Archivio per la Categoria viaggiatori e nomadi

Il giardino musicale

Posted in viaggiatori e nomadi con i tag , , , , , , , , on 6 Aprile 2007 by isabellamoroni

Si perdono i passi e le realtà fra gli incanti di questo giardino sospeso sul mare dove, fra tronchi e steli, troneggia l’ulivo dell’accoglienza, anni mentre attorno, a perdita d’occhio solo piante, alberi, felci, fontane, zampilli, sentieri di scale che abbracciano i fianchi delle colline.

Percorrere, inoltrarsi, salire, scendere, guardare, respirare, immaginarsi, sono i verbi di un giardino che si declinano in colori, profumi e rumori imprevisti.
Ogni pianta ha il suo suono.
Un giardino nato dal sogno di un musicista.
Sorprendente è questo accordo perfetto fra musica e natura, steli leggeri, ram e foglie lanceolate risuonano armoniosamente come fiati delicati.
Oboe o clarini.

Occorre avere un buon orecchio per udirli, ma quando giungono fino all’anima,ha inizio il dialogo.

Dall’ulivo  proviene il suono ritmato del tamburello: mani che tendono le pelli appena conciate su grandi telai rotondi e poi battono forte, leggero, dolce e poi ancora follemente mentre l’albero muta il colore delle sue foglie seguendo la saggezza del vento.

S’aprono fiori carnosi od impalpabili, petali crestati o lobati dal cuore sfumato;  sottili antenne flessibili di un rosso pulsante. S’aprono e poi si chiudono; ospitano libellule che, colpite dal sole, sembrano raggi di luce trasparenti ed impazziti che seguono traiettorie scritte da mille e mille anni custodi di storie e di miti.

Nel gran disordine di questa natura selvaggia od aggiogata, si svelano i progetti dell’ineffabile.
Impossibili da catalogare, da tenere a freno, da ordinare.

Il suono di una palma inizia dal suo tronco: se liscio intona secco e sonoro ma l’ode solo l’orecchio che s’avvicina al tronco; se è a scaglie il suo suono è vibrante come quello di un salterio e spesso si confonde con quello delle foglie quando il vento le attraversa.

Gli hibiscus hanno un suono di flauto traverso che si raccoglie tutto nel calice e si palesa quando l’arbusto s’agita  sfiorato da una mano o al passaggio di vite animate.

Silenziose, invece, sono le orchidee che s’innalzano nella loro fioritura esplosiva e carnosa e non si lasciano scuotere neppure dal passaggio sfrecciante delle ali di un colibrì azzurro o dalle piume verde dorato.

I gerani suonano una musica popolare e l’accompagnano con la danza che scompiglia le larghe foglie dal bordo ondulato come sottane di donne innamorate al soffiare dei desideri.
E mentre suonano profumano di limone e di mare: aspri, forti e medicamentosi come un bacio profondo.

Sciabordando le ninfee, al ritmo lento e navigante delle loro immense foglie, appaiono come zattere coronate di alghe. Sciaft, sciaft mentre aprono e chiudono quei petali guerrieri, così simili a lance e piccole rane verdi come fili d’erba s’incastonano fra i bordi delle foglie.

Ed il suono della passiflora, in un tintinnio di campane e campanelli, accompagna piccole danze fiorendo e sfiorendo in pochi istanti come una glassarmonica che sfiorando l’armonia di cristalli ricolmi d’acqua, accompagna in nuovi spazi impercettibili.

questo luogo magico si trova davvero qui

La casa degli anarchici a Venezia

Posted in le case le cose, viaggiatori e nomadi con i tag , , , , , , , , on 2 Novembre 2006 by isabellamoroni

A Venezia le case mica te le aspetti.
Si aprono all’improvviso come labbra di piccole bocche meravigliate. E t’inghiottono dolcemente con un sorriso.

Passando per calli strette, ponti e scalini, a Venezia poco ci si accorge del cielo e poco anche delle finestre che pure, spesso scrutano e conoscono anche quello che il viandante non intuisce.
E così, mentre egli tira dritto cercando la propria meta, è possibile che quella sia già arrivata e s’apra al suo fianco proprio quella porta che, col passo, aveva appena superato.

Giovanni ed Adelaide avevano parecchi anni nelle gambe ancora muscolose e scattanti abituate a percorrere Venezia in lungo e in largo, i capelli grigi e negli occhi tantissima vita.

