Archivio per la Categoria teatri

Le canzoni della passione.

Posted in teatri con i tag , , , , , , on 3 Giugno 2009 by isabellamoroni

Beba do Samba venerdì sera.
Un locale storico, uno di quelli dove si ascolta buona musica latino americana non troppo commerciale e s’incontrano poeti, ma soprattutto gente che la musica ce l’ha nel sangue.

Tutto è pronto per accogliere il pubblico di Canio Loguercio ed immergerlo in un liquido amniotico di passione un po’ gotica, un po’ popolare, un po’civile e impegnata. Di passione, insomma.
Un “santino” inquietante con sul retro le parole di Voce ‘e Notte ed una scatolina di liquerizie con su un cuore tatuato (“passion”, c’è dubbio?) accolgono gli spettatori all’entrata.
Nella sala, Canio, ancora armeggia fra oggetti da nascondere e mixer da tarare.
Le luci sono quelle del locale, il palco un triangolo asimmetrico non più profondo di 2 metri sul quale, nel corso del concerto, l’artista sembrerà stare in equilibrio. Come sul filo.

Canio Loguercio a Roma è conosciuto e sconosciuto al contempo. Merito della sua capacità di esserci solo quando occorre, come succede alle epifanie.
In rete, invece, girano alcuni suoi brani e qualche video che, però, non gli rendono giustizia o forse, più semplicemente, sono lì per nascondere una grande sorpresa.
Il suo concerto, infatti, è un’esperienza che difficilmente può essere riprodotta.

Innanzi tutto è divertente perchè è una continua sorpresa: ora un gadget luminoso disegna un’aureola rossa sul soffitto, ora degli occhiali al neon lo rendono un semidio alieno dagli occhi di gelatina turchese elettrico. Ora un paperotto gira su se stesso fino ad incontrarsi con Biancaneve e tutto questo mentre, armato di microfono e torce elettriche, Canio s’auto illumina e s’auto amplifica senza sbagliarsi mai.

Ma in realtà, dentro questo bric-à-brac di sorpresine evocative, sono le canzoni a spadroneggiare: sussurrate (come vuole il titolo del concerto), cantate, o recitate.
A volte le note s’innalzano prendendo l’aria tutta d’intorno; altre volte le devi scovare tra le labbra dove sembrano posarsi più a lungo dell’immaginabile. Ancora rotolano giù veloci come perle rovescaite da un sacchetto e sempre raccontano qualcosa, anche sentimenti nuovi.

Ardente equilibrista della parola, Canio Loguercio forse non ha inventato un nuovo modo di fare musica, ma ha saputo farla diventare Teatro.
Un Teatro che riecheggia ora le crude performances degli anni ‘70, ora le cerimonie segrete delle culture orientali.
Bastano quattro tubi innocenti ed una vecchia tendina di velo per costruire lo schermo che ci porterà in un mondo nuovo fatto di quel che resta da intuire di diapositive sgranate in movimento, basta una camera d’aria gonfiata in scena per tornare in un luogo già vissuto, fra le botteghe dell’infanzia ed il sogno dell’avventura.

Prendere la canzone napoletana e trattarla così, restituendole e mantenendole tutta la forza poetica e quotidiana, è una vera creazione; prendere il teatro e sottometterlo alla forza della parola popolare, del gesto comune, ma soprattutto a quella della musica è un’innovazione della quale abbiamo bisogno.
Perchè non calcola, viene proprio da una necessità di stupirsi, stupire e, fino in fondo, amare.

L’avanguardia è leggenda.

Posted in teatri con i tag , , , , , on 16 Novembre 2008 by isabellamoroni

luoghi_palcoscenico_021A volte la memoria è così vivente che mi chiedo: quando abbiamo cominciato a dimenticare?
Quando è successo tutto questo che ci ha portato a tagliare i legami, a considerare vecchie e superate le pratiche del cuore, a ridere sfacciatamente di chi proseguiva, ostinato, nel suo lavoro, ad abbandonare chi non mutava visione e non cambiava i suoi alfabeti osboleti.

Quando è successo?

