Notturno inquieto
Abitava ancora in quella vecchia casa appena fuori le mura, rustico gioiello dell’architettura provinciale di fine ottocento.
Un tempo villa di campagna, trasformata oggi in abitazione proletaria per studenti fuori sede ed ultima sponda di indigeni fieri del loro passato di partigiani bombardati.
Due alte guglie s’involavano dal terrazzo dell’ultimo piano fino a sovrastare la mostruosa tangenziale, serpente progressista, che portava le automobili ed il traffico fin dentro le cucine e le stanze da letto dei terzi piani.
Camminando tentava di recuperare il passato, di far vivere -nella sera di primavera inoltrata- luoghi e scene letti solo nei libri.
Un passato recente che la liberasse da tutte le angosce di una civiltà insensata, nucleare, fredda e violenta sempre troppo distante, da sè stessa.
Era una sera di primavera fin troppo calda.
Tirava un vento leggero che a tratti si rinforzava, si gonfiava ed ampliava l’angoscia latente.
Camminava ormai da un’ora con le mani in tasca e lo sguardo perso nell’aria, guardando in alto le facciate dei palazzi e poi, in basso, il selciato.
Era una sera di primavera. Primavera inoltrata.
Passava per i vicoli senza una meta.
Si spandevano per quelle strade gli odori delle cene. Note di calore inserite in quel contesto strano.
Vicoli dove ancora scorazzavano topi accanto ai piedi dei bambini che giocavano ,ed i panni erano stesi lungo i muri sbrecciati.
Per la prima volta li osservò e non le fecero piacere.
Per la prima volta sentì una stretta al cuore e le sembrò impossibile ritrovare quelle visioni.
Impossibile perfino nei romanzi persi nei bassifondi.
Persino al Barrio Gotico di Barcellona, al porto di Marsiglia e lì, dove non sarebbe mai stata se non leggendo Genet.
Passava per i vicoli odorosi di minestra, per case dalle porte aperte, per bassi lasciati liberi agli sguardi di tutti.
I tacchi le si impigliavano fra le fenditure del selciato sconnesso obbligandola a soffermarmi, a guardare dentro i portoni male illuminati.
Di qua e di là chioccolio di fontanelle, la città ne è piena.
Uno stridio di ferro le fece alzare la testa.
Un lampione, di quelli antichi, s’era aperto ad un colpo di vento e mostrava la sua lampadina che a stento imitava l’idea della fiamma.
Chissà com’era, allora, il passare del lampionaio?
Il lampione pendeva dal muro del carcere.
Avrebbe voluto ricostruirvi un’evasione, oppure un miracolo.
La strada era deserta, eppure la sera era appena cominciata.
Un’aria strana si spandeva attorno alle cose rischiarate dal tremolio delle luci che vi si riflettevano.