Anarchici fin dal tempo della ragione, facevano gli editori.
Piccolissimi editori militanti di quella militanza solida e antica fatta soprattutto di comprensione, di ricerca, di studio, di sguardi sul mondo e di una lingua poi non troppo proletaria.

Il portone s’aprì graziealla magica chiave di Adelaide, e Venezia mostrò l’altro suo volto.

Il volto che non t’aspetti, quello interiore e segreto che solo a pochi è dato di vedere. Il volto che esibisce al contempo ricchezza e povertà, che si compiace dell’antico, di tutte le sue crepe e che s’inventa alberi e giardini dove giardini ed alberi non potrebbero mai stare.

Il cortile di Adelaide e Giovanni era grande e scrostato, molte piante crescevano in tinozze d’alluminio ammaccate, in pentole rotte, come anche in bellissimi vasi di terracotta a rilievo. Al centro tre o quattro alberi sottili spingevano la loro chioma, a forza di voglia di vivere, fin verso il cielo.
E lungo i muri perimetrali piccole porte e scale, conducevano ad altre piccole porte come in un labirinto di luoghi celati.

Entrando, Adelaide illuminò una prima stanza dal pavimento di graniglia antica, al centro della quale si trovava un immenso torchio da stampa in legno lucido.
Più vecchio della stessa casa, sembrava che non fosse stato trasportato fin lassù (del resto, come avrebbero potuto fare lungo quelle minuscole scale, attraverso quelle piccole porte fatate?) ma che la stessa Venezia fosse stata costruita attorno a lui.
Le pareti della stanza, dalla terra fino al cielo, erano coperte di scaffalature di legno scuro e profumato e sugli scaffali libri e poi libri, copertine dai colori chiari ed uniformi, come se un architetto avesse scelto la tinta giusta, come per le mura.

Le case di Venezia sono labirinti.
Si racconta di persone che non ne sono più uscite, ma nessuno sa più dire in cosa si siano tramutate…

E la stanza del torchio, dalla quale s’usciva attraverso un passaggio più angusto, prometteva alla sua destra, ma soprattutto alla sua sinistra, un dipanarsi di corridoi e stanze dalla fine incerta.Adelaide ci guidò nel corridoio di destra parlando di libri. Dei suoi libri.
Ne sembrava la madre o forse, meglio, l’istitutrice.
Bellissima, con il volto chiaro, segnato e trasparente, gli occhi azzurri ed i capelli argentati lunghi fino alla vita, stava accanto ai suoi libri sottile e diritta come gli alberi del suo cortile.

Il corridoio era dipinto a tempera rosa antico e curvava lievemente, le pareti tempestate di quadri, foto e ritagli di giornali importantissimi chissà per chi, chissà per cosa; sui piccoli mobili  vasi impolverati ricolmi di fiori secchi, vecchie lettere abbandonate e scatole di regali ancora vivi.
Sul lato opposto due o tre porte rubate a qualche vecchia casa di campagna con le assi di legno riquadrate, dipinte con una lacca lucida blu polvere.

La casa di Adelaide e Giovanni: libri chiari e colori forti.Giovanni ci aspettava in fondo al corridoio. Dietro la porta (questa volta di legno nobile, laccata di biancoed ornata da una sfarzosa maniglia di bronzo) un salone immenso doppio, forse triplo, dipinto in un arancione polveroso, simile ad un suk dove s’ammassavano in un disordine che pure donava pace, divani antichi e moderni, cassapanche, sedie, tele appena abbozzate, quadri appoggiati in terra, tavolini bassi, cuscini marocchini, mobili di modernariato, ricordi d’ogni luogo, tappeti, riviste ed ancora alti scaffali pieni di libri e quel tavolo lungo forse cinque o sei metri che divideva la stanza.

Di fronte una vetrata a riquadri di vetro sottile ed irregolare che dominava il cortile, lambita dalle chiome degli alberi. Adelaide la guida, Giovanni l’accoglienza.

Ci fece entrare senza timore in quel mondo di colori variegati come la sabbia del deserto conquistandoci con calici di dolce vino delle colline e sapori nuovi ed unici che s’innalzavano da ciotole, vassoi e zuppiere.
Crostini caldi e zuppe antiche, carni gustose e formaggi inebrianti e poi un dolce speciale che aveva fatto Giovanni con le sue mani e del quale non potrò mai raccontare il sapore perché si sa, è un dolce che porta l’oblio.

