Beba do Samba venerdì sera.
Un locale storico, uno di quelli dove si ascolta buona musica latino americana non troppo commerciale e s’incontrano poeti, ma soprattutto gente che la musica ce l’ha nel sangue.
Tutto è pronto per accogliere il pubblico di Canio Loguercio ed immergerlo in un liquido amniotico di passione un po’ gotica, un po’ popolare, un po’civile e impegnata. Di passione, insomma.
Un “santino” inquietante con sul retro le parole di Voce ‘e Notte ed una scatolina di liquerizie con su un cuore tatuato (“passion”, c’è dubbio?) accolgono gli spettatori all’entrata.
Nella sala, Canio, ancora armeggia fra oggetti da nascondere e mixer da tarare.
Le luci sono quelle del locale, il palco un triangolo asimmetrico non più profondo di 2 metri sul quale, nel corso del concerto, l’artista sembrerà stare in equilibrio. Come sul filo.
Canio Loguercio a Roma è conosciuto e sconosciuto al contempo. Merito della sua capacità di esserci solo quando occorre, come succede alle epifanie.
In rete, invece, girano alcuni suoi brani e qualche video che, però, non gli rendono giustizia o forse, più semplicemente, sono lì per nascondere una grande sorpresa.
Il suo concerto, infatti, è un’esperienza che difficilmente può essere riprodotta.
Innanzi tutto è divertente perchè è una continua sorpresa: ora un gadget luminoso disegna un’aureola rossa sul soffitto, ora degli occhiali al neon lo rendono un semidio alieno dagli occhi di gelatina turchese elettrico. Ora un paperotto gira su se stesso fino ad incontrarsi con Biancaneve e tutto questo mentre, armato di microfono e torce elettriche, Canio s’auto illumina e s’auto amplifica senza sbagliarsi mai.
Ma in realtà, dentro questo bric-à-brac di sorpresine evocative, sono le canzoni a spadroneggiare: sussurrate (come vuole il titolo del concerto), cantate, o recitate.
A volte le note s’innalzano prendendo l’aria tutta d’intorno; altre volte le devi scovare tra le labbra dove sembrano posarsi più a lungo dell’immaginabile. Ancora rotolano giù veloci come perle rovescaite da un sacchetto e sempre raccontano qualcosa, anche sentimenti nuovi.
Ardente equilibrista della parola, Canio Loguercio forse non ha inventato un nuovo modo di fare musica, ma ha saputo farla diventare Teatro.
Un Teatro che riecheggia ora le crude performances degli anni ‘70, ora le cerimonie segrete delle culture orientali.
Bastano quattro tubi innocenti ed una vecchia tendina di velo per costruire lo schermo che ci porterà in un mondo nuovo fatto di quel che resta da intuire di diapositive sgranate in movimento, basta una camera d’aria gonfiata in scena per tornare in un luogo già vissuto, fra le botteghe dell’infanzia ed il sogno dell’avventura.
Prendere la canzone napoletana e trattarla così, restituendole e mantenendole tutta la forza poetica e quotidiana, è una vera creazione; prendere il teatro e sottometterlo alla forza della parola popolare, del gesto comune, ma soprattutto a quella della musica è un’innovazione della quale abbiamo bisogno.
Perchè non calcola, viene proprio da una necessità di stupirsi, stupire e, fino in fondo, amare.


La prima volta che la vidi fu Pantera.