Al convegno sulle avanguardie degli anni ‘60 e ‘70 a Roma e New York che ha aperto un’iniziativa teatrale di grande empatia, si voleva fare il punto su un’esperienza che ha rivoluzionato il teatro, poco più di trent’anni fa, che ha moltiplicato le proposte, gli spazi e le opportunità, che ha scovato idee e creatività inaspettate, che ha tramutato promettenti primi attori di teatri stabili in indomabili leoni della sperimentazione.
Si voleva offrire su un piattino -come dice Lydia Biondi, dell’Associazione MTM, organizzatrice dell’evento- alle nuove generazioni di teatranti non solo un’ esperienza, ma anche le modalità lavorative grazie alle quali questo teatro è esploso.

Perchè nel 1976 quando Renato Nicolini divenne Assessore alla Cultura l’Assessorato non esisteva, perchè è reale che la performance “di rottura” della Compagnia La MaMa di New York è nata da una mancanza di spazio che ha costretto gli attori a recitare all’aperto.
Perchè l’arte e la vita si confondono e niente deriva mai dal pensiero teorico, quanto dalla risoluzione dei piccoli imbrogli della vita.

E così che si è costruito un teatro nuovo, ma non riesco a ricordare quando e perchè ce lo siamo fatto portare via, privando le nuove generazioni di un’esperienza che ora imparano sui testi universitari.
Leggono e utilizzano proprio quelle vecchie tecniche per mettere in scena i loro spettacoli. Tecniche che però, svuotate dal loro percorso storico,  rendono la scena tanto perfetta quanto inerte.
Chissà se lo sanno, del resto tutti noi li continuiamo a scusare ed a guardarli un po’ come fossimo tanti Von Aschenbach di fronte a Tadzio, invece di trasmettere il senso ed il sapere, come si faceva nelle antiche botteghe artigiane.

Intanto i protagonisti del convegno raccontano.
Si materializzano, come proiettate su un muro, le gabbiette ed i muri di Remondi e Caporossi, le prove senza fine del Progetto Musil di Giuliano Vasilicò, le corse affannate di Manuela Kustermann, i teatri che occupavano archi e vecchie stalle, tendoni e sotterranei di antiche chiese, le interazioni pericolose con il pubblico, le notti interminabili di Leo De Berardinis e Perla Peragallo, la spiaggia di Castel Porziano invasa adi poeri ed acquietata dal “pifferaio magico” Allen Ginsberg; le limonaie, le arancere e le uccelliere trasformate in luoghi d’azione come le decine di altri teatri da tempo persi, espropriati, ridotti a ristoranti, supermercati, residenze di charme.
Era un teatro costruito sui sogni, sulle speranze, sulla certezza  della libertà del pensiero e della necessità della dialettica e dello scambio, sulla forza della verità racchiuisa nella parola e nel gesto, oltre che sulla fatica, sul talento e sulla creatività di spiriti appassionati.

Non è facile uscire fuori dall’autocelebrazione, chi c’era si diverte e si ricorda, tira fuori le antiche battute, rinfocola le rivalità, rispolvera le avventure piccanti, ma anche le frasi fatte e le cattive abitudini.
Chi non c’era non c’è neanche oggi.

Ma quello che conta è essere ancora sulle assi del palcoscenico, con la propria ricerca infinita, con la propria curiosità mai persa, con i sogni traditi e i sogni traditori.

E divertirsi sempre perchè si sa: sarà una risata che li seppellirà!

Della morte che s’alterna alla vita. Addio Hanon Reznikov

Posted in all'improvviso, teatri con i tag , , on 4 Maggio 2008 by isabellamoroni

Ricordo le tue poesie, la tua risata, un’apparizione improvvisa nella grande casa dalle pareti di pietra ed altri lampi d’incontro.

Ti ricordo un gigante vicino a Judith: lei la forza tu la luce. A volte il contrario.

Sempre la giustizia, sempre la poesia.

E la pace.

 

L’acqua ed i fiori. Iris Selke

Posted in teatri con i tag , , , , , on 18 Ottobre 2007 by isabellamoroni

Iris è una performer. Viene dalla Germania.Con la sua divisa maschile di artista impegnata, con i capelli ricci e senza trucco, si trova all’improvviso catapultata in una delle più straordinarie e “feroci” feste del sud: la festa dell’acqua.
La festa dove i ragazzi si sperimentano e si conquistano a suon di secchiate e musica come in un rituale di arcaiche danze animali di corteggiamento.

