L’amore ai tempi di internet
La mattina filtrava polverosa oltre il tralcio della passiflora che ormai cresceva inscindibilmente intrecciata al gelsomino, incorniciando la finestra. Stava partendo, andava verso il sud ad incontrare un uomo conosciuto sul web.
Il senso di quella frase le era estraneo, così fuori dal comune come un pensiero che non le apparteneva.
Eppure le era appartenuto. Da subito.
Quell’uomo l’aveva sedotta con le parole e con la sua voce calda e giocosa.
Di lui non sapeva nulla, non un indirizzo, non un cognome.
Sarebbe potuto succedere di tutto.
Ma sapeva che non sarebbe successo.
L’aereo cominciava a scendere, si spostò accanto al finestrino.
Il mare aperto cedeva man mano spazio a riquadri di terra: un patchwork di campi coltivati: verde scuro, verde chiaro, terra di siena, giallo paglia… Un nastro di asfalto nero che si srotolava sottile. Pozzi, laghetti artificiali, case coloniche.
I colori erano diversi, la luce filtrava di taglio, polverosa e suadente creando minuscoli miraggi fatti di brillii che si perdevano fra il verde.
Distingueva piante dai nomi nuovi e poi un’autostrada sorvolata così da presso che riusciva ad intravedere sagome e volti all’interno delle vetture.
Pensò che una di quelle macchine le stava portando l’uomo sconosciuto.
Una voce, un nome, una fotografia troppo scura.
Chiuse gli occhi aspettando il lieve rimbalzo delle ruote che toccavano la pista e poi quella dissennata corsa dell’aereo in frenata che le piaceva e la eccitava tagliandole il respiro.
L’aereo si fermò e a bordo sorse l’impazienza: i portabagagli si aprivano, le borse si rovesciavano pesantemente sui sedili i cellulari si riaccendevano, messaggi, chiamate, sorrisi.
Sul limite del portellone la hostess salutò i passeggeri ringraziandoli.
Il vento bollente le fece gonfiare il vestito.
Toccò terra, il caldo era forte, ma piacevole.
Pensò che in quel momento avrebbe trovato piacevole qualunque cosa.
Si sentiva nella disposizione d’animo più giusta, più aperta.
Uscì, e con un rapido sguardo cercò la camicia blu ed i pantaloni chiari che l’uomo avrebbe indossato.
Vide solo magliette, camicie bianche, pantaloncini, abiti a fiori, anziani con la pelle scura di sole, uomini d’affari, d’onore, di sguardo.
L’uomo non c’era.
La città bruciava nella calda mattina di luglio. Arsa e traslucida l’aria si muoveva in barbagli di luce attorno al paesaggio. Il suo skyline appare dolce e mosso.
Pensò al mare solcato da Ulisse delle avventure, penso ai giardini che risalgono le pendici della montagna, ai limoni dal fiore profumato, ad un racconto struggente letto durante l’infanzia: l’incontro di un ragazzo in fuga dalla paura con il primo arancio della sua vita, raccolto proprio in quella terra.
Uscì dall’aeroporto, provò a chiamarlo. Il telefono rimaneva muto.
Sembrava un thriller scritto male, ma non pensò. Neanche per un istante.
Non pensò a niente.
Continuò a guardarsi attorno riprovando di tanto in tanto a comporre il numero di telefono.
Infine rispose. Stava arrivando.
Improvvisamente l’assalì il nervosismo. Non sapeva quanto ancora avrebbe dovuto attendere, ma non avrebbe potuto attendere così. Chiamò una sua amica, parlò, rise molto.
Poi vide la camicia blu ed i pantaloni chiari, un paio di occhiali da sole ed un’emozionante massa di capelli nerissimi.
Gli sorrise: “Tu devi essere tu”disse andandogli incontro.
Lo abbracciò e gli diede un bacio. Quasi sulle labbra.
Le sembrò di essere più espansiva di lui che la guardò a lungo e quindi sussurrò: “Precisa”.
Era diverso da come lo aveva immaginato eppure era sorpresa ed affascinata dalla forza dirompente che proveniva come una cascata da tutto il suo corpo.