Se la stanza del cuore di Adelaide era l’ingresso con il grande torchio, il posto segreto di Giovanni era, invece, la cucina, anche questa con le pareti un po’ curve, dipinte all’anilina azzurra, mobili antichi bianchissimi, un tavolo di marmo ed una cucina di smalto bianco che non aveva mai smesso di elaborare piatti inimmaginabili.

La cucina, sia chiaro, non Giovanni.La casa aveva occhi. Occhi buoni che ci guardavano mangiare e parlare di libri, di teatro e di anarchia. E mi tornavano in mente quelle sere bambine quando guardavo i miei genitori ed i loro amici restare pigramente a parlare di qualcosa che non c’è.

Ed infine, tornando indietro per il corridoio fino alla stanza del torchio e poi oltre la porta, per le scale, nel cortile e di nuovo lungo la calle immota, di nuovo Venezia nella notte: mille volte vista e mille volte ancora sorprendente
Come se quel bagliore di tempo non fosse passato.

Mentre il corridoio a sinistra della stanza del torchio non era riuscito a catturarci.

La Colombaia. Una reliquia, un’emozione.

Posted in le case le cose, viaggiatori e nomadi con i tag , , , on 8 Settembre 2006 by isabellamoroni

C’è una strada che s’immerge nel cuore dell’isola.
Ischia, l’Isola per eccellenza.

Una strada che non t’aspetti, che s’inoltra in un bosco che non credevi, un bosco d’alberi dai tronchi sottili, un bosco di castagni, un bosco che confonde il legno dei tronchi con la pietra.
Immani massi scagliati fin qui dal vulcano Epomeo; massi che richiamano con la loro anima di fuoco.

Massi che si fanno riconoscere da chi è predestinato.

Lungo la strada, dal lato che piomba, in una vertigine, sul mare si distinguono cancelli e muretti dipinti a calce di ville che s’immaginano sfarzose, eleganti e ricche.

Prima di diventare un sentiero sterrato la strada s’apre in una reliquia, forse, che pure è viva e pulsante di contemporaneità.

E’ Villa La Colombaia, la casa estiva di Luchino Visconti, il suo luogo dell’anima, scoperto grazie ad Alida Valli che l’aveva abitata prima di lui e diventata, nel tempo, la sua proprietà più amata.

E la sua tomba.

Villa La Colombaia spicca bianca nel verde, invisibile dalla strada e a stento dalla costa.
Sovrasta una delle più belle insenature dell’Isola, un tratto disegnato dalla forza del vulcano, eroso dal mare, scolpito dall’aria sapida di profumi e di intensità.
Nella caletta era la spiaggia privata di Visconti, nel parco quasi sterminato la sua vita nella natura, con i suoi cani amatissimi, tanto amati da ornare l’ingresso alla villa con quattro statue in ceramica di cani di razza.

La Colombaia è diventata sede di una Fondazione, di una scuola di cinema e teatro e di un piccolo museo dedicato a Luchino Visconti che racchiude unicamente foto dei suoi spettacoli, dei suoi film e della sua infanzia.

Ma qualche foto sbiadita apre la fantasia su quella che è stata la vera anima della casa: le pareti tappezzate a disegni liberty, i camini in ogni stanza con le decorazioni che ricordavano la silhouette della madre del regista, nobile e severa musicista.
Ed i grandi vasi d’argento, le porcellane decò che fungevano da portasapone, i pavimenti in maiolica dell’Isola dipinta a mano, le porte a cuspide dalle lunette di vetro colorato, tutto nello stile art nouveau, una specie di Vittoriale più raffinato.

Corrono le immagini così simili a quelle dei suoi film, la bellezza, l’estetica, la cura riposta in ogni angolo, le grandi vetrate che inquadravano il mare, la stanza da letto del regista ed il suo studiolo, aperto di fronte ad un infinito azzurro vita.

Ed ancora la stanza di Helmut Berger e la dependance nella quale l’attore più amato viveva; l’anfiteatro come un immenso palcoscenico asimmetrico di legno circondato da ulivi alti e verdissimi.

Passano come in una proiezione fantastica tutti i personaggi che hanno popolato un lampo di storia e di arte. E’ un film incantato che improvvisamente ripropone la storia che si perde negli anni come in una dissolvenza incrociata di una pellicola antica.

Niente più pavimenti in maiolica, dicono che li hanno rubati, così come hanno distrutto l’ascensore racchiuso in una gabbia vetrata dagli intarsi colorati che portava alla terrazza merlata che guarda il mare come fosse un cerchio; si dice anche che Helmut Berger abbia criticato i restauri…Ma chi ricorda ancora Helmut Berger?