Bagnata e stupita, Iris racconta la sua performance: un quadro preraffaellita ispirato ad Amleto.
Lascia passare lo stupore e poi prepara la magia.

Arriva sul greto del fiume proprio lì dove la cascata si raccoglie in una vasca profonda e rumorosa.
Porta con sé un materassino e delle corde, un lenzuolo ed un secchio pieno di fiori.

Emerge dal suo tailleur pantaloni gessato con un abitino da sera di impalpabile seta rosso fuoco,le spalline sottili ed un tralcio di rose sul seno che fanno brillare la sua pelle candida sotto il sole che filtra fra le foglie.

D’improvviso si tuffa e mette in scena il nostro sogno.

Assicura il materassino a due tronchi che s’ergono contorti dall’acqua, lo ricopre con un lenzuolo bianco e lo contorna di fiori che flottano attorno come magnetizzati.
Poi ci si stende sopra, scioglie i capelli finché le punte non s’immergono nell’acqua e poggia giglie e rose sul suo corpo lasciandosi cullare dallo spumeggiare della cascata, accompagnata dal ritmo sospeso dei nostri respiri.

Stellina non portava la lungia

Posted in teatri con i tag , , , , , on 29 Novembre 2006 by isabellamoroni

Stellina accoglieva il pubblico sotto il getto dei cannoni ad aria calda, volteggiando fra le sedie della platea con le mani ricolme di fusi di zucchero filato, la gonnellina corta ricamata con le paillettes bianche, rosse e blu un po’ sbiadite, che mimavano un lembo di bandiera americana ed il body celeste spiumato allo scollo che le sarebbe servito più avanti per un altro numero. Quello del trapezio volante.Il Circo aveva un nome altisonante che si dimenticava presto, appena raggiunto il campino della cassa  (così chiamano i carrozzoni gli artisti del circo che, ben si sa, hanno un gergo del tutto speciale), quando non si vedeva più l’accendersi e lo spegnersi delle lampadine rosse, gialle e verdi che contornavano l’insegna.D’altronde i nomi dei circhi si vendono e si comprano assieme alle fortune ed alle disgrazie dei loro proprietari.Alla cassa stava il Cavalier Zucconi, che aveva ricevuto tale menzione per i suoi meriti di vecchio nomade della risata. Lui era un clown bianco, l’Augusto, come lo chiamano gli studiosi. Il clown serio, quello che fa da spalla ai nasi rossi, ai piedoni, agli scherzi.Davide, il figlio di Zucconi, invece studiava per domatore ed intanto si esibiva in numeri di destrezza acrobatica con i cavalli, attrazione con la quale iniziava a cimentarsi anche Silvia, la nuova arrivata, piccola e selvatica che veniva dalla città e voleva diventare un’artista circense.Il Cavalier Zucconi non aveva mai detto di no a chi si presentava nel suo tendone con l’intenzione di lavorare.
E c’era molto da fare in un Circo.
Montare, smontare, partire, ritornare, essere accorti affinché tutti i tiranti fossero ben tesi, gli ingranaggi oliati, la platea solida, lo zucchero ed i pop corn nella giusta quantità.Occorreva attaccare nuovi lustrini, cucire giacchette di raso, dar da mangiare alle tigri sempre più magre, mettere i pennacchi sui finimenti dei cavalli, recuperare i clown che s’innamoravano delle trapeziste, fare i biglietti, vendere le bacchettine luminose, sorvegliare che i musicisti non si sbronzassero prima di entrare in scena e, non ultimo, pulire la cacca di tutto lo zoo.Così, dopo aver accolto un paio di nani, il vecchio Rodrigo che ancora ricordava i tempi gloriosi in cui ogni sera, a torso nudo, ingoiava spade e lottava con i serpenti, le tre belle figliole dell’est senza permesso di soggiorno, Farouk e Fayyad i due fratelli mori robusti e seduttori, accolse anche Silvia che sapeva poche cose: girare tre palline, andare sui trampoli e che non sarebbe restata una ragazza qualunque.Gli zingari entravano gratis. Avevano una parola segreta che sussurravano all’entrata e poi scivolavano nella penombra del tendone, con i loro denti d’oro e gli orecchini d’oro e corallo che brillavano come lampi al passare del grande faro cercapersone che frugava nell’attesa sospesa degli spettatori.Alla parata d’inizio partecipavano tutti: il Cavalier Zucconi con il suo costume di paillettes bianche ed il trucco triste a metà, Rodrigo avvolto in un groviglio di catene che avrebbe spezzato fra lo stupore del pubblico, Daiana, la seconda moglie del Cavalier Zucconi, vestita da chiromante che reggeva fra le mani una fumante palla per le divinazioni, suo fratello Manuel, famoso clown trombettista, Stellina avvolta in un mantello di paillettes azzurro mare, Farouk e Fayyad cosce possenti e bicipiti in mostra, le tre ragazze dell’est, Daniele con il vestito da gaucho alle redini del suo baio chiaro dai finimenti rossi, Silvia sui trampoli alti più di un metro ed infine i due nani, clown, manovali ed inservienti.Poi iniziava lo spettacolo: i numeri si susseguivano, s’annunciavano meraviglie dall’intero mondo, esotismi incantatori, giochi di destrezza, risate, sguardi languidi, ombelichi ammiccanti e cavalli e tigri e colombe ammaestrate, contorsionismi, giocolerie, giochi di equilibrio ed infine il volo di Stellina, angelo turchese che danzava sul trapezio mobile senza la lungia, negli occhi incantati del pubblico senza più fiato. .