Era poco più alto di lei, con un viso dolcissimo, labbra carnose come disegnate dalla mano di un artista e, quando tolse gli occhiali, apparvero due occhi neri dalle ciglia lunghissime che brillavano…
Quanto a lungo aveva immaginato quello sguardo. Lei che di sguardi aveva lastricato la sua vita, lei che uno sguardo poteva rendere schiava, uno sguardo come quello di quell’uomo non lo aveva mai visto: profondo e diretto, senza sottintesi, senza richieste né comandi.
Uno sguardo reale, che non indulgeva a niente.
Si avviarono verso la macchina.
Pensò che probabilmente non aveva superato l’esame, ma l’aria calda che le avvolgeva il corpo e lo spirito le regalava quel senso di spensieratezza che rendeva importanti le piccole cose e la faceva indugiare sui particolari del viso di quell’uomo, sulle sue mani, sulle braccia scure, sulle larghe spalle: una montagna di muscoli e carne in mutamento.
Sorrise, le piaceva, avrebbe voluto essere certa di piacergli.
Lui cominciò a parlare, a raccontarle della sua città, la condusse verso la spiaggia, la costa sabbiosa piena di stabilimenti. C’era traffico, faceva sempre più caldo, non si trovava posto.
Lo vide innervosirsi per piccoli contrattempi quotidiani, cercò di sorridere sempre.
Sembrava essere un uomo impulsivo e dirompente.
Lasciarono la macchina e lui la prese per mano mentre si inoltravano fra gli stabilimenti fino a raggiungere la battigia affollata di gente.
Non le avrebbe più lasciato la mano per tutte le passeggiate che avrebbero fatto in quei giorni.
Si tolse le scarpe per poter camminare nell’acqua. La sabbia era bollente.
Le sembrava di aver fatto un gesto sensuale, ma non capiva se lui lo aveva approvato.
Improvvisamente si rese conto che stava immergendosi completamente in un altro mondo: nel mondo di un uomo che non l’avrebbe lasciata mai da sola, che sarebbe stato la sua guida, il suo cavaliere, il suo padrone ed al contempo il suo servitore per tutto il tempo che sarebbe restata con lui.
Ne era stupita, ma forse ne aveva bisogno.
Aveva bisogno di abbandonarsi, di cedere il comando, di farsi guidare.
Laggiù sarebbe stato naturale e lei voleva finalmente diventare come pasta da modellare.
Camminarono incontrando conoscenti e conoscenze: a piccoli sprazzi, fra le parole frammiste a sorrisi si componeva un parziale puzzle di una vita difficile.
Cominciava ad affezionarsi.
Ma il caldo non offriva tregua, così tornarono indietro dirigendosi verso la parte della città che affaccia su un mare di scogli.
Preso dalla bellezza della sua città gliela svelava come fosse un gioiello.
Lei, sorpresa e frastornata capiva appena ciò che le stava accadendo e il caldo la spingeva a visioni di fate morgane e miraggi.
Ascoltava sorridendo: la sua mano era calda e lei aveva desiderio di stringerla, ma rimaneva immobile guardando con occhi appassionati tutto ciò che lui le mostrava.
Erano passate due ore, il sole giungeva da ogni dove e loro non si erano ancora sfiorati.
Scavalcarono una ringhiera per raggiungere una terrazza sugli scogli. Sotto di loro il mare era blu e verde come una tavola di malachite e lapislazzuli; archi naturali creavano piccole grotte, insenature ed anfratti.
L’uomo l’avvicinò a sé, lei si strinse al suo corpo, contro quell’accogliente montagna di carne e muscoli finchè giunse, dolcissimo e sensuale, il bacio tanto sperato.
Si sentì esplodere… Dio sa quanto l’avesse immaginato fra le righe delle lettere che s’erano scambiati e quanto lo stava desiderando oggi che lo poteva finalmente toccare, che ne sentiva il calore arrivarle addosso in ondate continue ed avvolgenti come acqua di mare.