Salendo una scala di pietra lavica intagliata nella collina si raggiunge il “pensatoio”. Lassù, una minuscola terrazza racchiusa da una staccionata, Visconti amava andare a meditare sospeso tra mare e cielo.

Proprio sotto il pensatoio, confuso tra gli alberi ed altre pietre, la pietra che si fece riconoscere e che Luchino Visconti scelse per la sua sepoltura.

Contiene l’urna con le sue ceneri e con quelle della sorella più piccola.
Fuori una semplice targhetta con i nomi e le date.

Per sempre nel silenzio del bosco antico.
Per sempre nell’azzurro color vita.

Archidoro

Posted in viaggiatori e nomadi con i tag , , , , on 16 Febbraio 2006 by isabellamoroni

Per entrare ad Archidoro occorre portare con sè un occhio prensile, un ricordo indelebile, una spirale di sogni ed una storia non scritta.

Il Viaggiatore che intraprende questo cammino s’inoltra lungo il sentiero che percorre le mura, fino a varcare l’ingresso, dissimulato e scosceso, che profuma d’immagini e di odori sovrapposti: freddo e caldo, oro e rame, muffa, solventi, peperoncino e lavanda, vetro ed azzurro e argento antico, grano ed arance, nero, viola e vino e colla ed olio di lino e sapore di metallo sulla lingua.

Un cielo stellato opaco cola giù da una tela fino a rendere la striscia in basso nient’altro che una pennellata di terra di siena schiarita dal tempo.  E’ qui che la Valle muta la sua pelle, muta i colori, la luce ed il destino lungo i confini dell’antica Via Francigena che porta, con danza di freccia, alle santità d’occidente.

L’occhio prensile ora s’innamora della luce che filtra da feritoie che s’aprono al giorno ed alla notte e ruba qua e là bagliori, profili, materia e s’impiglia nella rete della Sirena Alata che riposa sull’architrave del Primo Arco.
Ultima della sua specie, questa Sirena porta sulle spalle un mantello intrecciato con le canape dei pescatori e sopravvive, al di fuori dell’acqua, grazie ad una mistura d’aria e respiro emanata dal moto perpetuo della grande girandola di rame.

Varcato il Passaggio, ecco venire in soccorso del Viaggiatore di Archidoro la sua spirale di sogni, appena in tempo per il primo giro di Giostra. Ad ogni voluta si raccontano le storie che Poliziano scrisse per le sue “Stanze“. Passa ruotando il grande occhio su cui cavalca Cupido; turbinano il Cavaliere col Falco e la Cerva bianca; entra il Giardino di Venere dai prati color amaranto, immerso in un cielo cobalto dove matura, sì, proprio lì, sotto il muraglione di passamaneria indiana, un albero dal tronco verde carico di pomi d’oro che sembra sospingere il sogno sempre più avanti e sempre più lontano. E, continuando a ruotare attorno al proprio sogno di nomade, il Viaggiatore incontra una Venere al bagno immersa nella sua vasca come su una poltrona lasciva che lo scruta, curiosa dietro i suoi occhiali dalle lenti dorate per poi lasciarlo andare via sospinto giù dal gradino, dopo essersi fatta lasciare in pegno il suo ultimo sogno.

All’Arco successivo una sottile figura di rame bruno chiede al Viaggiatore di cederle il suo ricordo indelebile ed in cambio lo conduce di fronte a tre ex voto d’argento, tre donne nude e d’argento che si stagliano nel cielo come note di musica marina, mentre a terra, sul limitare dell’orizzonte tre cavalli pronti per il torneo medievale si fanno onda e risacca. Ed il ricordo s’ingigantisce e prende ali e contorni scolpiti mentre i passi si fanno più lievi e giungono all’ultimo Arco. Quello che scorge il Luogo Segreto.
Ad esso s’accede con la storia mai scritta che è la summa di tutte le storie scritte in questo mondo e nell’altro.

Otto donne si protendono verso il Viaggiatore. Otto donne uguali e diverse, donne d’ogni storia e d’ogni età.
E’ la prima Cleopatra tutta oro su fondo blu notte, s’avvicenda poi con Medea nera come un’icona bizantina che si staglia sul viola copiativo. Ed ancora Salomè rosa fucsia su fondo nero e Marozia rossa come la fede vilipesa o come la passione sul fondo giallo della gelosia.
La quinta donna è Saffo la verde che si stende sul panno rosso guardando dolcemente Lady D. rosa su fondo viola, decorata d’argento.
Ed infine Marilyn sirena gialla come il sole immersa nel blu oltremarino e la vera Regina di Saba, nera come le donne d’ebano di questa terra, sul fondo oro della potenza e della saggezza.