Questa storia -vera a metà- è nata sulla scia dello splendido post di Herzog

1 – La lungia (parola Rom) è la corda di sicurezza legata alla vita degli acrobati

2 – Uno speciale ringraziamento al Circo di Francia che ha ispirato questo racconto ed a Circus Fan

Argillateatri vi saluta

Posted in teatri con i tag , , , , , on 23 Giugno 2006 by isabellamoroni

Penso. Mentre la polvere umida e nera s’infila sotto le unghie, s’appiccica sulla pelle che il caldo rende porosa, penso che i cambiamenti dovresti poterli scegliere.

Intanto ricostruisco i cartoni sottratti ai supermercati: le scatole dei tegolini, delle camille o dei pandistelle si riempiono di libri e di videocassette; quelle dei detersivi, più grandi, accolgono i costumi, le maschere, gli oggetti.

Argillateatri vi saluta.
Forse non molti di voi sapevano del mio teatro.
Non ne parlavo mai perchè la vita mi aveva portato lontano.
Perchè ero stufa, appesantita, schiacciata da quindici anni di lavoro senza nessun riconoscimento.
Organizzazione, trucco, contatti con le istituzioni, costumi, trasporti, caricare e scaricare il furgone, ufficio stampa, biglietteria, progettualità per enti e privati, riunioni, autofinanziamenti, enpals, compagnie, siae, pulizie…

Quando ho aperto questo blog ero andata via.
E non pensavo di tornare.
E non sono tornata finchè hanno deciso di mandarci via.

Argillateatri era un teatro di sperimentazione e ricerca annidatosi in una zona di Roma che non l’ha mai voluto, apprezzato, digerito.
In una zona in cui non c’è niente e niente desiderano avere. In un quartiere così spezzettato da sembrare una periferia anche se è in centro.
Un quartiere dormitorio sulla grande arteria che porta verso il nord; popolare, invece, (di quelli che non t’aspetti più) nelle viuzze laterali dove fino a poco tempo fa c’era solo un alimentari, la ferramenta, la tintoria, il tabaccaio, Cinzia la regina dei casalinghi ed alcuni artigiani tappezzieri, e che ora fa gola ad artisti (siamo stati illuminati, fra gli altri, dalla presenza di Laetitia Casta e Stefano Accorsi) e stranieri .
Infine quartiere sorvegliato a vita dal Cupolone, dove un palazzo sì e l’altro pure sono di proprietà del Vaticano e, quando alzi la cornetta del telefono senti il cicalino di RadioVaticana (avete presente? “din din dindin din din dindin dindin dindin dii iindinnnnnnn”).

