Doppio gotico

Roberta e Floriana non si conoscevano, eppure l’una sognava dell’altra nei giorni passati a cercare qualcosa che le incoronasse regine.

Floriana magro fantasma, fascio di nervi ammalati, urlo di gola strappata ad ogni emozione: “io vivo e voi non lo capite!”
Floriana, lunghi capelli mossi su abiti sempre più bianchi, ombra preraffaellita incuriosita a cercare se stessa in qualche Beata Beatrix del Rossetti.
Floriana bagnata perché i temporali l’attraggono, lei lampo, saetta inviata dagli dei, alle gocce s’accompagna.

E Roberta ha il viso largo, di poco mitigato dal grande naso affilato che le dona quell’aria di mistero antico.
La pelle sempre più pallida, artefatta dalle tante polveri di riso spennellate sulle gote esangui e le labbra sempre più viola nella ricerca del mistero.
Roberta e i suoi abiti neri più delle ali dei corvi, più della notte impetuosa che vorrebbe, chissà, riconoscersi fra le visioni di Blake, ma non riesce più nemmeno a guardarsi poichè lo specchio le rimanda il cupo nero dei morti.
Roberta dai lunghi capelli mossi ed il corpo ben fatto negato agli sguardi del mondo.

Roberta e Floriana si sono incontrate.
La chiesa era densa d’incenso.

La nera avrebbe voluto che fosse la vecchia cattedrale dai muri di pietra, il gotico, il richiamo degli archi infiniti che incrociano le loro punte in tanti divini martiri: la croce dai rami ricurvi.
La bianca voleva pareti più sobrie, bassorilievi corrosi dal tempo e cripte d’alabastro trasparente colpito da raggi di sole.

Fu data loro una chiesa moderna dal soffitto basso e rotondo, con i banchi disposti lontani gli uni dagli altri ed un gruppo di guitti al lavoro: “Signori e Signore, va in scena la Sacra Rappresentazione.”

Roberta fu posta nel buio, poichè da lei non veniva la luce, troneggiava su un podio di grande potenza, mentre gli attori leggevano le loro parti su un libro.
Floriana, annodata da un lato, sembrava strangolata nella sua bianchissima veste trafitta dai fari incrociati.
A lei venivano donne che recavano rose strappate ai sepolcri, rose rosse quasi avvizzite.

Quando Floriana si liberò dalle corde, sul suo collo restarono i segni del martirio.
Roberta, nel buio rideva con il suo falso riso insicuro. Roberta che non sapeva ridere con l’anima fuori dalle labbra.

Si guardarono le due seducenti: una mostruosa bellezza promanava da loro.
Lei il teschio bianco coperto di versi, l’altra un demone smarrito sulla terra incrostata.
Si scrutarono attente a non colpirsi e a non rimanere colpite a vicenda.
L’una fingeva innocenza, l’altra giocava in malizia.

Floriana parlò per prima, perché a lei muta era tocccato in sorte il discorso.
Roberta si lasciò accarezzare dalle parole come un gatto viziato, senza fare le fusa.

Non avevano più molto tempo per scambiarsi le fedi nuziali; il loro matrimonio di anime disperate era stato sancito da tempo.
Si guardarono ancora e poi si baciarono, e quei baci sapevan di Giuda.

Pronte come due pantere magre e affamate a saltarsi alla gola, non ebbero il coraggio di voltarsi le spalle, riflesse l’una nell’altra come attraverso un magico specchio deformante indietreggiarono nel loro mondo apparente e ripresero il loro posto nell’immagine che agli altri regalavano da sempre.

Floriana la bianca voleva essere nera, Roberta, la nera, giocava ad essere bianca.
Entrambe con la loro tristezza e la rabbia di essere nate, entrambe armate di spada contro chi le aveva generate; maledette a trascinare per sempre la propria essenza natale, vincolate, legate, incatenate a loro stesse dalle quali volevano scappare.
Attraverso le strade che altri avevano indicato nel bene o nel male, Roberta e Floriana cercavano di uccidere per non morire.
Di uccidere per poi morire.
Di uccidere, ed al contempo uccidersi per poter finalmente migrare.

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