Ha giocato ogni sua carta, il Viaggiatore, quando s’allontana da Archidoro. Ed in cambio ha ricevuto visioni e percorsi, ma, per uno sconosciuto sortilegio, non potrà ritrovare altra strada che quella del suo destino.

Fucanoli

Posted in viaggiatori e nomadi on 17 Gennaio 2006 by isabellamoroni

 Il freddo taglia la montagna, s’impregna delle luci che punteggiano qua e là le pendici e le gole e giunge fino alla città che si snoda lungo le due rive del fiume.
Campagna. Città dell’Acqua. Città del Fuoco.

Campagna è uno dei misteri dimenticati d’Italia. E’ una città d’arte, ma chi lo ricorda? E’ la città dove fece il suo noviziato Giordano Bruno, è la città dell’umore umido che tanta parte ha nell’alchimia ed altrettanta nel caratterizzare anima ed indole.

Campagna che si spinge giù dalla gola, taglio profondo nel fianco della montagna, fino a quel limite inventato dall’occhio che chiamano orizzonte e che spazia sul mare.
E’ antica come la sapienza della prima Italia, come i supplizi dei martiri cristiani, come le ferite dei barbari ed il tradimento a Federico II.
Ma è anche colta e santa, lunatica e malinconica e persino invisibile

E la notte in cui l’inverno mostra il suo cuore, la notte del 17 gennaio, Campagna accende la sua tradizione più arcaica, moltiplicando in tutte le strade il rito del fuoco, il fuoco propiziatorio, capace di esorcizzare l’assalto del maligno.

Sono i “Fucanoli“, rito antichissimo dalle origini pagane che si sposa con la processione di Sant’Antonio Abate lungo le strade e nei rioni della citta.
S. Antonio Abate, il patrono di Campagna. Il santo che libera gli ossessi, uno dei santi taumaturghi più popolari nel sud.

Il percorso è segnato da tanti falò, grandi cataste di legna, vecchi tronchi d’olivo ormai secchi, ramoscelli e ciocchi che generano e si fanno accarezzare da un fuoco rosso e giallo che scoppia e sale e vortica, e sale ancora e sbanda, s’inchina ai passanti avvolgendoli in una folata di calore insopportabile, lotta con forza ed allegria contro il vento gelato.

Le strade sono piene, la Cattedrale s’illumina e lascia le porte spalancate tutta la notte mentre, ai piedi della scalinata s’innalza il fucanolo più grande della città. E’ la notte della luce che rappresenta anche l’inizio del carnevale, un momento di immaginazione collettiva e di condivisione quasi irreale della città.

Ogni rione ha la sua scultura di luce e calore: palazzi, chiese e conventi, portali e fontane, mascheroni, stemmi, capitelli, tutti s’accendono di riflessi arancio caldo.
Perfino l’acqua s’accende, con quei falò che attraversano il fume montati su ponti che appaiono magicamente alle porte della vecchia “maccarunera”, il pastificio, o proprio lì dove il fiume si lancia con un breve salto in una discesa spumosa e frastornante.
Fuoco che si rispecchia nell’acqua, esorcizza e purifica, illumina e disseta.

Ed accanto ai fuochi, appena la statua del Santo anacoreta torna al suo altare, esplode finalmente la festa: si imbandiscono tavolate e “fraschette”, vengono serviti piatti fumanti di “matass’ e fasul”, una speciale pasta fatta in casa con fagioli e tanto, tanto aglio e poi polenta, salsicce paesane, braciole e croccanti contorni di broccoli, patate fritte e peperoni conditi.
Ed il vino: quello buono, rosso, così scuro che sembra spillato dal cuore della terra.

Ed ancora la musica, le tammorre, le chitarre, le canzoni e le danze della gente e della memoria, musica che s’affaccia dalle porte, che s’annida presso le spallette del ponte, che s’apre e si moltiplica lungo il selciato di antica pietra lavica del Corso.

I fucanoli illuminano tutta la notte. I più grandi tracciano figure alate, ancora, nella mattina nebbiosa.