Argillateatri vi saluta, dicevo.
Il proprietario del locale, figlio di avvocato ed apparentato con una dinastia di grandi industriali dice di averne bisogno per vivere… visto che non lavora.
Così ha fatto di tutto per farci andare via.
Tralasciamo le modalità, tralasciamo anche tutto quello che è stato fatto per salvare il Teatro, con le istituzioni, con i politici… è noioso ed ormai inutile.

Ci sono ancora poche ore, otto per la precisione, per portare via tutto: una biblioteca di ottomila volumi, un fondo anarchico composto da giornali, opuscoli, libri, lettere ed archivi che risalgono all’ottocento; un centro di documentazione dei movimenti e della controcultura degli anni ‘70; quinte, palco, sedie, pedane, costumi, scenografie, strumenti musicali, riflettori,cavi, dimmer, microfoni, casse, stereo, amplificatori, tavoli, computer, l’archivio di 35 anni di spettacoli ed attività culturali (prima di essere Argillateatri fu Lanterna Rossa/Anodos Teatro) e lo splendido archivio sui Teatri d’Oriente.

Incarto e penso ancora. Dagli scaffali e dalle scatole escono oggetti che avevo dimenticato: le scenografie di “Luci del Circo” splendide, rosse, dipinte a mano da Lisa A. per accogliere uno spettacolo pensato per i ragazzi, ma piacevole per tutti dove c’erano clown, cavalli sapienti (ah, Birillo, gualdrappa rossa e criniera nera che nascondeva Andrea e Silvia C.), serpenti, mangiafuoco e giocolieri come in un vero circo; le ciotole tibetane (tantissime) che portammo a spalla dall’India, nascoste negli zaini solo per poterne ascoltare il suono magico che producono se accarezzate da un bastoncino di legno; le maschere del Re e della Regina provenienti dalla Liberia, la maschera di cartapesta disegnata e realizzata da Oskar Kokoshka, le mostre fotografiche sulle danze sacre e profane del Tibet realizzate allo Shoton del ‘92, le splendide foto del Kathakali di Donatella G., i costumi di “Angeli, Vagabondi e Demoni” uno spettacolo tanto serio quanto divertente che rievocava un medioevo di attori capaci di trasformare un sagrato in un mondo miracoloso… e voila, le perle che portavo intrecciate in un’acconciatura tutta boccoli stile settecentesco, quando interpretavo Maria Carolina d’Austria al Teatro Grande di Pompei in uno spettacolo davvero strepitoso sulla Rivoluzione Napoletana del 1799.

E poi le grandi ali lunghe tre metri di impalpabile stoffa blu, bianca ed oro che portavamo in parata come fossimo farfalle, sia a terra, sia dall’alto dei trampoli; la fisarmonica con cui Cinzia B. accompagnava in paratai la “leggenda vivente del jazz”, Tony Scott che per lungo tempo è uscito in strada con noi; la casetta di legno attorno alla quale si svolgeva lo spettacolo per ragazzi “I Fidanzatini” con Sonia F. e l’ormai famoso comico televisivo Rocco C. che interpretavano i fidanzati nel tempo: dai fidanzati della preistoria, ai fidanzati dell’antico Egitto (Tuti, diminutivo del famoso faraone Tutattak e Leisi diminutivo della di lui consorte Leisiscol -.stupidi, nevvero?-), da Romeo e Giulietta (sorda) ai robotici fidanzati del futuro…

E mentre, come dal cappello a cilindro, escono fuori passati pieni di colore, coraggiose sperimentazioni ed anticipazioni, innovazioni, piccole genialità ed oggetti d’ogni forma e d’ogni tipo, penso che quando si è dentro ad un progetto non ci si rende più conto di quante cose interessanti si sono fatte, tutto diventa un macinare il tempo, un cercare di essere sempre competitivi, un tentare di essere migliori degli altri.
E così si perde la parte meravigliosa della vita, si smarrisce lo stupore, si dimentica il sogno.

Ogni fine è una rinascita. Si sa.
E se non lo sapessimo, c’è sempre qualcuno che ce lo ricorda.
Perchè la fine non piace a nessuno ed allora la si trasforma in “cambiamento”, “rinascita”, “nuovo corso”.

