Quegli ultimi venti anni

Da vent’anni condividevano la stessa stanza -scrivanie di metallo grigio e nero all’interno di un parallelepipedo di ferro brunito, ferro nero e cemento- il cui unico pregio, la luce, veniva in parte negato dagli armadi, anch’essi grigi e di metallo, che fungevano da pareti e tramezzi.
Era l’Archivio del Ministero, dove Anna e Teresa erano state assunte da giovani, felici di aver finalmente trovato un lavoro.

Vent’anni fa tutto era diverso: Teresa aveva 35 anni, 35 anni d’orgoglio e d’innocenza: nessuno avrebbe potuto affermare che non fosse coetanea con le nuove assunte. Capelli biondi lunghi, corpo esile, allegria e pudore. In molti, allora, se ne erano innamorati.

Anna sembrava, invece, una tempesta. Voce squillante e storie personali narrate a tutti come pieces di teatro.
E l’Archivio era come un salotto dove s’andava volentieri a ridere e ad ascoltare le avventure dei viaggi in camper di Teresa, o le descrizioni dei corsi di mimo frequentati da Anna.

Per vent’anni, da quella stanza, avevano osservato la piccola vita del Ministero; avevano visto alternarsi dirigenti e colleghi, avevano fatto collette per matrimoni, battesimi e pensioni sempre fisse ai loro tavoli di metallo grigio, incontrastate regine dell’Archivio, le uniche a non aver mai cambiato Servizio.

Anna, da sempre alla ricerca di un consenso, di una lode, di un riconoscimento, lavorava sodo. In quel grande garage dov’erano parcheggiate centinaia di pratiche annose e dove tutto veniva ancora fatto manualmente, lei era l’unica in grado di ritrovare ogni cosa.
Teresa, più fiera e più furba, preferiva limitarsi al necessario, all’evidente: c’era poi bisogno di tutto quel darsi da fare? Entrambe erano già arrivate al massimo della carriera… Anna esagerava, si voleva mettere in mostra… Mal per lei, tanto sarebbe rimasta comunque una zitella!
Lei no, lei era la moglie di un Dirigente!
Lo diceva come mostrando una medaglia, eppure il tempo la ingrigiva rendendola sempre più simile a quella stanza; l’età ora la faceva legnosa ed al posto del pudore e dell’orgoglio ora s’intravedevano l’arroganza e l’indifferenza.

La rivoluzione cominciò con il trasloco inaspettato e frenetico: scegliere le pratiche da eliminare, quelle da imballare, quelle da trasferire, visitare la nuova sede… Uno sconvolgimento.

Dopo vent’anni ecco pareti bianche e porose, una stanza calda e luminosa, scrivanie di legno chiaro e sedie tappezzate di rosso. Un solo armadio, questa volta di plastica e sopra ogni tavolo un computer!

Fu come addormentarsi nel proprio letto e risvegliarsi l’indomani a Calcutta fra i colori, il calore e la frenesia.

Teresa non riusciva ad abituarsi a nulla, ma soprattutto non poteva sopportare la naturalezza con cui Anna, dopo aver riempito la stanza di manifesti e piantine colorate, sedeva al computer producendo lavori sempre più perfetti ed elogiati.

Finchè un giorno Teresa cominciò a sorridere.

Quando Teresa cominciò a sorridere dal computer di Anna sparirono i lavori più lunghi e sofisticati; quando Teresa non rispose più a nessuna domanda che le veniva posta, alcuni dei programmi del Ministero erano stati sabotati.

All’indomani di un lungo pomeriggio di straordinari, Teresa chiese un giorno di malattia. Era raro, non era assenteista.

Quella mattina Anna accese il computer per terminare il lavoro più importante della sua vita, una relazione per il Ministro.

Inserì il dischetto.

Dopo il boato, le scintille e la colonna di fumo, anche quella stanza assunse l’aspetto grigio di tutte le cose di quegli ultimi vent’anni.

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