Le sue belle mani… quelle mani…

La bimba dei trenini

Posted in scritture con i tag , , , , , , on 7 Dicembre 2006 by isabellamoroni

La bambina doveva avere circa 12 anni quando, assieme a sua madre, prese quel treno.
Aveva imparato a memoria i nomi delle stazioni che separavano il paesino di mare in cui viveva dal borgo solitario appollaiato sulla rocca.

Contava le fermate: Roseto, Giulianova, Tortoreto, Alba Adriatica, Porto d’Ascoli… Ogni due minuti una stazione nuova, uguale a quella precedente con i cartelli a grandi lettere bianche su fondo nero: vietato attraversare i binari, capostazione, sala d’attesa, uscita, ritirata; con i cespugli di oleandro addossati alla staccionata di cemento grigio contro la quale s’affastellavano i canneti selvaggi che impedivano all’occhio di spingersi verso il mare.

Non era certa di essere felice di andare.

Ma ora era lassù: Civitanova Marche, Potenza Picena, Porto Recanati.
Scesero.
Alla stazione le aspettava, con una macchina sportiva decappottabile, Giorgio R. famoso psichiatra che “stava aiutando la mamma in un momento difficile”. Anche se a lei non sembrava che la mamma stesse vivendo un momento difficile: usciva sempre la sera, indossando vestiti bellissimi e alla moda, mettendo la spilla e gli orecchini di strass, e poi viaggiava per lavoro ed ogni settimana c’erano incontri e cocktail con personaggi d’ogni nazionalità.

Giorgio R. era un viveur, amava la buona tavola, il buon vino, le belle donne, amava il lusso e gli piaceva ostentarlo.
Era un uomo piccolino e sgraziato, già anziano; sapeva di non avere altre qualità se non l’intelligenza ed il denaro.

Pranzarono sulla spiaggia di Numana, una parete scoscesa di montagna che racchiudeva una striscia di ciottoli bianchi, abbaglianti, canditi dal sole.

Giorgio e sua madre confabulavano felici; vide le mani che si sfioravano e gli occhi che nascondevano qualcosa.
Poi Giorgio disse alla bambina con fare misterioso: “dopo mangiato ti porto a vedere la casa dei trenini”.

Alla bambina Giorgio non piaceva, gli uomini come lui la mettevano in imbarazzo, non erano belli, non erano accoglienti, non ascoltavano i suoi racconti o, quando lo facevano, era solo per metterla in imbarazzo.

E non voleva vedere la casa dei trenini. Non gliene importava niente.

Finì il pranzo controvoglia.

Pensava che erano i treni, quelli veri, quelli che vedeva passare sulla massicciata a binario unico mentre giocava in pineta ad affascinarla tanto.
Spesso si fermava a guardare lo scorrere dei vagoni, ad indovinare, dalla velocità, se si trattasse di un rapido, di un diretto o di un accelerato.
A volte passavano anche i carri merci con le loro scritte misteriose vergate con la vernice bianca che man mano scoloriva sfumando nel marroncino del vagone, oppure istoriati di appunti in lettere e numeri presi a mano con il gesso lungo la porta scorrevole.

Ad alcuni orari passavano i treni che andavano in Svizzera. Erano quelli con la croce lungo la fiancata e la scritta in francese, tedesco e italiano, erano treni notturni, e se le luci dei vagoni erano accese si poteva intravedere la gente che si spogliava, preparandosi per scivolare nelle cuccette.

Altre volte ai finestrini s’affacciavano i viaggiatori accaldati, felici di respirare il panorama delle chiome verdi dei pini che si confondevano con la striscia verde menta dell’Adriatico mentre il vento caldo del mezzogiorno estivo scompigliava i capelli e dalla spiaggia arrivavano grida e chiacchiericci attutiti dall’aria assolata e dalla lontananza.

Ma i trenini no, non le erano mai piaciuti, neanche quelli modernissimi che vedeva nelle pubblicità sul Corriere dei Piccoli.
Questi poi erano trenini antichi.

No, non li voleva vedere.

Il tempo, la scrittura

Posted in scritture con i tag , , , , on 12 Giugno 2006 by isabellamoroni

Ho sempre scritto per ricordare. La memoria legata a qualcosa di palpabile, tattile, concreto. Mai affidata alla sola mente così vaga e labile.
La memoria fatta di oggetti come tessere di un puzzle che all’improvviso -succede, sì- non servono più a nulla.
Non significano più nulla.
Non suscitano più alcun ricordo.

A volte ho scritto per uccidere.
Per tagliare via da me legami inscindibili; per rendere altro da me storie vissute, persone amate, tradimenti e cambiamenti.

Il più delle volte ho scritto per capire.
Per comprendermi, per cercare di arrivare al cuore; per entrare in quella foresta fatta di nodi e di perché.
Ed ho riempito pagine e pagine ed ancora centinaia di pagine con sempre le stesse domande.
Da decenni.
Domande che sembrano non avere risposte.

Il blog. Ovvero la ricerca della perfezione.
Nella scrittura, almeno.
Perfetta nel bene e nel male. Comprensibile da tutti e da tutti amabile.
Ma sempre con la paura di dispiacere qualcuno, con lo sguardo furtivo di chi sa che quello che scrive potrà essere usato contro di lei.
Mi consola la certezza che il blog è fatto della stessa sostanza del tempo: momenti che rotolano via; certezze che si sostiutiscono a paure; paure che fanno esplodere la pazienza.
Per poi dimenticare.
Per poi ricominciare.
Lenite le ferite dal grande balsamo del tempo che passa. A dispetto di ogni attesa.

E poi basta.
Perché nella scrittura è l’imperfezione, come nell’arte e nella vita. Ed a volte perfino nella musica e nella matematica…

Ed allora si cambia.
Non so quanto, sarà tutto da scoprire.
A volte basta prendere il flusso degli accadimenti per mandare all’aria tutti i progetti e gli schemi.
Quest’esercizio fa bene all’anima ed alla pelle.
Ringiovanisce e rende elastici i muscoli ed i pensieri.

Pagine e pagine di appunti: “li scriverò domani”, s’ammucchiano l’uno sull’altro senza mai entrare in scena.
A volte si confondono.
Le storie si scambiano i personaggi ed io non le riconosco più.

Meglio cominciare un altro pentagramma di parole.
Forse non troverete suoni diversi. Il senso sta nel raccontare.
Non nel costruire il racconto. Con più semplicità.

Speriamo.  

immagine: “la blogueuse” - Galienni

La rana dello stagno

Posted in scritture con i tag , , , on 13 Maggio 2006 by isabellamoroni

C’era una volta un piccolo uomo che conduceva una piccola vita.

Un giorno il piccolo uomo cominciò a fare una piccola valigia.

Gli chiesero: “Dove vai?”

Rispose: “Vado in Connemara!”

Gli dissero: “Vuoi dire ‘Vado in Connemara a Dio piacendo’…”

Rispose: “Voglio dire ‘Vado in Connemara’!”.

Allora Dio lo trasformò in una rana e lo lasciò per sette anni in uno stagno.

Alla fine dei sette anni il piccolo uomo riprese a fare la piccola valigia.

Gli chiesero: “Dove vai?”

Rispose: “Vado in Connemara!”

Gli dissero: “Vuoi dire ‘Vado in Connemara a Dio piacendo’…”

Rispose: “Voglio dire ‘Vado in Connemara o torno nello stagno!’”.