Ripresero a passeggiare sotto il sole sempre più caldo, i suoi racconti si facevano sempre più personali anche se rimaneva un uomo estremamente riservato. Quasi imbarazzato.
Si domandava se per caso fosse deluso…
Guidando verso casa si fermarono per comprare dei pomodori e del melone che non avrebbero mai mangiato. Il fruttivendolo, un vecchio sdentato che parlava un dialetto strettissimo cercò di raccontarle dei suoi parenti del Nord.
Le sembrava, sempre più profondamente di avere qualcosa che non gli piacesse, qualcosa che non era come aveva sperato. Ma non capiva.
Non capiva e tutti i suoi fantasmi si riversavano in quegli occhi scuri che riuscivano a farle arrivare due sensazioni contrastanti: come se si barcamenasse fra un grande interesse ed una grande delusione.
La casa era in un palazzo con un grande cortile dove, nonostante la temperatura da forno, dei ragazzi stavano giocando..
Salirono due rampe di scale, entrarono, sedettero abbracciandosi sul grande divano azzurro e verde come il mare che avevano appena lasciato…
Infine la sera scese afosa.
Ora poteva dire di essere felice. Le sembrava di stare vivendo per la prima volta.
Mosse le gambe lentamente sul letto. Dalla cucina arrivava odore di caffè.
Non aveva voglia di alzarsi. Il ventilatore le soffiava addosso aria calda mista al fumo delle troppe sigarette che impregnavano la stanza.
Cosa penserà di me quest’uomo?
Cosa penserà di una donna già disposta a dirgli “per sempre”.
S’era fatta sorprendere dalla passione e, nel momento stesso in cui l’attimo si era infranto contro il desiderio, aveva saputo di poter appartenere “per sempre” a quell’uomo.
Di non poter resistere alla sensazione divorante di essere proprietà di quell’uomo, di essere marchiata dal segno del suo nome; di appartenergli, di essere l’unica, la sola, l’indomabile, l’inconfrontabile.
Per sempre, per sempre per sempre…
L’odore del caffè arrivava fino sul letto, avvolgendo in spirali le sue gambe languide,
Ne bevve qualche sorso: l’aria era sempre più afosa. La notte li attendeva.
“Ti porterò al mare e ti bacerò sotto la luna” aveva dichiarato in una lettera.
Andarono verso il mare degli dei: paesini, balaustre che si affacciano sulla scura distesa d’acqua appena rischiarata dalla sottile falce della luna.
Luna araba, luna degli infedeli, mezza luna d’oro brillante che goccioli stelle…
Avrebbe voluto rimanere lì tutta la notte.
La luce della notte tagliava l’aria sospendendola in lampi di brillii.
La cena, la passeggiata, i racconti di momenti passati, trapassati, tramontati.
In quella notte contava solo il presente.
Il presente era quell’uomo al suo fianco. Quell’uomo che avrebbe voluto guardare per ore; quell’uomo che a volte sembrava imbarazzato, altre appariva il maschio più sicuro di tutta la terra dove i limoni profumano, ed altre ancora assomigliava ad un ragazzo pronto a volar via dietro allo spiumare di un uccello che si libra fuori dal nido.
Cercò di baciarlo in mezzo alla gente, lui sembrò scostarsi.
Guardò il mare, ascoltando i racconti del suo passato.
Poi lui la portò su una terrazza che scende a mare e lei si appoggiò al legno umido della ringhiera.
Un bacio breve ed intensissimo: guardò il cielo e non trovò la luna. Forse s’era nascosta alle sue spalle dietro i muraglioni del porto, lì dove c’è la statua del santo e l’isola che sembra scagliata giù dalle ire di qualche Dio greco.
Un bicchiere di mandarino al selz.
Fu come accendere la notte di una striatura arancione dolce ed aspra.
Ci sono sapori speciali, mai sentiti prima, sapori che fanno un mondo, una terra, che vorresti non cambiassero mai, che vorresti portare con te, ricordare per sempre.
E non soltanto perché riportano un ricordo, ma perché appartengono a qualcosa che non ti appartiene e che non ti apparterrà mai.


