La nonna nella scatola

C’era, in città, una grande costruzione recintata da un lungo muro e suddivisa in tanti piccoli edifici ognuno dei quali aveva vicino a sé un grande albero od un piccolo giardino
Le finestre avevano tutte una grata e le porte erano chiuse a chiave.
Fuori dal cancello c’era scritto Ospedale Psichiatrico Provinciale.

Un giorno di primavera, entrò nel recinto una nonna.

Non era di quelle nonne dal viso dolce che lavorano a maglia circondate da tanti nipotini; era una nonna impaurita, sola, con gli occhi velati e sbarrati nella ricerca di quella luce che le era stata negata da tempo.

Entrò in uno di quegli edifici, il numero III, e la misero in un letto alle cui spalle s’apriva una grande finestra, sbarrata da un’inferriata, che affacciava su un grande albero verde.
Vicino al suo una lunga fila di letti con altre donne e nonne. Tutte sole, tutte impaurite.
Poi due o tre infermiere giovani e forti.

La nonna non voleva stare lì, lei voleva solo morire.
Riteneva fosse giunto il momento di lasciare quella terra che le aveva causato solo tanti dolori, anche se ricordava appena quali questi fossero… forse quella balia nella campagna romana dove era stata lasciata poco dopo essere nata, o forse quel padre putativo che s’era materializzato quando ormai era già adulta, oppure quel marito che l’aveva lasciata dopo soli sei anni … Qualunque fossero stati i dolori ce ne erano stati anche troppi ed era ora di farla finita.

Aveva cominciato col pregare Dio di farla morire, ma -come si sa- Dio non sempre ascolta le richieste dei suoi devoti e la nonna alla fine s’era arrabbiata: “Che Dio sei se non m’ascolti? A cosa serve che io soffra ancora?”

Ma Dio non la prendeva proprio in considerazione ed allora lei aveva deciso di fare da sola.
Prima con le lamette rimaste inutilizzate, poi con le lunghe ore passate a guardare giù, il pavimento di mattonelle rosse del cortile, dal sesto piano della sua casa. Ma qualcosa sempre la frenava.
Ed allora aveva deciso di affidarsi ad una morte lenta, ma sicura: l’inedia.

Era sempre stata una nonna abituata ad imporre su tutti la sua volontà e le sue decisioni, e nessuno poteva contrastarla. Per questo era stata portata lì.
Ma per lei non faceva differenza, lì od altrove.Passava le sue giornate seduta di fronte alla finestra. Nessuno capiva se fosse completamente indifferente o se avesse ancora qualche sussulto: nessuno poteva sapere se quel luogo tetro la disperasse, se la coinvolgesse.

Non dava segno di vedere le altre persone che condividevano con furia o con rassegnazione quella vita e non dormiva, non riposava. Pensava.
Rifiutava sistematicamente il cibo, ma non credeva più che sarebbe morta, anzi, pensava di essere diventata immortale o forse credeva di essere già morta e non capiva perché ogni giorno ed ogni sera una donna forte e bionda la violentava con quel cucchiaio che -ma non vedete?- non entrava nella sua bocca ormai cucita.

Quel giorno, continuando a guardare fisso davanti a sé sillabò sottovoce: “Chiuderanno presto qui, non hai sentito? Vogliono abolire i manicomi… chissà dove andrò a finire!”

La grande notizia non solo aveva varcato il recinto dell’Ospedale, ma anche quello della sua mente.

“Non ti preoccupare, nonna, ti porterò in un bel posto e poi, per ora, non chiuderanno…”

“No, non ti avvertiranno ed io sparirò nel mondo. Vedi, io sono in una scatola piccola e nera e mi confonderò fra la gente: nessuno mi troverà mai più.”

“Ti cercherò -come è possibile far vivere la normalità sulla follia, quando lei è la vera essenza dell’uomo?- dovunque tu sarai ti troverò.”

“No, non mi potrai trovare, mi meraviglio che tu oggi mi abbia trovata. Io non sono più di questo mondo, non vedi, sono altrove, sto girando fra la gente e nessuno mi riconosce, perché nessuno sa che io esisto.”

La nonna continuava a guardare la finestra senza vederla, pensando alla sua scatola e al mondo che l’avrebbe presa per non renderla mai più indietro.

Un giorno la nonna si mise a letto e non volle alzarsi più, non parlava più, più non sentiva: sbarrava gli occhi e tremava.

“Sta molto male -disse il dottore- avete chiamato il prete?”

Ed il giorno dopo, quella nonna, riposava davvero in una scatola nera, in viaggio verso un mondo nuovo dove avrebbe potuto guardare, senza essere vista, chi le fece del male.

A chi le voleva bene rimase il volto scheletrito dal lungo digiuno avvolto in uno scialle di pizzo nero ma solo per poche ore. Poi la scatola nera si chiuse, la croce che la ornava fu benedetta e tutto scomparve nella terra.

Tranne la certezza che la nonna, nella sua scatola, avrebbe vissuto veramente felice.

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