 

Tramonto egeo

Posted in viaggiatori e nomadi con i tag , , , , , , , , on 9 Gennaio 2006 by isabellamoroni

Tecla domina un mare incantato. Dove sono le sirene di Ulisse?
Le sue calze ed il suo anello hanno lo stesso colore del mare.

Attorno la terra montagnosa e brulla, attorno le isole, isole dai contorni frastagliati e sfumati.
Sa di essere nata per fare la Regina.

Il mare è proprio blu, quale effetto avrà fatto, ai primi uomini, attraversarlo?

Ora Tecla lo domina mentre le isole si avvicinano ogni istante di più. Hanno profili strani, spesso sono solo scogli isolati che si ergono dal mare.

Stamattina Poseidone è nervoso e si sta pettinando la barba con rabbia, ma attorno tutto è bello, la natura è sovrana, ed ogni cosa sembra avere una sua vita interiore: le api, i fiori gialli e rossi, gli odori di erbe forti e profumate, i ramarri padroni dello spazio antico ed il silenzio che viene dal mare.

Delo l’isola sacra.
Pietre che sono qui da oltre duemila anni, che si ergono sempre verso il sole; sempre immerse nello stesso silenzio.
Delo, la patria di Apollo il dio del sole.
Mitologia.
Dioniso ha il suo tempio qui, un tempio piccolo, ma Tecla già ne immagina i riti immersi nell’odore di menta e di fieno, fra il guizzare dei ramarri ed il respiro sospeso di queste pietre e di queste case.

Davanti ad un tramonto egeo.
Il vento leviga la scogliera.
Ha un fiore tra i capelli e pensa che nella sua vita ci sono cose belle come questo tramonto.
Come gli sguardi degli uomini, come quel pescatore con le dita della mano mozzate (così simile alla mano dell’Esculapio di Epidauro) che le ha detto che ha dei begli occhi.
L’Egeo è increspato, è sempre increspato, battuto dai venti con queste rocce brulle.
Un mare nervoso che parla della storia più remota, parla di se stesso, parla di Poseidone l’irato, sempre in lotta per il dominio della città, sempre battuto, sempre sconfitto da qualche altro dio e sempre più relegato al dominio dei mari e sempre meno a quelli della terra.

Santorini sopraggiunge come un sogno sorto sulla cresta di un cratere vulcanico.
Una stanza colorata rinata sulle macerie dell’antico terremoto la accoglie sospendendola su un’incantata marina.
E’ quasi incredibile questo silenzio e questi colori.
Sa che la notte sarà stupenda.

La montagna cade a picco sul mare tagliato dai venti, con grotte oscure che perforano la terra fin dentro le viscere.
Il mare è grigio nella sera, grigio viola e la montagna è un gigante che cerca di conquistarlo.

Tecla ama quest’ora serotina, l’odore del mare che si fa forte e accogliente i gabbiani che planano prima di ritornare al loro nido d’acqua.
Ama il rumore del mare che s’infrange come un suono di rimpianto.


Sospesa sul nulla

Posted in viaggiatori e nomadi con i tag , , , , , on 1 Dicembre 2005 by isabellamoroni

Tramonta il sole, giallo di luce chiara in mezzo alle nuvole.
Passa, più in basso, un uccello bianco ad ali spiegate sul verde che non concede all’occhio di frugare il suo segreto.
La terra è un mistero oltre queste cime verdi.
Alberi, arbusti, speroni di rocce come frecce pronte per scagliarsi contro il cielo.

L’occhio precipita.
Come un tuffo in un oceano infinito.

Un contatto totale con la natura e l’orrore, la meraviglia, la magia di questo essere selvaggio che è la valle. Come un gigante che avvince, rapisce e precipita.

Quest’altezza profonda richiama ed attira, mi avvince come s’io fossi cosa sua, come in un abbraccio senza requie.
La morte non esiste, la vita si fa piccola di fronte all’immensità che questo luogo mi propone.
Non c’è foglia che non abbia il suo motivo di esistere qui; non c’è stelo che non faccia parte d’un disegno che giunge di lontano, da un passato più profondo di questo dirupo.

Guardo giù, vorrei lanciarmi nel vuoto come in un infinito orgasmo d’amore.
Giù, ed i muscoli vibrano e fibrillano… e la mente li trattiene, mentre le lacrime salgono agli occhi. Non ritroverei mai più la strada per salire…

Il vento scema, la luce viene meno.
La notte cancella tutta la magia di questo luogo ancestrale stendendo un mantello fluido sulle cose; un mantello che scende lento, come vernice trasparente gocciando felicità.