Sarà così, è certo, anche per Argillateatri.
Ma avrei voluto sceglierlo.

Sipario.
Buio.
Applausi.

nella foto: Salima Balzerani in “Cose Usate” – Argillateatri

sacripante! e l’utopia senza fine del teatro e della vita

Posted in ricordi, teatri con i tag , , , , , on 22 Marzo 2006 by isabellamoroni
Anche se in ritardo di una settimana ecco la segnalazione del n. 7 di sacripante! una delle migliori riviste on line.
Forse l’unica che accompagna dentro i sogni più disparati.Da sacripante! n. 7 l’articolo della mia rubrica di teatro. Una storia dedicata a Judith Malina
:

La prima volta che la vidi fu Pantera.
Più di venticinque anni fa, perchè lei -sono certa- è sempre esistita.
Fu una festa, un happening, si diceva allora, in uno strano posto che chiamavano Teatro Goldoni.
Perchè allora, lo giuro, si faceva teatro in ogni luogo. E quello, che gli dei mi cancellino la memoria, era davvero un teatro con i soffitti affrescati e la galleria decorata da una ringhiera che sembrava un ricciolo barocco.

Ci viveva, solitario e distolto dalla mente e dalla consuetudine il figlio di un partigiano.
In realtà si diceva che non fosse stato davvero un partigiano, che era un povero Cristo passato per caso a Porta S. Paolo mentre infuriava la battaglia, beccandosi una pallottola in testa. Anche se poi gli intestarono la strada nella quale morì.

Lei era lì. Nel foyer dall’altissimo soffitto a volta che aveva perso affreschi e colori.
Si confondeva fra fotografi alla moda, mimi, giornalisti, danzatori, checche, militanti reduci della rivoluzione ed il primo ermafrodito lanciato sul mercato (si sentivano sussurrare compiaciuti i manager ed i papponi del teatro: “Uno scandalo, signori! Con questa Eva, faremo uno scandalo!”).

Lei che aveva stravolto il teatro e la morale, che aveva recitato nelle strade, davanti alle fabbriche, negli ospedali psichiatrici, nuda, fumando pubblici spinelli, manifestando per la pace e contro il governo degli Stati Uniti, quella sera era lì per non so quale destino, accanto a suo marito, Julian Beck scavato dal male, e dal bruciare di una passione creativa nervosa.

Judith Malina quella sera era Pantera.

Per molti anni, dopo, passai per i suoi spettacoli, la spiai nei camerini, scrutai l’immobilità del suo corpo accovacciato sulla scena che si faceva voce e movimento con una lentezza che costringeva al silenzio, all’attenzione, come ipnosi.

L’ascoltavo parlare di Utopia, quella stessa di sempre e di quei testi che ti “possiedono” perchè incarnano quello che è possibile e reale: una società anarchica, pacifista, umanistica, vegetariana e femminista.
Possibile perché solo lei sapeva che nella realtà non ci sono ostacoli naturalia tale realizzazione, ma solo il dubbio, il dubbio interiorizzato dell’impossibilità di creare una nuova società.
Il dubbio, il finto realismo che rappresentava il vero ostacolo al cambiamento verso una società più giusta.
Ed allora i testi servivano per mostrarne l’effettiva possibilità, ancora di più, la necessità; servivano per aprire nel pubblico la speranza. Erano testi capaci di far bruciare.

Ha attraversato la storia, Judith Malina: dalla Germania all’America, da Piscator a Sanguineti, attrice, ma soprattutto regista, poetessa in rivolta. Arrestata, incarcerata, picchiata, madre, figlia di rabbino, immersa nella rivoluzione (“è certo più piacevole fare teatro rivoluzionario in tempi rivoluzionari; ma in un momento storico di tensione pre-rivoluzionaria come è questo, è fondamentale perseverare, è molto più necessario”), ed ininterrottamente costretta (come da lingue di fuoco) dalle idee e dai luoghi a fare quello che fa, altrimenti potrebbe morire e con lei morirebbero le idee. E’ la vita -dice- che le indica la via da sempre.

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